Subway Soul Bar

OGNI NOTTE AL SUBWAY, LA BIRRA SCORRE E LA MUSICA SI INSINUA NELL'ANIMA.

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lunedì, 14 aprile 2008

UNA SERATA STRANA.
(parte seconda)

Un urlo.
Che riempie lo spazio.
Che graffia la faccia.
Che strazia il nostro equilibrio e ci strappa di dosso brandelli di lucidità.
Cosa ci fa un urlo così nel Subway?
Cosa ci fa un urlo come questo nelle nostre orecchie?
Mille e mille volte ci ricorderemo questa voce che parte roca e poi sale
e raschia forza da chissà quale riserva nascosta e poi diventa acuta
e prolunga la stessa sillaba, quel “no”, finché resta solo una “o” che precipita
in un sospiro, in un sussulto, in un abbandono non cercato, non voluto.
Mille e mille volte ci sveglieremo di soprassalto nelle prossime notti e in notti future,
ancora lontane, che pure a sorpresa ripescheranno questo ricordo
e lo serviranno avvolto da un sogno impossibile da dimenticare il mattino dopo.

Qui nel Subway echeggia quell’urlo. L’urlo di terrore.
La donna che il rapinatore ha preso in ostaggio
ha il viso rigato di lacrime. Quel trucco cui aveva affidato il compito
di sottolineare la sua bellezza e nascondere qualche imperfezione
ora le sta colando sul viso, trasformandola in una maschera
di righe nere.
E qualcosa ci inchioda.
Sono gli occhi. Quegli occhi spalancati, con le pupille che sembrano
voler saltare fuori e scagliarsi nel punto più lontano della sala.
Ecco cosa colpisce più in profondità le nostre coscienze.
Quegli occhi che riescono a gridare più forte dell’urlo.

E’ una serata strana. La peggiore che potesse capitare qui al Subway.
Nessuno sta servendo birra, nessuno sta brindando,
nessuno è sbronzo, nessuno è affamato.
Non ci sono chiacchiere. Nessun cameriere sta prendendo ordinazioni.
E la mia unica consolazione è che Sillas se n’è andata prima
che tutto questo iniziasse. E c’è qualcosa di portentoso nel pensiero di lei.
Perché è il pensiero cui mi aggrappo per recuperare il respiro e l’equilibrio.
Penso che ho ancora una telefonata da fare.

E prometto a me stesso che quella telefonata la farò.
Ecco: sarà la prima cosa che farò appena uscito da questa situazione.
Ora respiro. E mi rendo conto di aver trattenuto il fiato.
I miei polmoni ritrovano il contatto con l’aria e il mio cervello ritorna a funzionare.
Devo capire come sta Giancarlo, devo controllare come si sentono Rita e Delia.
E Alan. Così mi giro e li cerco. Rita è ancora al tavolo. Il suo sguardo è terrorizzato.
Alan le siede vicino e le sta accarezzando la testa, cercando di convincerla
a guardare lui e non i criminali. Delia è in piedi.
E sembra che lo sguardo le si sia perso a metà strada tra il tavolo e l’uscita.
Fissa il vuoto e anche lei, come me, pare essersi dimenticata di respirare.
Così mi muovo molto lentamente verso di loro. Prendo la mano di Delia e lei si scuote.
Mi guarda e comincia a parlare. “Hanno sparato a Giancarlo.
Gli hanno sparato, hai visto?”. “Ho visto, Delia. Ma ora vieni con me,
sediamoci al tavolo. Vieni.”
Più forte di quel che avrei immaginato, Delia riacquista animo a ogni passo.
Un attimo dopo siamo seduti ai nostri posti e lei dice che probabilmente
i quattro hanno un complice che era già qui. Uno senza passamontagna.
E che dobbiamo guardare bene tutti quanti e cercare di capire chi è.
Non so da cosa derivi questo pensiero di Delia o se nasconda realmente
una competenza di qualche tipo. Ma tutto sommato il suo ragionamento
mi sembra plausibile. “Proviamoci!”, le dico, “Come possiamo riconoscerlo, secondo te?”.
Lei mi guarda negli occhi e quello che trovo nel suo sguardo mi lascia sorpreso.
C’è fermezza, c’è concentrazione. E c’è davvero la parvenza del saper cosa fare.
Ma da cosa deriva? Come fa Delia a immaginare come comportarsi in una situazione
del genere? Anche la sua risposta sembra arrivare più dall’esperienza che
dall’immaginazione: “Farà qualche sbaglio, vedrai. Sarà lui a rivelarsi.”
Poi si mette a scrutare il Subway.
Forse a caccia di uno sguardo che tradisca il complice nascosto.
Ne approfitto per parlare con Rita. E lei mi dice che vuole andare via.
Che lei non vuole restare seduta là fino a quando ci avranno uccisi tutti.
“Non ci uccideranno, Rita. Calmati. Non fare la ragazzina.”
Lei mi guarda ed è ancora terrorizzata, ma c’è un piccolo barlume di grinta nei suoi occhi.
La mia provocazione ha toccato il nervo scoperto.
“Non faccio la ragazzina. Ti sto dicendo che voglio andarmene.”
“Appunto, fai la ragazzina che si piscia addosso.”
Ora traspare la rabbia che monta. E che salendo spinge via il terrore.
“Ma che diamine! Non faccio un cavolo di quello che dici, mi sembra
che la situazione sia brutta abbastanza da poter anche avere… ehi, mi prendi in giro?
Mi volevi far arrabbiare?”
“Sì. Ora respira. E vedrai che andrà meglio.”
Rita respira a fondo, rilassa le sopracciglia, che aveva increspato per la tensione.
Poi mi guarda.
“Brava. Va meglio, ho ragione?”

“Sì, va meglio. Ma la prossima volta che mi dai della ragazzina
ti distruggo un boccale di birra in testa!”.
“Pieno?”
“No, prima lo bevo!”
Ecco. Ora le cose sono migliorate. Siamo più padroni di noi.
Ma il primo problema non è cambiato: non sappiamo come stia Giancarlo.
E tutto quello che riusciamo a vedere da qui è che il suo corpo
è fermo e insanguinato. Non riusciamo a capire se il suo torace si muove
per la respirazione: è troppo nascosto tra le gambe dei rapinatori.
Che sono ancora tutti vicini all’ingresso.
E ora uno di loro torna a parlare.
“Ascoltatemi bene, perché non ripeterò. Ora farete i bravi, vi siederete ai tavoli
e non tenterete di alzarvi se non dopo aver avuto il nostro permesso.
Se vi comportate come diciamo, presto sarete a casa vostra. Se qualcuno fa il furbo,
dirò ai miei uomini di punirlo. E ai miei uomini piace punire.
Ora, se qualcuno di voi ha armi, farà bene a dirlo immediatamente.
E come vedete c’è una pistola nella bocca di una vostra amica.
Ed è una pistola dalla pallottola facile.”
Pronunciato questo lungo discorso, con una voce sicura, non preoccupata,
lenta, l’uomo dal viso coperto scruta uno a uno tutti noi. Gli occhi sono freddi.
Esperti e professionali. Sono occhi di un medico che guarda delle radiografie,
sono occhi di un meccanico che ha appena sollevato il cofano di un’auto che non parte.
Ci guarda. Uno a uno.
“Niente armi, allora?” Una piccola pausa di silenzio.
“Bene. Meglio. Le regole sono semplici: il mio collega col passamontagna verde
andrà di là, nelle cucine, con la donna. Se qui succede qualcosa, la donna è morta.
Voi invece rimanete tutti seduti. Se qualcuno ha qualcosa da dire, alzi la mano ora.”
Non c’è un impulso. Non c’è una spinta vera ad alzare la mano.
La decisione non è emotiva, non è caratteriale. Non c’è un particolare coraggio.
Anzi, mentre sollevo il braccio, sento una fitta di paura.
Alzo la mano perché una persona che conosco forse è morta
sul pavimento davanti al bancone, ma forse è ancora viva e ha bisogno di cure immediate.
Alzo la mano perché penso che se ci fossi io là, vicino agli sgabelli del Subway,
a fare i conti col dolore e a sentire la vita che se ne va, vorrei disperatamente
che qualcuno facesse ciò che può per aiutarmi.
E quello che posso fare io per aiutare Giancarlo è alzare questa mano.
Ma non sembra che il mio gesto incontri il gradimento del rapinatore,
che si dirige a passi rapidi verso di me, seguito da un suo complice,
mentre un terzo si va piazzare nella parte opposta della sala rispetto a dove ci troviamo.
“Grande! Abbiamo un eroe. Uno che vuole parlare. Uno che non ha paura, eh?
Uno che vuole creare problemi! Vero?”. Ormai è davanti a me.
E non so bene come comportarmi.
Gli fisso gli occhi, cerco di capire se ha intenzioni cattive o se sta solo esasperando
il suo ruolo per evitare che qualcuno cominci a prenderlo poco sul serio.
“Allora? Vuoi causare problemi? Sei uno che crea problemi?”
Sto per rispondere. Concentrandomi sul fatto di mantenere calma la voce, che possa
rassicurare anche il rapinatore. Che senta la paura che in questo momento
mi fa battere il cuore in gola. Sto per rispondere quando qualcuno, da dietro,
mi colpisce sulla schiena. E il dolore è inaspettato.
Cado dalla sedia, cado per terra davanti al loro capo.
Lui si limita a un avvertimento: “Il primo che si muove è morto.”
Quei pochi che stavano alzandosi dalle sedie si fermano. E lui torna a guardarmi.
Io lo fisso. E la schiena mi fa male. Sono stato stupido.
Ho concentrato tutta la mia attenzione
su di lui e non mi sono accorto dell’altro, che mi è arrivato alle spalle.
“Allora? Vuoi causare problemi?”
E mentre grida questa domanda mi dà un calcio in pancia.
“Vuoi essere il prossimo a prenotare una bara?” urla il capo nella direzione di Alan.
E capisco che il mio amico stava cercando di intervenire. “Sto bene, Alan.”
La mia voce è roca. “Ascolta.” dico guardando negli occhi quel rapinatore.
“Ti ho detto di parlare?” è solo parte della sua risposta.
L’altra parte è un colpo che mi colpisce sulla mascella. E sono di nuovo disteso per terra.
Il mio tentativo di fare qualcosa per Giancarlo non sta andando bene.
“Ti dico io se e quando parlare. Anzi, sai cosa faccio? Ora ti sparo?
Ti va bene se ti sparo? Che dici? Ti sparo? Eh? Rispondi solo alla mia domanda:
vuoi creare problemi?”
La mia riposta è accompagnata da qualche sputo di sangue. “No”.
“E allora perché hai alzato la mano? Avevi qualcosa da dire?
Qualcosa di così importante da rischiare la vita?”
“Sì.”
“Cosa?”
“Ascolta, l’uomo cui avete sparato è un mio amico. Mi è parso che si muova ancora.
Forse potete controllare se è ancora vivo. Forse ha bisogno di cure.”
“Forse posso andare là e finire il lavoro. Che dici?”
“No, per favore. Non vi serve ucciderlo. Abbiamo capito che siete pronti a farlo.
Non creeremo problemi.”
Quell’uomo mi guarda dritto negli occhi. E mi studia.
Sta cercando di inquadrarmi. Vuole sapere se parlo sinceramente
o se sto solo tentando di raggirarlo. Poi sembra decidere per la prima possibilità.
Fa un cenno. E una mano, da dietro, mi strattona per il colletto della camicia.
Mi alzo barcollando. “Andrai tu a controllare il tuo amico.
Ma sta’ attento: il primo movimento
sbagliato che fai o anche solo uno sguardo che non mi sia gradito e io ti sparo.
Senza esitazioni. Ti pianto una pallottola in testa.
E ora vai. Il mio “collega” ti accompagnerà.
Stagli sempre a meno di tre passi di distanza, ma mai a meno di uno.”
Così mi metto stabile sulle gambe e comincio a camminare verso Giancarlo.
Cammino lentamente. E sento dietro di me i passi dell’uomo cui è stato affidato
il compito di farmi da guardiano.
Giancarlo è a pochi metri da me, ma le distanze hanno perso valore nel momento
in cui tutti noi ci siamo ritrovati in una situazione fuori dalla realtà.
O, meglio, fuori da ogni nostra previsione. Tengo gli occhi fissi sul nostro amico
disteso a terra.
E, per un attimo, mi pare che respiri davvero. Che il suo torace si muova.
Sento l’impulso ad affrettarmi, ma appena il mio passo diviene più spedito,
uno sparo proietta una pallottola a pochi centimetri dalla mia gamba.
Mi blocco e guardo in basso: ci sono schegge di legno sui miei calzoni, schegge
del pavimento. “La prossima ti bucherà i polmoni.” è un avviso che il capo dei rapinatori
mi lancia con voce seria.
E’ un avvertimento che tratterò con il dovuto rispetto.
Non ho nessuna intenzione di provare l’esperienza di un proiettile che mi attraversa
il corpo. Così torno a muovermi piano, un passo dopo l’altro, spostamenti lenti.
E finalmente sono vicino a Giancarlo.
E tiro un sospiro di sollievo: sta respirando. Anche se, a ogni movimento del torace,
emette un suono gorgoliante. Mi volto per un attimo verso il mio accompagnatore armato.
Con gli occhi mi dà il permesso di chinarmi sul mio amico. Mi sposto al rallentatore,
mi avvicino al viso di Giancarlo, quel viso così simile a quello di un famoso
attore inglese, e mi abbasso. I respiri sono irregolari, sembrano un’imitazione assurda
di un messaggio in codice Morse. Il primo è lungo e pare raccogliere più aria possibile,
il secondo è molto breve, come a comunicare che respirare può essere un’attività
molto dolorosa e il terzo si rompe a metà, provocando una smorfia sul volto.
Ma gli occhi sono aperti. E ora mi guardano.
“Cerca di stare tranquillo. E respira a fondo, anche se fa male. Come ti senti?”
Giancarlo prova a rispondere, ma il risultato è un colpo di tosse accompagnato
da gocce di sangue proiettate tutt’attorno.
“Va bene. Non parlare. Cercherò di convincerli a verificare se c’è un medico stasera
qui al Subway oppure a chiamare un’ambulanza.”
“Sarebbe una pessima mossa!”
La voce è sussurrata e non arriva da Giancarlo.
E’ talmente sottile e leggera che faccio fatica,
in un primo momento, a non pensare di averla immaginata.
Mi guardo per un attimo intorno.
Non c’è nessuno così vicino a me da poter sussurrare, raggiungendo le mie orecchie.
Il rapinatore s’incuriosisce perché sto guardando intorno. E sta per avvicinarsi a me.
“Sto cercando qualcosa su cui appoggiargli la testa. Un cuscino, una giacca.”
Gli occhi dell’uomo armato sono freddi e restano indifferenti. Poi fa segno di no
con la testa e per un secondo pare che sorrida. Appagato dalla propria crudeltà.
E capisco che quest’uomo non esiterebbe per un secondo a sparare e uccidere.
Ma ora torna a guardarsi intorno, per tenere sott’occhio i tavoli vicini.
E la voce mi raggiunge di nuovo.
“Come sta Giancarlo?”
Ora ho localizzato meglio la direzione da cui arrivano quelle parole soffiate.
Il bancone è a pochi centrimetri dalla mia schiena e mi sta parlando.
E ovviamente non è il bancone, ma qualcuno dietro il bancone.
Il barista dev’essersi nascosto appena quei quattro sono entrati sparando.
Fingo di parlare a Giancarlo. “Devono averlo colpito a un polmone.
Ma per capire meglio dovrei girarlo. Respira, ma fa fatica. E’ cosciente.”
La voce è sempre un sussurro. Ma le mie orecchie si stanno abituando
a riconoscere le parole che mi arrivano come aliti di vento.
“Non mi hanno visto quando sono entrati.
E allora mi sono gettato sul pavimento qui dietro.
Ho una pistola. Ma la userò solo in caso estremo: non mi sembrano per niente
degli sprovveduti e alla vista di un’arma reagirebbero molto male. Quanti sono?”
“Sono quattro. Ma Delia sostiene che potrebbero avere un complice tra i clienti.
Non mi sembra una teoria sbagliata e questo vuol dire che dobbiamo stare molto attenti.”
“Come dicevo: sono professionisti. Sanno il fatto loro. L’idea del complice
mi sembra probabile.”
Sono così concentrato su quella voce lieve che rimango completamente sorpreso
quando, poco distante dalle mie orecchie, sento urlare “Fermalo!”.
Il primo istinto è pensare che sia riferito a me. Ma basta alzare gli occhi per vedere
la scena e capire: un uomo si è alzato dal tavolo più vicino all’uscita
e ora corre verso la porta del Subway. Poi c’è uno sparo.
E un altro immediatamente dopo.
E un rapinatore che corre, continuando a sparare, verso la porta.
Ma quell’uomo è stato rapido, forse in preda alla paura oppure avendo calcolato
con precisione i movimenti da compiere. E riesce a raggiungere la porta,
proprio mentre un proiettile fa esplodere il vetro con la scritta Subway.
Ma ormai quell’uomo è fuori e noi sentiamo solo la sua voce che, allontanandosi,
urla “Aiuto!”.
Poi mi resta un solo pensiero in testa: “Stronzo!”. Mi chiedo cosa accadrà ora.
Cosa faranno quei quattro criminali davanti a questo imprevisto.
Non serve attendere molto per scoprirlo.
Dopo che uno di loro si è piazzato davanti all’uscita
con il mitra spianato, il loro capo urla un semplice comando verso la cucina:
“Uccidi la donna!”.
Il subbuglio in cui il Subway si è ritrovato durante la fuga di quell’uomo cessa d’un colpo.
E il colpo è lo sparo che arriva dalla cucina. Tutti gli occhi del Subway si spostano
verso la direzione di quel suono così definitivo e sull’uscio con le piccole porte a battente,
così simili a quelle dei saloon dei film western, esce l’incarnazione del cowboy cattivo:
la pistola fumante, il sorriso malizioso. Ed è di nuovo il capo dei rapinatori a parlare.
La sua voce continua a non tradire preoccupazione, ma si percepisce una rabbia tenuta
a stento sotto controllo.
“Vi avevo avvertiti. Ora le cose andranno diversamente.
Adesso il mio amico con la pistola si avvicinerà a un tavolo per volta.
Le persone sedute al tavolo si alzeranno e andranno tutte
verso il fondo del locale. Vi voglio tutti seduti per terra, tutti vicini.
Così magari col prossimo sparo ne ammazziamo due al posto di uno. E vi avviso:
l prossimo che fa il furbo condanna a morte tutti quanti.”
Poi, si volta verso l’uomo che si è piazzato davanti alla porta: “Spranga la porta
e poi mettiti vicino a quel tizio per terra e al suo amico eroe. Ehi, eroe…” – e mi fissa –
“… sei sempre sicuro che non creerai problemi? Non è che mr. Melasvigno ti ha messo
in testa strane idee?”.
Non sono sicuro se parlare sia una buona idea. Così faccio cenno di no con la testa.
“Bene. Impari in fretta. Forse resterai vivo.”
Dopo pochi minuti di movimento, tutti gli ostaggi sono seduti per terra in fondo
al Subway, con due rapinatori a tenerli sotto tiro.
E vicino a me c’è un mitra tenuto saldamente tra le mani di qualcuno dal viso coperto
da un passamontagna blu.
E io respiro lentamente, cercando di ossigenare il cervello e mantenermi calmo.
Nella mia testa ci sono due pensieri che ronzano come insetti impazziti.
Il primo riguarda il rapinatore cui è stato affidato il compito di tenermi sotto tiro:
le mani guantate che reggono il mitra non mi sembravano mani da uomo e quindi
ho guardato per un secondo quel criminale negli occhi e ho avuto conferma: è una donna.
Il secondo è più pressante: nessuno di loro ha parlato di soldi, ha chiesto dove si trova
la cassaforte del Subway, ha detto agli ostaggi di tirare fuori portafogli e gioielli.
Ma allora cosa sono venuti a fare qui questi quattro rapinatori? Cosa cercano qui?

Mentre le domande che mi pongo tra me e me non trovano nessuna risposta,
i tavoli vengono fatti sgombrare e gli occupanti vengono spintonati fino alla parete
in fondo al locale. Ammassati laggiù basterà un mitra per tenerli tutti sotto tiro
e due occhi attenti per accertarsi che nessuno prenda iniziative.
Spostare tutti gli ostaggi richiede ai rapinatori pochi minuti, ma sembra
che tutto fili liscio e fluido. Fino a quando dall’esterno proviene un suono che cambierà
le cose in modo imprevedibile. La sirena di un’auto della polizia. Anzi, più di una sirena.
E i riflessi di luce dei lampeggianti non tardano a proiettarsi attraverso le finestre
del Subway fino a raggiungere le pareti vicine all’ingresso.
Nei momenti di silenzio che seguono, si cominciano a sentire voci concitate
provenire dall’esterno. “Quanti…?”, “…perimetro.”, “…radio…”, “…lontana la gente e…”
sono alcune delle frasi spezzate che mi arrivano alle orecchie. 
Poi l’unica voce che riempie l’aria è quella del capo banda.
Una voce che pare sapere sempre cosa dire e cosa fare.
Come se avesse previsto ogni possibilità e non avesse bisogno di riflettere
per decidere cosa fare. Come se tutto fosse il risultato di una semplice operazione
matematica. Sirene + lampeggianti = chiudere le tende.
Ed è questo che la voce ordina. A me.
“Lascia il tuo amico. Non morirà per i prossimi due minuti.
E chiudi le tende di tutte le finestre. In fretta. E prega che i poliziotti non ti prendano
per uno di noi: il destino ha il senso dell’ironia.”
Così mi alzo e mi avvicino alla prima finestra.
Dubbioso se sia o meno il caso di prepararmi a diventare il bersaglio delle pistole
della polizia. Ma poi penso al fatto che qui ci sono ostaggi:
i poliziotti non spareranno finché la situazione non sarà chiara.
Così, davanti ai vetri, guardo fuori. Ci sono tre auto coi lampeggianti accesi
e un furgone con gli sportelli aperti. Ci sono altre auto in arrivo.
E c’è un furgoncino della tv. Come sempre i giornalisti sono veloci quasi quanto
le forze dell’ordine. E forse anche di più: sono i primi ad accorgersi che qualcuno
si è affacciato dal locale. Puntano un faretto verso di me.
E a quel punto il capo parla di nuovo: “Non perdere tempo. Chiudi.”
Afferro la pesante tenda con una mano e la tiro fino a quando
è completamente chiusa. Poi, una a una, acceco tutte le finestre del Subway.
Mentre chiudo l’ultima, lo scorcio di realtà che si offre ai miei occhi
è un quadro in movimento, composto da alcune transenne, gente che comincia
ad accalcarsi per vedere cosa sta succedendo, poliziotti intenti ad arginare
la piccola folla che si sta formando e una telecamera che inquadra il Subway e,
a un passo dalla telecamera, una donna che sta parlando in un microfono
e indica il pub alle sue spalle.
Quella donna l’ho già vista: conduce un telegiornale e, a volte, si occupa
di servizi giornalistici in diretta. Proprio come ora. Illuminata da luci abbaglianti
e gesticolante sta raccontando alla telecamera che qualcuno è entrato in un pub
e ha preso degli ostaggi.
Preso da quella vista mi sono attardato e ora di fianco a me c’è il capo dei criminali.
“Bella scena, eh?” dice a bassa voce, quasi solo a mio beneficio.
“Molto più godibile quando si è dall’altra parte di quelle transenne, fidati.
Guarda quei poliziotti indaffarati. E guarda quella giornalista.
Pensa a che colpo di fortuna per lei essere arrivata per prima. Prevedo una promozione:
presto ci assillerà dal telegiornale delle 20.”
Il rapinatore afferra un lembo della tenda. E sta per tirarla.
Poi si sofferma qualche momento, colpito da una figura vicina a un gruppetto
di poliziotti. Stavolta la voce sussurra appena. 
“Benvenuto, ispettore. Mettiti comodo: sarà una lunga notte.”

I miei occhi invece colgono un altro movimento.
Una donna si è fatta strada tra la folla.
E ora sta spostando con frenesia gli occhi tra le finestre del Subway,
cercandone una ancora aperta. Occhi che bruciano di rabbia e si muovono
con la velocità della preoccupazione. Occhi di una pantera che cerca i suoi cuccioli.
Occhi spaventati e forti. Gli occhi di Sillas, che ora si spostano sull’ultima finestra aperta.
E incrociano i miei. E coi miei si fondono. E mi pare che quegli occhi mi parlino.
Si calmino, per un attimo, ed esclamino “Sei vivo! Stai bene!”.
I nostri occhi si abbracciano, ecco cosa succede.
Una cosa semplice. Una cosa immensa.
In un attimo i nostri occhi si abbracciano.
Poi la tenda si chiude e la realtà resta fuori.

E’ una serata strana. La peggiore che io ricordi.
E qui al Subway le cose si stanno mettendo davvero male.

FINE DELLA PARTE DUE.
(parte 3 on line dal 21 aprile)
postato da: capitansqualo alle ore 12:05 | link | commenti (3)
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lunedì, 18 febbraio 2008

UNA SERATA STRANA.
(prima parte)

Avete presente quelle serate strane, quelle in cui i colori sembrano diversi dal solito,
i profumi sono irriconoscibili e continuate ad avvertire quel pizzicore dentro,
come una leggera irrequietezza
(come direbbe l’amico Parker, il senso di ragno che pizzica)?

Ecco: stasera il senso di ragno pizzica per tutti quelli presenti al Subway.
Mi guardo intorno e nessuno pare comportarsi secondo le sue abitudini.
Le parole dei miei amici mi giungono ovattate mentre il cervello cerca di afferrare
quel filo sottile che mi può condurre a capire.
Fisso occhi che riconosco, installati su facce che hanno scoperto nuove espressioni.
Non ho controllato la luna, ma non mi stupirei se fosse verde.

Il tavolo si è composto pian piano: il primo ad arrivare è stato Alan,
che si è seduto con le spalle rivolte all’ingresso, come se non volesse essere riconosciuto.
Strano comportamento per uno che si sente al sicuro solo quando ha la visuale
completa dello spazio intorno.
Poi sono entrato io e mi sono andato a piazzare davanti a lui.
E quando Sillas, la cameriera che con una sola parola riesce a mettere in crisi la costruzione
di ogni mia frase, mi ha chiesto se prendevo la solita birra, ho bofonchiato
un “Aspetto un pochino, grazie” senza quasi accorgermene.
Eppure, venendo, non pensavo ad altro che a gustare la mia birra preferita.

Rita, appena entrata, ha appoggiato un bacio sulla guancia di Alan,
uno sulla mia e poi ha dedicato più di un minuto alla scelta della sedia da occupare.
Un nuovo, misterioso segnale di stranezza. Per non parlare di Delia.
Approdata al tavolo per quarta, ha aperto la bocca e, quasi senza respirare,
ha preso a raccontare la storia della sua infanzia. Delia! Delia di cui sappiamo
così poco da chiederci, ogni tanto, se non sia una spia di qualche governo straniero.
Delia che conosciamo da tre anni e di cui ignoriamo l’età, l’indirizzo,
le precedenti storie d’amore.
La potremmo riassumere in poche parole: occhi grandi, lunghi silenzi,
analista contabile, una passione inquietante per le scarpe viola,
un fidanzato che abita in un’altra città. E adesso stiamo esplorando
i traguardi dei suoi primi anni, l’asilo dalle suore, l’amore per i pattini,
la bambola Giuditta, i compagni di classe che le tiravano le trecce.

Cosa accade in questa strana serata? Mentre mi chiedo cosa abbia scritto
Nostradamus in proposito, Sillas torna a domandarmi se voglio qualcosa da bere.
Richiamato alla realtà dalle mie riflessioni, mi desto e la prego di scegliere lei per me.
Qualcosa di diverso da ciò che prendo sempre. Poi, un nanosecondo più tardi,
mi domando se non ho fatto male. Ho esagerato. Lei mi sta fissando negli occhi.
Che si stia chiedendo se sono rimbecillito tutto d’un colpo?
Ma no: Sillas non è così. Sorride e annuisce: “Sfida accettata, Gringo!”.
La seguo con lo sguardo mentre si avvicina al bancone e indica qualcosa al barista.
Quale sarà il colore del liquido che riempirà il bicchiere panciuto destinato a me?
Un attimo dopo mi distraggo: al Subway è appena entrato il nostro Roger Moore personale.
Per la terza volta Giancarlo mette piede nel nostro pub preferito e per la terza volta
si siede al nostro tavolo. Ormai dovremmo essere abituati alla sua strabiliante somiglianza
con l’attore che ha fatto 007 e il Santo, ma ogni volta è la stessa storia:
si siede e ci aspettiamo che parli in inglese e sotto l’impermeabile abbia uno smoking.
E invece ha un maglione e ci chiede: “Avete visto?”.

“Cosa?” è una singola parola che riesce a suonare davvero potente
quando è pronunciata all’unisono da quattro persone.
E forse è la sorpresa che distoglie Giancarlo dal rispondere alla domanda.
Come se un punto interrogativo pronunciato a più voci non fosse un quesito,
ma la strofa di una canzone, di un salmo o di un motto.
E allora ci pensa Delia, tanto questa sembra la sua serata: “Cosa dovremmo aver visto?”.
“Il cartello.”
“Quale?”
“Quello fuori.”
Di questo passo la nostra conversazione durerà decenni.
Una parola alla volta, finiremo vecchi e coperti di polvere,
ancora appollaiati a questo tavolo come i personaggi di un racconto di Ende.
Sostantivo. Stasi. Interrogativo. Altra stasi. Nuovo sostantivo.
Così, mentre Sillas appoggia davanti alla mia mano un bicchiere
che sembra contenere una densa birra rossa, io libero più parole contemporaneamente,
sperando di risolvere la questione: “Grazie, Sillas.  Cosa dobbiamo vedere, Giancarlo?
Hey, buona questa birra, Sillas, cos’è? Insomma, Giancarlo, dacci una risposta!”
“Cittavecchia” e “Il cartello all’ingresso del Subway”.
Il primo è il nome di una birra.
Il secondo una risposta. O forse uno stimolo, visto che ci alziamo tutti
e ci dirigiamo all’ingresso.

Avete presente quelle serate strane?
Immaginate quanto strana possa essere questa serata se a un certo punto,
uscendo per un attimo dal Subway, ci si trova davanti a un cartello,
appeso a pochi centimetri dalla porta, con scritto sopra: “Cercasi barista.
Richiesta esperienza e capacità di adattarsi all’ambiente.
Possibilmente frequentatore del Subway.”
Come “Cercasi barista”? Non basta il nostro barista? Serve un barista in più?
Mica avranno intenzione di ingrandire il Subway?
Mille domande. Domande da serata strana.
E poi un’intuizione: il barista se ne andrà.
Sembra impossibile. Lui è una parte del Subway.
Lui è quello che ha Subway scritto in faccia.
Lui è quello che la prima volta che venni qui, in quella giornata infernale,
in cui entrai per caso in questo posto, per scappare per un attimo soltanto
da tutto il mondo, mi guardò e, senza neanche chiedermi cosa volessi,
mi piazzò davanti un bicchiere, ne riempì uno uguale e bevve con me, in silenzio.
Lui è quello che mi lasciò le chiavi del Subway
quando Ritchie decise di raccontarci la sua storia.
Come può andare via?
Rientriamo nel Subway uno a uno.
E sembra che ognuno di noi faccia fatica a digerire il cartello,
perché nessuno si avvicina al barista e chiede notizie. Solo Giancarlo, a un certo punto,
dopo tre bicchieri di quello forte,
si alza, si avvicina al banco e inizia a parlare col barista.

Siamo tutti curiosi. E tutti un po’ tesi.
Coi nostri bicchieri in mano, ci siamo ritagliati un posto da spettatori al film muto che,
a pochi metri da noi, Giancarlo e il barista stanno interpretando con una naturalezza
da actor’s studio.
Sorrisi, qualche espressione difficile da intuire, molte parole. Alla fine, una stretta di mano.
E Giancarlo che torna verso di noi. Con la faccia soddisfatta.
Prima di arrivare al tavolo, si volta verso il bancone e indica di portarci un bicchiere a testa.
Così, pochi istanti dopo ci troviamo a brindare.
Ché certe notti per brindare basta un motivo piccolo, una frase leggera,
qualche parola di un amico che, sedendosi di nuovo al suo posto,
ti dice: “Ma no che non se ne va.
Lo dicevo io!”. E che poi, offrendo un altro giro,
comunica a tutti noi che è stato appena assunto.
Che il cartello serviva a cercare un cameriere che poi, a volte,
potesse anche fare da supplente
al barista. In caso. Giusto in quel caso in cui lui non ci fosse.
Cosa che, nei miei anni di Subway,
non ho mai visto accadere.
Un cameriere con la faccia di Roger Moore. Sarà una grande novità.
Così, alla fine, un altro appassionato di birra, da un tavolo lontano,
si alza e amplifica qualche parola, allungandola fino ai bevitori seduti vicino alla porta.
E ci starebbe un altro brindisi. E non serve neanche pensare di chiedere ancora:
ogni cameriere sta appoggiando un bicchierino davanti a ogni cliente.

Una mano che ormai sto imparando a conoscere ne appoggia uno davanti a me.
Alzo gli occhi e li allaccio a quelli di Sillas. E mi sembrano un po’ tristi.
Ma poi lei mi sorride e sussurra: “Questo è davvero speciale.
Ce n’è una sola bottiglia qui al Subway. E il tuo è l’unico bicchiere che lo contiene.
Assaporalo a fondo. E ricordalo.”
Il Subway è rumoroso, le voci sono alte e la musica avvolge ogni angolo,
eppure il sussurro di Sillas mi raggiunge senza esitazioni,
come se i suoi occhi avessero comunicato coi miei.
E mentre mi confida quanto prezioso sia il contenuto del mio bicchierino,
mi appoggia la mano sul braccio. E quel contatto ha il calore del miglior whisky di Scozia.

La voglio ringraziare. No, le voglio chiedere di berlo con me.
E, se è un solo bicchiere, allora lo divideremo. E se…
Ma è già andata. In un attimo. Con passi veloci. E ora tutti brindano.
E urlano. E il barista dedica un brindisi a chi dal giorno dopo sarà il nuovo portatore
di birre del Subway. E noi giù a congratularci con Giancarlo.
E a tirargli pacche sulle spalle. Di quelle che lasciano il segno.
Ma è un segno bello. Un segno amico.
Lo guardo e dico: “Giancarlo, non pensavo servisse un cameriere in più.
Vi contenderete i clienti!”. E la sua risposta, quel “Veramente ci sarà anche
un cameriere in meno. Anzi, una.” si accavalla alla seconda parte del brindisi del barista:
un saluto a chi al Subway ha dato molto e che ha deciso di andarsene per cambiare.
E il nome non ha bisogno di essere ripetuto.

Sillas ha lasciato il Subway. L’ultimo gesto è stato appoggiare un bicchiere speciale davanti
a me e una mano sul mio braccio. Poi, è uscita dalla porta.
E ora, al sapore del whisky, si aggiunge il sapore delle occasioni perse.
E il primo impulso è seguirla. Ma poi sopraggiunge il pensiero che,
se avesse voluto essere seguita da me, non sarebbe andata via così.
Mi appoggio quindi alla mia sedia, fingo di brindare, ascolto la musica in sottofondo.
E provo quella strana sensazione di qualcosa di fuori posto.
Come quando nei film il labiale non ha nulla a che vedere con il filmato.
Certo: puoi seguire lo stesso il film. Ma quella sensazione di sfasamento
ti impedisce di sganciarti dalla realtà.

Quando già sto meditando di uscire dal Subway e tornare a casa,
oppure farmi un giro in moto per vedere di ritrovare la giusta visione del mondo,
il barista si presenta davanti a me e con una faccia che pare emanare comprensione mi dice:
“Questo credo proprio che sia tuo” e mi appoggia davanti alle mani un piccolo pacchetto blu.
Poi mi batte una mano sulla spalla e torna nel suo regno:
dietro il grande bancone in legno del Subway.

Così, mentre intorno a me i brindisi si sussegguono,
apro la carta blu che avvolge la piccola scatola.
Poi, sollevo il coperchio: dentro è riposta l’etichetta di una bottiglia di whisky.
Solo l’etichetta. Capisco subito: è quello dell’ultimo bicchierino.
Lei ha detto che al Subway ce n’era solo una bottiglia e che era speciale.
E lo era davvero. Ne rimane un sorso nel mio bicchiere.
Così lo porto vicino al naso e mi lascio invadere da quell’odore. Non voglio dimenticarlo.
Poi, lentamente, bevo quel sorso, trattenendolo qualche istante in bocca,
prima di deglutire e lasciarmi andare al retrogusto. A quel punto, prendo il portafogli
e mi appresto a riporre l’etichetta. Ed è mentre la sto mettendo nel portafogli che noto il retro:
riporta una scritta.
“Se tu volessi ritrovarmi, ora sai come.” e un numero di telefono.
Sillas se n’è andata. Sillas, in un modo così suo, mi ha segnato la strada per ritrovarla.
Sorrido. E decido che è davvero venuto il momento di andare a casa.
Credo di avere una telefonata da fare.

Mi alzo. E, mentre mi sto infilando la giacca, rivolgo lo sguardo all’uscita.
Come se quel gesto mi portasse già fuori. Qualche istante più vicino a parlare con quella donna.
A parlarle come non abbiamo fatto in questi anni in cui siamo stati vicini eppure separati
da un bancone o da una tazza o da un boccale.
Mi vedo già fuori, già pronto a salire sulla mia moto.
Mi sembra di sentire già il peso del casco sulla testa e il motore che si accende.
Mi giro per salutare gli amici.
Per dire che io vado e che vado per una buona ragione.

Ed è in quel momento che quattro uomini,
coi volti coperti da passamontagna, entrano nel Subway.
E’ in quel momento che estraggono delle pistole.
E’ in quel momento che Giancarlo, che si trova vicino alla porta, cerca di fermarli.
Proprio mentre uno di loro sta urlando “State tutti fermi.
Comportatevi bene e tra poche ore sarete di nuovo nelle vostre casette”.
Giancarlo apre la bocca, ma il suono è quello di un’esplosione.
E poi c’è solo il suo corpo che cade per terra e delle macchie rosse tutt’intorno.
In molti ci muoviamo verso di lui. “Provateci!” è la parola che ci colpisce e ferma.
“Adesso vi dimostreremo che non scherziamo”, dice il più alto tra loro.
E afferra una donna, una poco distante dall’uscita. La prende per i capelli. E la tira a sé.
E le infila la pistola in bocca.
E il Subway è tensione. E il Subway è odore acre. E il Subway si blocca.
E quell’uomo dice: “Chi indovina cosa farò ora?”

Avete presente quelle serate strane?
La più strana si è appena presentata al Subway.
E ho la sensazione che sarà una lunga serata.

(continua nella prossima puntata.
Online dal 3 marzo.)
postato da: capitansqualo alle ore 14:01 | link | commenti (3)
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martedì, 12 giugno 2007


Star al Subway.

Piove.
Fuori.
Piove forte, tanto che il cielo era scuro già a metà pomeriggio. Un giorno di quelli in cui è inutile tentare di non bagnarsi. Un giorno di vapore acqueo.

Nel Subway, invece, chiunque entra trova calore e luci soffuse. Oggi è una serata particolare: le lampade riposano e l’illuminazione è affidata a centinaia di candele. Un evento speciale e inatteso. Anche dai gestori. Si potrebbe semplificare dicendo che è saltata la corrente. Ma si perderebbe un po’ di poesia. Diciamo che oggi doveva andare così. E che, in fin dei conti, le candele danno a questi tavolini un fascino particolare e il ritmo pieno del contrabbasso ben si sposa con il tremolìo delle tante fiammelle sparse per il locale.

Io e Rita stiamo aspettando la nostra birra. Scura, scurissima, più della penombra, la mia, bionda e intensa la sua. Non pensate male.
Intendo: io e Rita, al tavolo, a lume di candela. Insomma, avete presente Rita!  Immaginatela accarezzata da riflessi di luce.
Ecco.
Chi entra mi guarda con occhi d’invidia. Giustificata solo a metà. Nel frattempo, arrivano le birre. Ci concediamo un brindisi alla pioggia e beviamo: schiuma e luppolo, la serata inizia bene.

C’è qualcosa di cui Rita vuole parlarmi. Non me l’ha detto apertamente. Non lo fa mai. Mi ha chiamato e mi ha chiesto se mi andava una birra. E ora sta parlando a raffica, come quando non sa bene come arrivare al punto. Lascio che si rilassi, girando attorno a tanti argomenti, raccontandomi della sua giornata, della collega che la tempesta di commenti sul Grande Fratello, del capo che tra una frase e l’altra lascia ogni tanto cadere qualche invito allusivo, di quelli che possono essere colti e portare a un letto oppure sembrare semplicemente dei piccoli malintesi, trappole che nascono già con una scappatoia aperta e pronta.

Sono già a metà della mia birra, quando Rita mi guarda e dice: “Senti…”. 
Rita al 100%: gira intorno, ma quando trova coraggio o ispirazione parte e non la fermi più. Tranne questa volta. Infatti, dopo quel “senti”, ha spostato gli occhi dietro di me ed è rimasta così. Ferma. Zitta. La bocca appena aperta. Fermo immagine tridimensionale. “Rita?”
Niente.
Mi giro per vedere cosa l’ha bloccata. I tavoli cominciano a popolarsi.
Le cameriere ripetono i passi della danza di ogni sera. Al bancone c’è un tizio che beve la sua birra. Mi volto di nuovo verso Rita.
“Senti, ma cosa diavolo…”.

Zac.
Scintilla tra due neuroni. In un deciqualcosa di secondo, capisco. E mi volto di nuovo, di scatto. Con gli occhi spalancati. “Quello…quello…è Ritchie Singleton. Lui…quello…Singleton, proprio Singleton, intendo. Non è possibile. Vero? Non è…beh, ma lo è…chi è? Insomma…è Singleton, intendo”.
Rita mi guarda e sorride: “Già. Lo è. O è il suo sosia perfetto”.
E a quel punto pronunciamo all’unisono quella monosillabica espirazione di stupore: “Oh!”.

Potete sicuramente capire il palpito. Voglio dire: puoi non intendertene di musica, puoi amare solo il country, puoi essere totalmente contrario per natura, religione o scelta all’usanza di venerare alcuni personaggi famosi. Ma è impossibile non emozionarsi, almeno un pochino, incrociando per strada Tom Waits, facendo benzina al self service e vedendo nell’auto vicina Eddie Vedder oppure scorgendo allo stesso supermercato dove ogni sera fai la spesa, nella stessa corsia dei vini, David Bowie indeciso tra un Merlot e un Pinot Nero.
Insomma, mi ha fatto un certo effetto anche vedere Lou Reed a Barcellona, fermo tra la gente, e Nick Hornby ad Hyde Park.
E non sono neanche sicuro che fossero veramente loro.

Ma ora, qui, a cinque o sei passi da Ritchie Singleton…restare imbambolati è il minimo. Rita è la prima a ridestarsi.
“Secondo te, verrebbe qui a bere con noi?”.
“Ma figurati!”.
Rita annuisce. Poi fa cenno di no. “Che ne sai? Io non avrei neanche mai immaginato di trovarlo in questo posto!”.
“Già!”
Rita spalanca gli occhi e pare che funzioni: una soluzione le appare davanti alle pupille: “Invitalo!”.

Cos’è quel pudore a mostrarsi vulnerabili a un no, quando il rischio di quel no è legato a qualcuno che, per strani motivi, strani quanto testi di canzoni e note combinate con rara maestria, stimiamo senza aver mai incontrato? Forse è che, a ben vedere, tutti abbiamo bisogno di esempi. Di punti d’arrivo da porre davanti agli occhi, per ricordarci che possiamo essere più di ciò che siamo. Se non sul palco di un gigantesco concerto, su quello più piccolo e forse più impegnativo della nostra vita di tutti i giorni.
“Rita…io non penso che…”.
“Non pensi di averne il coraggio. Lo capisco.”
“Non ho detto questo.”
“Ma lo stavi per dire.”
“No.”
“Fa niente. Non ti preoccupare.”
“E’ che…”
“Ti ho detto che non fa niente. Anzi, sai cosa? Vado io.”
“No, ci vado…ci vado…”
“Mica devi per forza. Vado io, dai.”
“Ho detto di no. Vado…ecco.”

E’ più difficile il primo passo o l’ultimo, quando ti separano da uno degli dei del tuo personale Olimpo? Non lo so. Non lo so davvero. So, questo è certo, che è al secondo passo che in situazioni come queste ti coglie in pieno la chiara coscienza di quanto è facile per una bella donna spingerti a fare qualcosa.
Trucchi comodamente alloggiati nel dna femminile. Basta un “Sì, capisco che non sei abbastanza uomo da fare…” e tu sei già là che stai facendo ciò che non avresti fatto neanche con una pistola puntata alla tempia. L’impulso primordiale ci fa alzare e partire, lancia in resta, magari un po’ mugugnanti, con impigliato tra i denti quel “Ti faccio vedere io se non so fare una cosa così!”.
E, nel tempo di un passo, senza neanche un reale bisogno di uno sforzo di pensiero, ecco che rinsavisci, quando ormai è troppo tardi, nella consapevolezza di essere un uomo oggetto, una scimmietta giocattolo, caricata a molla e già lanciata verso il muro, con i piattini di alluminio che sbattono fingendo di dare il tempo a un’invisibile orchestrina da circo.
Mentre penso a tutto questo, giro la testa verso Rita: sta sorridendo, per il successo del suo stratagemma, immagino, o per lo sguardo rimbrottante che le rivolgo. Poi fa gli occhietti da dolce scoiattolo. Scuoto la testa, con aria di rimproverarla, e le faccio qualche boccaccia prima di tornare a girarmi per guardare dove sto andando. Appena in tempo: inchiodo a meno di una spanna dal boccale di mr. Ritchie-luipropriolui-Singleton.

Ora, provate a pensare all’immensa scelta di parole da far seguire a quel “Ehm…I…” con cui riempio interamente i primi cento o più secondi dell’attenzione che Ritchie Singleton, vedendomi a un nonnulla dal frontale col suo boccale, mi dedica.
Beh, la mia scelta è “Ehm…beer!”.
Ritchie alza un sopracciglio. E forse va bene così. Perché a quel punto mi sento uno stupido e non me ne frega più niente che lui venga o no
al nostro tavolo. E mi esce, senza che neanche me ne accorga, uno spontaneo: “Lascia stare, è che oggi non è giornata”.
Gli appoggio per un secondo la mano su una spalla, stringo un pochino, gli do una pacca e mi avvio verso il tavolo, verso Rita e verso la mia birra. Solo che un “Neanche per me, mi sa.” mi arpiona e mi costringe a voltarmi di nuovo verso quella rockstar appollaiata al bancone del mio locale preferito.
“Come?”.
Ritchie mi guarda. E fa un sorriso un po’ triste, annuendo impercettibilmente, in quel modo in cui muoviamo la testa accompagnando uno sconsolante e liberatorio pensiero in puro stile “ma sì, tanto ormai, cosa conta?”.
“Ho detto che temo che non sia giornata neanche per me. Per quanto vale, temo che non sia proprio il mio anno.”
Un dubbio. Un dubbio che mi scivola dalla pancia al cervello, come farebbe una goccia d’acqua sulla pelle, ma risalendo al posto che scendendo. Ecco: come una goccia d’acqua sulla pelle mentre stai facendo la verticale.
“Sei un sosia? Intendo: gli somigli, sei un sosia di chi penso?”
“No. Sono io. Perché un sosia?”
“Abbiamo avuto un’esperienza interessante con un sosia, qualche tempo fa, in questo stesso pub (puntata del grosse katze, ndr.). Però, scusa la domanda, se sei chi penso allora sei Ritchie Singleton, è corretto?”
Lui annuisce di nuovo in quel modo ciondolante e rassegnato. Poi beve l’ultimo sorso di birra, guarda il boccale vuoto, come a cercare qualcosa, come se la riposta fosse là.
“E’ per l’italiano? Il tuo sbigottimento è dovuto al mio italiano?”
Mi accorgo che da quando mi ha parlato sono diventato un po’ aggressivo. Forse perché, se risultasse essere un sosia, mi sentirei preso in giro. Lui deve aver percepito la mia tensione, perché il suo tono tradisce un lento posizionamento sulla difensiva.
“Scusa, non volevo aggredirti. Senti vieni al nostro tavolo. Ci beviamo una birra insieme. Che dici?”
“Non ti romperò le uova nel paniere? Insomma…con quella ragazza…”
“Non ti preoccupare. Ormai con Rita siamo troppo amici perché si possa pensare ad altro. Vieni!”

Mentre lui si alza e si avvia al tavolo, indico al barista di portarci altre due birre.
“Certo che, poi, questa storia delle uova nel paniere. Sono anni che mi disturba. Se è un paniere, che ci fanno le uova dentro?”
Ritchie, o chiunque sia, mi guarda col sopracciglio alzato.
“Ok. Lascia perdere. Riflessioni mie. Possono aspettare. Ne parlerò col mio gatto più tardi. Vieni…ecco lei è Rita, lui Ritchie, scrollatevi le mani!”
Ritchie prende posto su una delle sedie e io mi rimetto davanti al mio boccale quasi vuoto. Lo raccolgo e lo svuoto del tutto. Pregustandomi l’espressione di Rita quando Ritchie dirà le prime parole. Per aiutarlo, inizio io: “Sì, è l’italiano.”
Rita mi guarda: “Dici a me?”
Ritchie interviene: “No, a me, credo.”
Rita spalanca gli occhi, nelle sue pupille leggo un complimento in arrivo, una cosa tipo “Hey, che italiano quasi perfetto!”, poi leggo l’approssimarsi di un dubbio, probabilmente lo stesso che ha colto me. Potrei vendicarmi per avermi usato, ma sono buono: le evito tutta la strada e indico la scorciatoia.
“Non ero proprio sbigottito, più una sensazione come quella che provi quando vai in bagno e, tornando, ti siedi al tavolo sbagliato e te ne accorgi solo dopo un po’, tovagliolo già sulle gambe e boccone in bocca, quando ti rendi conto di essere seduto con due sconosciuti che ti fissano incuriositi. Insomma, capirai bene: hai a casa due dischi e tre cd degli Stormy Monday, addirittura un dvd del penultimo tour, hai applaudito davanti alla tv quando li hanno premiati per il terzo disco d’oro, sei andato a vederli in tre concerti, uno dei quali sotto una pioggia torrenziale, conosci i nomi di tutti i membri, sai che arrivano da Christchurch, Nuova Zelanda, in tutte le interviste parlano inglese…poi, un giorno qualunque, un giorno di candele, ti volti e vedi al bancone del Subway il cantante di quel gruppo, che beve da solo, ti fai convincere da un’amica a invitarlo al tavolo, gli rivolgi poche e…beh…poco ispirate parole e, sorpresa, quello parla italiano come un italiano. Non ti stupiresti un pochino?”
Rita ha il dono della sintesi: “Sono basita: tu sei italiano?”
Ritchie è ancora più sintetico: “Già!”.
Poi riemerge la Rita di sempre: “Da quando?”.
E Ritchie, per la prima volta, fa un accenno di sorriso vero. “Ah, penso da sempre. Io…”
Si zittisce per un istante. Un  attimo dopo arriva una cameriera con un vassoio: due pinte e qualche stuzzichino. E’ una delle due cameriere non simpatiche, perlomeno a me. Non ti guarda mai in faccia, ti lancia la birra sul tavolo come se le avessi fatto qualche sgarbo. La prima volta che me la sono ritrovata davanti, dopo il suo “Cosa prendete?”, ho accennato un sorriso e ho detto “Buona sera”, così, semplice: senza ammiccamenti, senza toni melliflui. Tanto per dire che siamo persone e ci sta bene un saluto. Lei ha risposto con un “Anche a voi”, con un sorriso volutamente forzato, mentre metteva in mostra la mano con la fede al dito. Ho provato a chiarire: “Guardi che non stavo cercando…”. E lei mi ha interrotto con un falsissimo “Certo, no problem. Quindi, cosa prendete?”. Alan è intervenuto ordinando delle birre prima che io potessi lanciarmi nelle mie solite dissertazioni. Ora, ci sono due birre piene davanti a me e Ritchie, Rita ha ancora metà della sua e gli stuzzichini sembrano davvero invitanti.

Ritchie afferra il suo boccale, lo solleva a mo’ di brindisi e finalmente sembra un pochino più rilassato:
“Va bene. Facciamo così: un sorso di birra e vi racconto. Mi farebbe piacere che quanto sentirete restasse tra noi, ma questo sarete voi a deciderlo. Io non posso più tenermi tutto dentro, ci sono pesi che vanno alleggeriti. E per qualche motivo mi sembrate le persone adatte. Ok?”
Rispondo io, cercando di rendere più lieve il momento: “Per forza siamo adatti: occupi mezzo metro quadrato della mia libreria sbilenca! Dai, cin cin. Bevi, assaggia una di queste prelibatezze e poi racconta ciò che desideri.”

Ritchie assaggia un pezzo di panissimo. Si tratta di una trovata del cuoco del Subway: pane cotto sulla brace, che viene cosparso con una spolverata di rafano grattugiato, velato da un sottile strato di senape, decorato da piccoli pezzi di prosciutto di cinghiale, affumicato e saltato in padella, e da pochissimi filamenti di crauto. Non ho ancora capito se abbiamo scelto il Subway come punto di ritrovo per i suoi stuzzichini intriganti, per la birra buonissima e servita alla temperatura giusta o per l’atmosfera. Di sicuro è lontano dalla casa di ognuno di noi. E forse c’entra anche questo: volevamo qualcosa di lontano. A volte, mi viene da pensare, qualcosa di lontano da casa ti aiuta a rilassarti di più.
Una voce mi strappa ai miei volteggi cerebrali.

“Come immaginerete, il mio nome non è Ritchie. Così come il mio cognome non è Singleton. Entrambi sono l’invenzione del vero genio del gruppo: Paolo Burracchi, il nostro manager, che voi avrete sentito nominare come J.S. Cardone. Anzi, è anche difficile averlo sentito nominare: lui non ha mai amato apparire. Eppure il nostro successo lo dobbiamo a lui. Insomma, gli Stormy Monday sono un’idea sua. Non solo il nome, ma tutto quello che voi associate a quel nome. Noi eravamo solo cinque ragazzotti. Lui ci ha plasmati creando il progetto Stormy Monday.
Io e altri tre eravamo compagni di classe, al liceo. Donnie, il nostro tastierista, frequentava un altro liceo, ma abitava vicino a casa mia, eravamo amici d’infanzia. Paolo era il fratello più grande di Donnie. Che poi Donnie si chiamava Edoardo, e come sapete è morto meno di un anno fa. In qualche modo, per colpa di suo fratello. Non parlo di omicidio, naturalmente. Ma mai overdose fu più vicina a esserlo. Donnie era un ragazzo a posto, così a posto che difficilmente avrebbe frequentato le proverbiali cattive compagnie. Non fosse che se le trovò in casa. Stavo dicendo che eravamo compagni di classe e…”

Ritchie guarda l’ultimo pezzo rimasto del panissimo e Rita gli fa cenno col mento di prenderlo. Noi, in effetti, ne abbiamo già mangiati tre a testa. Lui mangia, assapora, si direbbe. Poi riprende a parlare. Accompagno il suo racconto concedendomi un lungo sorso di birra. Già, forse è questo il principale motivo per venire qui al Subway: così densa, corposa, con quel lieve picco amaro. Come certi ricordi.
 “Io e Donnie suonavamo spesso nei pomeriggi. Niente di troppo impegnativo. Soprattutto cover. Solo ogni tanto osavamo comporre qualcosa di nostro. Non troppo complicato, pezzi ben ritmati, rock di quello diretto, semplice e traboccante energia. Cose alla Hanoi Rocks, tanto per intenderci. Avevamo le ambizioni che hanno tutti i liceali con un gruppo rock: sognavamo di diventare delle star, ma tutto sommato eravamo contenti dei nostri piccoli concerti nei localini della città e del modo in cui le ragazze ci guardavano quando salivamo sul palco. Fu proprio alla fine di uno dei nostri concertini che Paolo, che per l’occasione era venuto a vederci, decise di offrire una birra a tutti e, dopo un brindisi per la nostra esibizione, ci comunicò che aveva deciso di diventare a tutti gli effetti un membro del gruppo. Eric, che al tempo era ancora il mio ingenuo compagno di banco, adottò a partire da quel momento il ruolo di antagonista di Paolo e gli chiese se avesse già bevuto troppa birra o cosa. Gli disse che non eravamo alla ricerca di nuovi membri e che, benché la nostra esibizione avesse nuovamente messo in luce alcune lacune nella nostra preparazione musicale, le cose andavano abbastanza bene così: eravamo un gruppo affiatato, le canzoni che suonavamo ci piacevano, la gente si divertiva. Infine, dopo una piccola cesura, ironizzò sul fatto che non gli risultava che Paolo suonasse alcuno strumento. A meno che dar fiato ai propri pensieri inutili non si considerasse far musica. Paolo lo guardò fisso negli occhi. Non come un ragazzo ne guarda un altro, ma come un uomo sfida un altro uomo. Con voce fredda e con un certo gusto, rispose che lui non aveva mai detto di voler suonare con noi. Semplicemente, da quel momento ci avrebbe guidati. Indicandoci i passi da fare, decidendo che canzoni suonare e organizzando i concerti.
Prima ancora che qualcuno di noi, rabbiosamente, si prendesse cura della dovuta risposta, Paolo giocò il jolly che teneva nascosto nella manica: aveva la possibilità di farci esibire al Festival delle Tre Città, un vero e proprio punto di partenza verso concerti più importanti, anche fuori dalla nostra regione, anche all’estero. Un salto di livello insomma. E grosso. Un’occasione - come ci fece capire molto bene - da pagare con la sua incoronazione a manager del gruppo, con pieni poteri. E la sua prima decisione fu quella di chiamarci Stormy Monday. Alle nostre richieste di spiegazione sul perché proprio quel nome, rispose che bastava il fatto che l’aveva scelto lui. E, comunque, siccome era lunedì e, a quanto pareva, ci sarebbe stato ancora molto da discutere, il nome era davvero azzeccato. Nessuno di noi, dopo aver assaporato anche solo per un secondo l’idea di suonare al Festival delle Tre Città, difese l’indipendenza della band dal comando di Paolo. Così, al posto di vendergli l’anima, gliela regalammo. E…mi giudichereste male se ordinassi un'altra birra?”.

Rita ride. Io sorrido: “Sì, a meno che non ne ordini anche per noi!”.

Così Ritchie si alza e va al bancone. Da lontano vedo il barista parlare con lui e poi sgranare gli occhi, indicare quel cliente appena riconosciuto e abbacchiarsi in un gesto di spalle cadenti e sopracciglia allentate quando Ritchie fa cenno di no.
Quando torna al tavolo, quella star in incognito ha tre boccali traboccanti di birra e tante cose ancora da raccontare.
Ci prendiamo tutti e tre il tempo per apprezzare il primo sorso, quello che mescola sapientemente liquido e schiuma. Poi, Ritchie si ritrasforma nel documentario vivente di quel gruppo acclamato in tutto il mondo e ci accompagna alla scoperta di risvolti che molti giornalisti amerebbero anche solo immaginare.

“Va da sé che Paolo, oltre a essere un arrogante bastardo, era davvero in gamba come manager. Non so dove avesse imparato l’arte di progettare e realizzare successi, ma di sicuro gli riusciva bene. Al Festival delle Tre Città riscuotemmo un grande successo. Un buon numero di spettatori stava aspettando la nostra esibizione, centinaia di persone giostrate a dovere dalla stampa locale e dai consigli ben congeniati di molti speaker radiofonici. E dietro a tutti quei burattini c’era Paolo. Che in una decina di settimane si potesse creare una tale aspettativa non ci sorprese così tanto quanto un duplice annuncio di Paolo, a noi cinque, poche sere prima del concerto: ci saremmo esibiti con il nome di Work in Progress e, dopo il Festival delle Tre Città, sarebbero cambiate molte cose, compreso il numero dei membri della band: si sarebbe aggiunto un personaggio chiave, ci disse, qualcuno che ci avrebbe aperto le porte verso quelle che lui definì come ‘nuove, felici e orecchiabilissime lande’ e il resto l’avremmo saputo solo alla fine dell’esibizione. Inutile dire che lo show andò bene, anche se non era di certo paragonabile a quello di un gruppo di livello mondiale. Ma le canzoni filarono folate di vento, il pubblico cantò insieme a noi, qualche reggiseno atterrò sul palco e non terminammo l’esibizione prima di un paio di bis. Quella notte ci sentimmo piccoli dei, in viaggio verso un mondo eletto che ci avrebbe colmati di felicità. Festeggiammo fino all’alba e bevemmo e suonammo e ci divertimmo, senza chiederci mai dove fosse finito Paolo. Quella notte fu illuminata di gioia. La notte successiva, invece, fu molto diversa e ci sembrò molto più buia del…”.

Buio. Intendo qui, ora, nel Subway. Di nuovo la luce sembra essersi spaventata per i tuoni ed essersi rifugiata dietro qualche pesante tenda. Oppure, riconoscendo nei fulmini qualche parente o affine, pare essere corsa incontro al temporale per dargli il benvenuto. Lasciandoci al debole chiarore delle poche candele non ancora consumate.
Mentre le cameriere girano a sostituire le candele sciolte, vedo Ritchie fissarmi in quella penombra. Come se cercasse qualcosa nei miei occhi. Spingendo a fondo il suo sguardo, fino a dirmi: “Tu non hai il minimo dubbio che quello che ti sto raccontando è vero. Come mai tanta fiducia?”.
Già, come mai? Perché fino a mezzora fa ero arrabbiato, pensando di trovarmi davanti a un altro sosia, mentre ora sto ascoltando con interesse e coinvolgimento quest’uomo che parla una lingua che mai avrei immaginato fosse la sua?
“Per quello che la tua voce dice mentre racconta altro. Per il suono tridimensionale delle tue parole. Ché le parole inventate, le storie raccolte nel campo dell’immaginazione, non hanno tre dimensioni. A meno che non gliele costruisca chi le ascolta. Ma io non lo sto facendo. Così credo che tu dica la verità. Non solo: penso che ti sia costato molto decidere di raccontarla. E sono onorato che ti sia sentito libero di farlo con noi.”
Rita, che finora, stranamente, ha parlato poco, posa la mano sul braccio del nostro nuovo amico e gli rivolge una sola frase: “Ci sono volte in cui non si sceglie di gettare la maschera: semplicemente è diventata troppo stretta e salta via.”
Io e Ritchie la guardiamo. Seri. Insomma, abbastanza seri. Poi Ritchie prende il boccale di Rita e ci guarda dentro per sottolineare che lei non ha ancora finito la sua seconda birra, un po’ presto per grandi proclami da saggezza alcolica, e un attimo dopo stiamo ridacchiando tutti e tre.
“Hey, mica sono sbronza!”.
Non è una frase che fa ridere, ma in quel momento ci fa scoppiare di nuovo in un fragoroso botto ridanciano.
“Va bene, per provarvelo offro io il prossimo giro!”, mentre lo dice alza il braccio e in un secondo si trova una cameriera di fianco. Sarebbe un esempio sorprendente di efficienza, non fosse che la cameriera stava già per fermarsi al nostro tavolo. E, infatti, non sta degnando Rita di uno sguardo e non presta attenzione neanche a me, che provo una lieve fitta di gelosia, visto che tra tutte lei, Sillas, occhi scuri e nome affascinante, è la cameriera che mi piace. Niente di più, giusto una sorta di sintonia tra i miei occhi e i suoi movimenti. Ok, va bene, qualcosa in più. Una specie di sensazione. Ma ora lei sta guardando il nostro caro Ritchie. Dopo una pausa di esitazione, erompe in: “Lei è…ehm…ops…aren’t you Ritchie Singleton?”.
Lui fa cenno di no: “No.”
Lei incalza: “But I was in London, at the Regent Hotel, when your friend died, I mean when Donnie…”
Ritchie trattiene molto bene ogni emozione e si gioca altrettanto bene le sue carte: “Mi spiace, mi capita spesso che mi scambino per lui, ma io non sono una rockstar neozelandese.”
A quelle parole, parole italiane, Sillas si convince. “Oh. Somiglia tantissimo, però, eh! Complimenti!”.
Rita s’intromette: “Se ti ordiniamo due birre, la sua somiglianza con Ritchie Singleton vale uno sconto?”
La cameriera sorride, per un  attimo, poi torna seria e alla fine decide che non ci sta male un po’ di gioco in una serata di penombra come questa: “Oggi è giornata di sconti per i sosia di Freddie Mercury, di Brad Pitt e di Emily Watson, dovrà tornare nella serata giusta! Niente sconto, mi spiace, ma le due birre ve le porto subito.”
Poi, prima di uscire dal cerchio immaginario in cui le confidenze di Ritchie ci hanno inscritti, mi dedica un’occhiata e una piccola cortesia: “A te, scura, vero? La tua solita?”
Sorrido. Annuisco. Forse troppo: sorrido troppo e annuisco troppo. Ma non so che farci: la lieve gelosia si è dissolta nella dolcezza di quel gesto che, a chiunque, sarebbe parso la domanda di routine di una cameriera nei confronti di un cliente abituale, forse addirittura una domanda in più per evitare di portare una birra e poi doverne portare una diversa. E forse è così. Ma anche se è improbabile che la simpatia forse reciproca tra me e Sillas vada oltre qualche sorriso, non c’è niente di male a immaginare una qualche sorta di complicità.
Rita mi batte sulla spalla e si diverte a stuzzicarmi: “Vuoi il suo numero?”
“Eddai…volevo solo essere gentile.”
Ma lei sa, lei mi conosce. E’ il bello di avere un’amica così. E allora gioco anch’io: “Hai il suo numero?”
“Non ancora, ma, amico mio, mi sembra che lei non veda l’ora di dartelo.” Se fosse così, così evidente intendo, perché non me ne sarei accorto? Sì, va bene, non è periodo, però… Però la cameriera ritorna e vicino alla mia birra posa un bigliettino. Mi si ferma il respiro in gola. E, appena lei si allontana, lo prendo e lo apro. Naturalmente, è solo il foglietto aggiornato con il numero di birre che abbiamo preso finora. Rita richiama la mia attenzione: “Che sciocco che sei!”. Un rimbrotto che contiene così tanto affetto da somigliare più a una carezza. Guardo Ritchie: mi sta dedicando un piccolo sorriso di comprensione. Un sorriso che dice “lo so”. Rompo la parentesi e do una spintarella a Ritchie: the show must go on.

“Quindi, non avete avuto neanche il tempo di godervi il primo successo che vi siete trovati ad affrontare qualcosa di brutto. E’ per questo che Paolo vi ha fatti esibire con quel nome, Work in Progress? SI trattava di un tentativo e a quel punto era pronto a fare sul serio?”.
Ritchie beve un lungo sorso di birra.

“Proprio così. Il giorno dopo la nostra esibizione, ognuno passò la giornata per i fatti suoi. A cena, però, ci radunammo tutti a casa di Paolo. Doveva, a quanto aveva detto, illustrarci i dettagli del suo progetto. Quella sera pioveva. A dirotto. Più e meno come oggi. Era marzo e i temporali erano normali, ma quel tempo sembrava fosse stato confezionato apposta per l’occasione. Ta Yan, la ragazza asiatica che si occupava di tenere in ordine l’appartamento di Paolo, di stirargli i vestiti, di preparargli da mangiare e, secondo le dicerìe, di soddisfare alcune sue manie private, aveva cucinato un piatto tipico coreano, una sorta di sfoglia spugnosa da tenere in mano e farcire, sempre senza l’uso delle posate, di pezzetti di carne speziata e verdure in umido.
C’era molto vino bianco e la musica in sottofondo era qualcosa di artificiale, un tappeto lounge di suoni stiracchiati.
La cena, pur avvolta da una strana, densa tensione, arrivò fino alla fine tra chiacchiere e idee. Solo che Paolo rimase zitto fino al dolce. Poi fece franare un versante del suo budino a forma di morena, aprì bocca e disse tutto senza fermarsi. Come se si trattasse di un’unica lunga frase. E in pochi istanti passò a rivelarci che aveva appena lasciato la sua fidanzata, dopo averla convinta ad andare a letto con l’organizzatore del Festival delle Tre Città per assicurarci un posto su quel palco, e che, nonostante l’utilità del gesto, lui l’aveva lasciata proprio per quello: perché non poteva stare insieme a una che la dà al primo organizzatore che capita. Poi, senza curarsi del nostro imbarazzato sgomento e parlando con la bocca occupata da pezzetti di budino, ci comunicò che chi di noi era fidanzato avrebbe dovuto seguire il suo esempio e lasciare la propria donna. Che il successo richiede sacrifici e chi non era pronto a farli non aveva diritto a sedere a quella tavola e a quelle, più ricche e saporite, che sarebbero seguite. Ci guardò. Uno per uno. Solo Eric e Josh avevano delle ragazze. Ma in entrambi i casi non si trattava di legami così forti da spingerli ad alzarsi e andarsene. Io vi prego di non giudicarli, come vi prego di non giudicare me per tutte le colpe che ho e che, alla fine del mio racconto, vi saranno chiare: è difficile capire cosa ci passava nel punto più profondo dell’anima in quel momento.
Dopo un altro cucchiaio di budino, Paolo ci comunicò che era il momento di fare sul serio. Nel dirlo lanciò un’occhiata alla esile donna che ci aveva servito da mangiare e quella si diresse verso la portafinestra che dava sul terrazzo. Da fuori, entrò un giovane vestito di nero, i capelli lunghi un po’ umidi per la pioggia scrosciante, gli occhi nascosti da due occhialini a specchio,  una barbetta incolta a coprire la pelle pallida e punteggiata da qualche brufolo troppo evidente. Paolo ci presentò il nuovo ospite dicendo che il suo nome non contava e che lo avremmo chiamato tutti Mr. Song e che, da quel momento in avanti, sarebbe stato un importante e insostituibile membro del gruppo. Ci disse anche che da quell’istante in poi Stormy Monday sarebbe stato l’unico modo in cui il mondo ci avrebbe
conosciuti e che ognuno di noi doveva rinunciare alla sua identità in favore di nomi e atteggiamenti più internazionali. Il gruppo sarebbe risultato provenire da Christchurch, in Nuova Zelanda. E Mr. Song, che si rivelò essere un genietto del computer e che aveva campionato quasi tutte le canzoni di successo degli ultimi trent’anni, aveva anche inventato un programma che permetteva di separare in piccoli frammenti di pochi secondi ogni canzone, per poi incastrare i pezzetti in nuove combinazioni, contenenti abbastanza dna delle canzoni d’origine da essere riconosciute a livello subliminale, ma al tempo stesso così poco da non poter essere neanche lontanamente identificate come plagio. Insomma: la formula per avere già la certezza della risposta del pubblico. Secondo le parole di Paolo, si trattava di una sorta di big bang, che stava per dare vita al più grande mito del mondo del rock. Un mito chiamato Stormy Monday, un mito che avrebbe prodotto un sacco di soldi, il 70% dei quali sarebbero finiti nelle sue tasche. Quando Eric, con una nota sprezzante, chiese a Paolo se per caso, tra tutte quelle decisioni, avesse stabilito anche se lasciare a noi la scelta di qualche dettaglio, l’interrogato, finendo in un solo boccone la metà rimasta del budino e alzandosi per andare a fumare sul terrazzo, rispose che potevamo scegliere i nostri nomi. Lui si sarebbe limitato ad approvarli. Terminò il suo monologo augurandoci la buona notte e svanendo. Inutile dire che quella non fu una buona notte.”

Guardo Ritchie e mi rendo conto che sembra un po’ provato. Poi mi guardo intorno e mi accorgo che il Subway si sta pian piano svuotando. Manca circa un’ora alla chiusura. E penso che sia il caso di consacrare questa serata con qualcosa fuori dall’ordinario. Così mi alzo e vado dal barista a fare una richiesta insolita. Torno al tavolo con una birra piccola per Rita, che ha deciso di limitare il contenuto alcolico, e due piccoli bicchieri per me e Ritchie. Li riempio quasi fino all’orlo e appoggio tra quelle due botticelle di vetro la bottiglia di Cask. I due bicchierini, incocciando le rispettive vetrosità, producono un suono sordo e pieno. Il primo sorso assale le papille con decisione e prende la via della gola inseguito da piccole fiammelle, dimenticando scintille di gusto lungo il cammino e spedendo indietro, pochi istanti dopo, un manipolo di coraggiosi effluvi a ripescare quei fuocherelli e sostituirli con una densa e affumicata atmosfera di notti scozzesi. Al secondo sorso, io e Ritchie ci guardiamo e lui fa cenno d’apprezzare l’eccezionale qualità di questo capolavoro. E’ un tale mistero come l’uomo possa raccogliere torba, acqua e malto e, con l’insostituibile aiuto del legno e del fuoco, trasformarli in liquida evocazione. Chissà quanta immaginazione c’è voluta, le prime volte. E quanta dedizione, nel mutare gli errori in insegnamenti per raggiungere una simile perfezione. Ché i grandi traguardi si raggiungono solo attraverso la dura e, talvolta, frustrante lezione degli errori. Una verità che, almeno nei primi tempi, secondo quanto Ritchie ci stava raccontando, Paolo non sembrava subire.

“Dopo quella cena, non fummo più gli stessi. Non solo per i nomi inventati e il passato trasformato a beneficio dell’alone di mistero che una band doveva, secondo Paolo, avere e nutrire in continuazione. Ma anche perché quella serata aveva reso chiaro al nostro manager e, soprattutto, a noi stessi che eravamo davvero pronti a tutto pur di raggiungere quella gloria che ci avrebbe resi dei. Chiarì anche il fatto che non fosse solo Paolo a nutrire cieca fiducia nelle sue capacità di portarci in vetta a quell’olimpo: con la nostra obbedienza e la rinuncia a essere liberi, avevamo dimostrato di non avere dubbi che lui sapeva come mettere in atto ciò che prometteva. Non
era forse questo che convinceva popoli antichi a seguire i loro monarchi-guerrieri e combattere per anni in deserti senz’acqua o in foreste gelate, lontani da casa, pronti a morire per una parola del re? Non era esattamente uno spirito identico che animava ciascuno di noi, ma di certo aleggiava in noi la stessa, falsa pretesa del compromesso. Nei nostri pensieri, risiedeva l’idea che, una volta famosi, avremmo abbandonato quella via tiranna e senza morale, per piegare il successo alle leggi del nostro cuore e reimpossessarci della nostra dignità e del rispetto per ciò che eravamo. Come quei popoli antichi, ci cibavamo di futuro, cucinato a fuoco lento dalla nostra stessa ingenuità. 
E quel cibo era saporito, gustoso e inebriante. I primi anni, infatti, sfrecciarono come dietro al finestrino di un treno lanciato alla massima velocità. Mr. Song adempì al suo compito in modo straordinario: in poche settimane ci ritrovammo con così tanto materiale che incidemmo contemporaneamente il primo e il secondo disco. ‘The prelude’ venne pubblicato in gran segreto e le doti di Paolo permisero a quell’album di comparire letteralmente negli scaffali dei negozi senza il minimo clamore, come se avesse occupato quel posto già da molto tempo. E, in effetti, la data sul retro-copertina corrispondeva a due anni prima di quando in realtà lo registrammo. Paolo diceva che, quando il nostro secondo disco avrebbe frantumato ogni classifica, sarebbe bastato un accenno al primo lp per scatenare i fan alla ricerca di quel reperto che, colpevolmente, le radio e i media avevano lasciato a marcire senza attenzione per ben due anni. Così, il gemello di quell’album d’esordio, fu il nostro primo vero passo nel mondo della musica mondiale. Si chiamava “A dinner with the devil”, e potete intuire chi scelse un tale titolo. Il giorno della sua uscita nei negozi fu preceduto da articoli e interviste, che vertevano sullo strepitoso seguito di cui godevano i nostri concerti e sulla diffusione straordinaria delle registrazioni pirata di chi, con grande istinto, aveva scoperto prima degli altri le nostre virtù. Era ovviamente tutto falso, ma si sa: una favola ben raccontata è tanto vera quanto si crede che lo sia. Quella favola scatenò tripudio. Tournèe esaurite, stadi pieni, i due dischi che continuavano a vendere senza sosta. E apparizioni in tv, in tutta Europa, e poi in America e in Giappone. E il terzo disco, in cui Mr. Song portò al livello più alto la sua maestria nel creare quelle che lui stesso battezzò Puzzle Songs. E l’acclamazione della folla. Le donne pronte a donarsi come se non esistesse la mattina dopo. Gli alberghi di lusso, i ristoranti accessibili solo a pochi eletti. Le richieste di biglietti per i nostri show che arrivavano da personaggi sempre più importanti. Il successo comincia con un bisbiglio e poi diventa voce e infine urlo. Un urlo così forte che non sei in grado di ascoltare altro pensiero. E nulla ti convince a frenare. A smettere. Fino a quando qualcosa, una sera, alle Bahamas, in un mese di studio di registrazione, di cocktail sulla spiaggia, di massaggi orientali, ti apre gli occhi per pochi istanti. Come una nota stonata in una sonata di pianoforte.”

“La legge degli errori. In agguato quando meno te l’aspetti.”
“Come?”
Ritchie mi fissa e la sua espressione è diversa da quella dell’uomo che si è seduto con noi a bere, ore fa. Sembra che cinque anni gli siano scivolati dagli occhi, dalle sopracciglia, dalla fronte, ringiovanendolo un po’. Donandogli una nuova…luce.
Stringiamo gli occhi di colpo. Non per la luce negli occhi di Ritchie, ma perché sembra che la tempesta sia cessata e al Subway si sono riaccese le lampade. Di solito, a quest’ora, le luci sono soffuse, per non urtare gli occhi già un po’ assonnati. Ma quando la corrente è saltata il locale era illuminato a giorno, per le ultime pulizie prima dell’apertura. E, ora, sembra che un piccolo sole sia caduto tra i tavoli. Per fortuna, il barista è lesto a soffondere tutta quella luminosità. Ritchie coglie l’occasione per riempire di nuovo il mio e il suo bicchiere. Poi indica a Rita la bottiglia, ma lei, che è saggia e pratica, fa segno di no: “E chi guida, poi? Voi due?”
“Guarda che posso benissimo…”
Rita mi mette a tacere senza esitazioni: “Puoi, lo so. E so anche che reggi bene. Ma stasera vi riporto tutti e due a casa io. Accompagno Ritchie ovunque abiti e tu verrai con me, perché non ti ho fatto alcun cenno segreto per farti capire che sei di troppo e quindi la tua galanteria ti impedirà di lasciarmi sola con qualcuno appena conosciuto e probabilmente brillo. Anche se è una persona famosa. Una persona famosa in incognito. E ora, visto che non accetto repliche, bevete!”

Impossibile resistere al mix di bellezza e risolutezza che avvolge il viso di Rita e allora tanto vale lasciarsi andare: brindiamo e beviamo.
Brindiamo al bere, a questa serata di luci intermittenti, alle parole, agli incontri e anche al panissimo che, misteriosamente, è riapparso sul nostro tavolo. Mica tanto misteriosamente visto che, quando lancio lo sguardo verso il barista per ringraziare, lui fa ampi cenni a significare che non è stata un’idea sua e a indicare una cameriera che, in quel momento, non s’accorge di nulla. Quale cameriera potete immaginarlo e potete anche immaginare il mio gesto quando, in risposta alla mia faccia estasiata, il barista imita una canna da pesca e riavvolge il rocchetto, tirando su l’amo che, indubbiamente, si è piantato nella mia bocca. Ma lo sanno tutti? E’ diventato il gioco del Subway prendermi in giro per le mie simpatie? Sbuffo. Poi rido: il barista è una buona persona, un sorriso schietto e uno spirito spontaneo. Alzo il bicchiere nella sua direzione, lui fa cenno di aspettare, si versa un bicchierino da una bottiglia che tiene nascosta sotto il bancone, e risponde a quel brindisi a distanza. Il tempo di celebrare la qualità del whisky con un secondo sorso e poi Ritchie si rituffa in quel fiume di ricordi che pian piano portano verso rapide punteggiate da scogli aguzzi.

“Era da qualche tempo che Eric s’accompagnava a una ragazza molto bella. Era finita nel suo letto dopo un concerto, come accadeva quasi sempre. Ma poi l’aveva seguito per tutta la tournèe. A sentire lui si trattava solo di una groupie che portava con sé perché particolarmente consenziente. Ma a me e a Donnie aveva confessato che c’era qualcosa di più, molto di più a dire il vero. E mi sembrava difficile che Paolo non avesse intuito qualcosa.
Quando Eric ci aprì il suo cuore, gli consigliai di stare in guardia. Un consiglio che lui,  avvolto da quell’euforia che solo certe scintille sanno creare, prese sotto gamba. Disse anche che quella ragazza, così dolce e sensuale, di cui ignorava anche il nome e che chiamava con quel nomignolo, Lulì, che, secondo le sue parole, sembrava un sorriso scappato dalle labbra, non avrebbe creato problemi, né a lui né al gruppo. Ci disse di esserne innamorato. Ma io penso che questa fosse una semplificazione: per quel che credo, Eric sentiva che con lei avrebbe potuto tornare a essere la persona che era stato, un ragazzo come tanti, lontano dai compromessi che stavano minando l’anima di tutti noi. Quando vivi la vita che tutti sembrerebbero volere, accade che certe notti ti rendi conto di volere la vita che tutti vivono. Non lo so quali fossero i progetti di Eric su Lulì, quello che so è che una sera, durante le registrazioni, Paolo si dimostrò particolarmente soddisfatto della nostra esecuzione, soprattutto del contributo di Eric. Anzi, suggerì che ci fermassimo qualche ora in più, in compagnia di Mr. Song, a rifinire la parte della batteria, seguendo quei nuovi spunti di Eric. Non era un comportamento da Paolo, ma non ci facemmo troppo caso. Ma quando, alle due di notte, tornammo in hotel, la pace s’infranse. Eric salutò me e Josh e si diresse verso la camera della sua amante. Un minuto dopo fummo richiamati da urla e rumori di lotta. Accorremmo appena in tempo per fermare Eric prima che, con una bottiglia rotta, sgozzasse Paolo. Il quale Paolo, va detto, avrebbe meritato quella fine: Eric entrando in camera di Lulì, si trovò davanti alla più classica delle scene di sodomia, con Lulì che incitava Paolo a possederla e lui che la percuoteva sulle natiche e sulla schiena. Ci volle tutta la nostra forza per bloccare Eric e tutto l’impegno di Donnie per cacciare Paolo dalla stanza: sulla soglia, il bastardo, con il labbro insanguinato, si era fermato a fissare Eric, per poi sibilargli che lui era stato chiaro, nessuna fidanzata o affini, e le donne di uno sono le donne di tutti. Ci vollero ore per tranquillizzare Eric. Lulì, dopo l’accaduto, scomparve e non la rivedemmo mai più. Paolo uscì di scena per qualche giorno. Con la scusa di impegni negli Stati Uniti per organizzare il lancio del nuovo disco. E noi ci impegnammo a convincere Eric a finire le registrazioni, dicendogli che poi, dopo il tour di lancio, avremmo licenziato Paolo. E che avremmo registrato materiale nostro, che se ne andasse a quel paese anche Mr. CopiaSong. Con queste premesse, terminammo le registrazioni e partimmo per un tour di nove mesi in giro per mezzo mondo. Gli attriti tra Paolo ed Eric erano forti e diverse volte evitammo per un pelo che si lanciassero uno contro l’altro. Ma c’era molto tempo da buttare via, tra un trasferimento e l’altro, e prendemmo a riempirlo girando insieme per le città in cui dovevamo suonare. Ci travestivamo, con barba e baffi finti, cappelli, occhiali da sole, magliette anonime e jeans. E respiravamo a pieni polmoni quella libertà. La libertà da Paolo, dagli Stormy Monday e dai nostri stessi personaggi. Quello che all’inizio era solo un gioco e un modo per distrarre Eric ci mise davanti a una verità ormai difficile da nascondere: ne avevamo tutti abbastanza. Quegli anni così intensi, vissuti sotto false spoglie, senza poterci rilassare nella semplicità di un noioso pomeriggio davanti a un caffè, senza poter vivere una vita di normali passeggiate, di inviti a cena, di box da riverniciare, di spese da fare, di bollette da pagare, di famiglie da costruire, ci avevano riempiti di soldi e di gloria, ma ora tutti noi avevamo bisogno di qualcosa in più. O, come molti penserebbero, qualcosa di meno. Ci ritrovammo noi cinque, in un pub senza pretese, una sera, a bere una birra. Ridemmo di gusto e ci sentimmo di nuovo cinque amici come tanti altri, con il vezzo della musica e qualche sogno da inseguire. Passammo la notte seguente in camera di Eric: io avevo un paio di pezzi da far sentire agli altri, Donnie aveva composto tre canzoni stupende ed Eric aveva in testa un ritornello che eravamo certi potesse farsi amare dal pubblico. Decidemmo di fare fronte comune, come cinque moschettieri uniti in un solo pugno. Il giorno dopo, insieme, affrontammo Paolo. Quello che volevamo da lui era l’assicurazione, messa nero su bianco e firmata, che il quinto album della band avrebbe contenuto almeno tre canzoni originali scritte da noi e che, dopo le registrazioni, lui avrebbe lasciato la guida del gruppo. Contavamo sulla forza della nostra unione e sull’effetto sorpresa. Naturalmente non avevamo fatto i conti con la mente diabolica del nostro manager. Fu lui a parlare per primo. E immediatamente capimmo che sapeva tutto. Ci presentò un avvocato, che in meno di un minuto definì la situazione: per la legge Mr. Song era un fantasma creato dalla nostra immaginazione, Paolo era sinceramente convinto che le canzoni le componessimo noi e nessun tribunale al mondo avrebbe incolpato lui degli innumerevoli plagi facilmente riscontrabili nei nostri dischi. Eravamo con le spalle al muro. Ma non finì così: Paolo si prese una soddisfazione ancora maggiore. Ci accordò il permesso di introdurre nel nuovo cd una canzone scritta da noi. E, quando questa buona notizia ci fece abbassare le difese, ridendo, ci comunicò che eravamo dei cretini, perché non ci eravamo chiesti come mai lui sapesse già tutto. E la risposta era tra noi. Uscì dalla stanza dicendo che l’amicizia è una gran bella cosa, ma il sangue, anche quello sporco, è più forte. Le lacrime sul viso di Donnie erano piccoli specchi che riflettevano tante verità. Ma l’unica che in quel momento riuscimmo a vedere era il suo tradimento. Lo lasciammo solo. Così, nei mesi seguenti, Donnie faceva parte del gruppo, ma senza che nessuno gli rivolgesse la parola. E divenne taciturno. Non parlava con nessuno. E noi non parlavamo a lui. E così non capimmo. Non capimmo.”

Ritchie ora ha gli occhi bagnati di cattivi ricordi. E dietro le sue spalle vedo il barista che mi fa cenno. Mi guardo intorno e mi rendo conto che il Subway è vuoto. Completamente vuoto. Solo noi tre, a questo tavolo, e un omone dal viso gentile, vicino al bancone, che si sta togliendo il grembiule marchiato Guinness e sta aspettando l’ora di andare a casa. Mi alzo e mi avvicino a lui, pronto a scusarmi per l’orario e a rassicurarlo che stiamo per andare, anche se dentro di me sento che questa storia va raccontata fino alla fine, che Ritchie ha aperto qualcosa che potrà chiudere solo dopo che ogni parola avrà trovato un suono e una via d’uscita.
Sto per spiegarlo al barista, che mi anticipa, dimostrandosi ancora una volta una persona rara:
“Senti, io sto andando a casa. Mi chiedevo se oggi ti andasse di chiudere tu. Insomma, sei un cliente, ma magari per una sera ti piacerebbe abbassare tu le palpebre del Subway.”
Non ci sono parole capienti abbastanza per contenere tutto ciò che vorrei dirgli, così mi affido alle infinite capacità di un semplice “Grazie!” e stringo la mano del barista con forza. Lui sorride e mi passa un mazzo di chiavi.

Quando torno al tavolo, il locale è tutto nostro e la fine del racconto può liberarsi senza fretta. Verso ancora Cask nei nostri bicchieri, la bottiglia è vuota per oltre metà, ma nessuno di noi due sembra accusare gli effetti del whisky: l’emozione avvolge lo stomaco e l’alcool finisce per sciogliere la lingua senza annebbiare il cervello. Rita sta cercando di confortare Ritchie.
“Non ci sono colpe nel cedere alle lusinghe di un sogno o a credere così a fondo in qualcosa da non accorgersi di quanto si sta facendo per ottenerla.”
Ritchie la guarda e accenna un sorriso: “Ho capito perché un uomo come lui accetta di fingere di farsi manovrare da te e per esaudire un tuo desiderio è disposto a fare una figuraccia davanti a una famosa rockstar. Dev’essere bello averti come amica! Dev’essere bello avervi entrambi come amici!”
Rita lo guarda negli occhi e con poche parole allarga la cerchia del piccolo gruppetto del Subway: “Beh, questo lo verificherai di persona: ora che sei entrato nelle nostre vite, non ti faremo certo uscire così facilmente.”
Rincaro la dose: “Considerando poi che le chiavi di questo posto le ho io!”.
Ritchie gracchia un ringraziamento e giocherellando col suo bicchiere torna indietro nel tempo, al giorno in cui tutto crollò definitivamente.

“Quella situazione difficile non ci impedì di incidere il nuovo cd. Le canzoni che Mr. Song aveva preparato erano destinate a diventare il testamento dell’arte delle Puzzle Songs. Ma la canzone che diede il titolo al cd fu quella che avevo composto io tra una tournèe e l’altra, che Eric e Josh avevano plasmato con aggiunte ispirate, che Donnie aveva fatto sua introducendo il cantato con una composizione di pianoforte che si spingeva fino al cuore e risvegliava il sistema nervoso. Una sorta di specchio, dall’emblematico nome ‘Mirrors’, che occupava il terzo posto in quel dischetto di plastica, ma che divenne il fulcro emotivo di ogni nostro concerto. La canzone risultò anche la più trasmessa dalle radio private. Così, quando ricevemmo l’invito a suonare a un importantissimo evento musicale, organizzato da un premio nobel per la pace e dedicato a quelle popolazioni che non hanno neanche mai visto un cd, ci sembrò evidente quale dovesse essere la canzone da suonare. Non era così per Paolo. Mr. Song aveva composto un nuovo pezzo, un accrocchio di svariate canzoni che, negli anni, avevano esaltato folle grandi e piccole in numerosi festival. Ci opponemmo. Paolo disse che non eravamo noi a decidere, aveva già indicato il nome del brano. Sorprendentemente, fu Donnie a tenere testa a Paolo, prima cercando di convincerlo a tornare sui suoi passi, poi insultandolo e infine scagliandosi su di lui e colpendolo così forte da scheggiargli un dente. Facemmo cerchio attorno a Donnie appena in tempo perché la guardia del corpo di Paolo non lo afferrasse. Il manager si rialzò da terra, guardò il fratello come si guarda un insetto e gli disse che lui era fuori. Che dopo il concerto di quella sera, poteva considerarsi un ex-membro della band. Aggiunse anche che avrebbe dovuto rivolgersi a qualcun altro per le sue dosi. Che lui non gliene avrebbe più procurate. Lo allontanammo. E mentre se ne andava lo sentimmo bisbigliare: ‘Un ultimo concerto e un’ultima dose’. Restammo intorno a Donnie fino a quando smise di piangere e si chiuse in camera sua.
Quella dichiarazione ufficiale della dipendenza di Donnie dall’eroina non ci sconvolse. A devastarci l’anima era la consapevolezza di aver tenuto gli occhi così lontani da lui da fare finta di non accorgerci di niente.
Quella sera, nel camerino, Donnie venne a parlarmi. Era quasi l’ora di avviarci verso il palco, lui venne, restò in piedi e disse che non aveva potuto fare a meno di fare la spia per suo fratello, che un giorno ci avrebbe raccontato tutta la storia, che avrebbe voluto ritornare indietro e fare scelte diverse. Piangeva, mentre mi diceva queste cose. E io mi alzai e gli misi una mano dietro la nuca e l’altra sulla spalla. Gli dissi che era come se fosse tornato indietro, che gli volevamo bene e che era ancora nostro amico. Lo chiamai Edo, come ai vecchi tempi. E gli dissi che l’avremmo aiutato a piantarla con la droga. E che tutto sarebbe andato bene.
Provai una specie di pace, in quel momento. E di forza. Inquinate solo da uno strano presentimento, che ricacciavo giù come un rigurgito acido dopo una pesante sbronza. Poi ci abbracciammo per un attimo. E infine tornammo a prepararci per lo show.”

Ritchie fissava il bicchiere, vuoto. E parlava ora come se la voce riuscisse a uscire solo spinta dai respiri. Rita allungò la mano e la infilò nella mia. E io gliela strinsi un poco, senza smettere di guardare il nostro amico. Lui parlava e gocce d’emozione scivolavano dai suoi occhi al tavolo.
“Prima di salire sul palco, ci stringemmo l’uno all’altro. In una specie di cerchio, in una specie di rito. Tutti tranne Donnie, che si era attardato nei camerini. Poi ci avviammo verso la scaletta. E attendemmo.
I ricordi sono come fasci di luce intermittenti.
Come se gli occhi si chiudessero e aprissero ritmicamente.
Ricompaiono a tratti in testa e scompaiono di nuovo.
Sono flash. Flash che accecano e schiaffeggiano.
La scaletta del palco con i gradini illuminati.
Le spie luminose sul quadro elettrico.
La voce della folla e il battere ritmato delle mani di migliaia di persone.
Il capopalco che ci chiede se siamo pronti e se sappiamo dov’è Donnie.
Un roadie che corre verso i camerini a chiamarlo.
La macchina del ghiaccio secco che comincia a emettere nubi di fumo coreografico.
Un sottofondo di note su cui si appoggia una voce profonda che
dà il benvenuto al pubblico.
Eric che si siede dietro la batteria, nascosto da veli neri.
Noi che ci guardiamo.
Una domanda che corre tra i nostri sguardi.
La sensazione di qualcosa che non va.
Lo stomaco che si chiude, violentemente.
Il roadie che esce dai camerini e corre verso il capopalco,
gettando a terra la cuffie.
Il capopalco che ci guarda.
E i suoi occhi.
Quegli occhi.
Quegli occhi che dicono tutto.
Quello sguardo che contorce lo stomaco.
Ed Eric che si alza dal seggiolino dietro la batteria.
E un roadie che viene verso di me
ed Eric che urla un dolore impossibile da racchiudere
nel petto e il capopalco che piange e cade in ginocchio.
E io che voglio vedere ed entro nei camerini e i roadie che mi dicono di lasciar stare e io che voglio vedere, lasciatemi voi,
lasciatemi entrare, e nelle orecchie la voce di un uomo, sul palco,
che annuncia che il concerto è annullato, per un malore,
e io che faccio un passo verso quel corpo
riverso a terra, macché malore, e non toccatemi,
e non toccatelo, e dillo al pubblico che non è un malore,
ché la morte è morte e basta.
E io che guardo quegli occhi spalancati,
magari fosse morto con un bel sogno sulle pupille,
e invece ha negli occhi solo il dolore.
Solo il dolore.
E lasciatemi, e dov’è quel figlio di puttana.
Ed Eric che sembra una furia.
E le luci che sono troppo forti.
E i roadie che mi tengono,
e i camerini che sembrano sciogliersi
e colare tra le lacrime.
E poi c’è solo il silenzio.
C’è solo il silenzio.
Ché, per un po’, quella morte
ha portato il vuoto anche dentro di noi.
In quel camerino, un uomo debole
ha scovato tutta la forza che aveva,
si è caricato sulla coscienza le ingiustizie
di quegli anni di luci artificiali
e, trascinandoli con sé, ha scelto l’abisso.
L’abisso del silenzio.
In quell’abisso è svanito l’amico che avevo.“

Ritchie piange. Scosso da singhiozzi.
Piange come può fare solo un uomo che non piange
da molti anni.
Piange senza parlare. Quasi senza rumore.
Con un braccio di Rita che gli accarezza la testa
e la mia mano che gli stringe la spalla.
Piange a lungo, come se piangere fosse una diga che si rompe.
Qui, tra candele ormai spente e luci soffuse,
le sue lacrime sembrano trovare argini aperti
e valli verso cui scendere.
E, mentre nel locale sgorgano lacrime,
fuori dirompe la pioggia
e i tuoni scandiscono il tempo.

Quando Ritchie si riprende, Rita gli mette vicino alla mano un fazzoletto. Lui lo prende e si asciuga il viso, e conclude il suo racconto.
“Il gruppo si è sciolto senza una parola. Ci siamo rivisti solo per il funerale di Donnie. Poi, ognuno è andato per la sua strada. Gli Stormy Monday, come avrete letto sui giornali, hanno detto addio alla musica.”

Guardo Ritchie e mi viene in mente che c’è ancora una sola cosa che non ci ha detto, una sola parola.
“Senti, ma tu come ti chiami?”
Lui sorride: “Giorgio. Mi chiamo Giorgio.”
“Beh, Giorgio, credo di poter parlare anche a nome di Rita se dico che siamo felici di averti conosciuto. E che ci piacerebbe che tu ci considerassi amici e passassi spesso di qua.”
“Già” sospira Giorgio “chi non vorrebbe bere con Ritchie Singleton!”
Lo guardo fisso: “Tutti, forse. Quello che so è che noi siamo contenti, questa notte, di aver bevuto con Giorgio.”
Sembra sollevato. Guarda prima me e poi Rita.
“Sapete, quando stavo al bancone, bevendo la mia birra, e sei venuto a invitarmi al vostro tavolo… riflettevo su Una Poltrona per Due. Avete presente, quando Dan Aykroyd, precipitato in poche ore dai fasti di Wall Street ai marciapiedi del Bronx, vestito da Babbo Natale, in fuga, sbronzo, sotto la pioggia, con in tasca la pistola con cui voleva uccidere Eddie Murphy, si ferma, appena sceso dall’autobus, sotto la pioggia? E tu pensi che abbia toccato il punto più basso.
E invece arriva un cane, un piccolo bastardino, e gli piscia sulla gamba. E poi c’è Jamie Lee Curtis che lo aiuta. Beh…forse bisogna arrivare al punto in cui niente può andare peggio, quando un insignificante quadrupede ti scambia per un palo e ti infradicia i calzoni di piscio. Bisogna toccare il fondo, per poter piantare solidamente i piedi per terra,  rannicchiare bene le gambe e mettere tutta la forza rimasta in un’unica spinta verso l’alto. Poi, serve anche una mano che, mentre quella spinta sta esaurendosi, ti sorregga e ti impedisca di ricascare all’indietro. Voi, questa sera, siete stati quella mano. Due mani.”
“A volte accadono.”
“Cosa? Le mani?”
“Gli amici. A volte gli amici accadono. Come gli amori. Specialmente qui al Subway, te ne accorgerai! E magari oggi abbiamo brindato a una nuova amicizia.”
Rita raccoglie quegli ultimi scampoli di conversazione e li cuce insieme con piglio pratico: “E anche gli amici hanno bisogno di dormire. E, siccome sono le quattro passate, ora chiudiamo questo locale e vi accompagno a casa”.

Così, provo l’ebbrezza di serrare le porte del Subway e augurargli la buona notte. E, mentre Giorgio-Ritchie si accomoda sul sedile posteriore, mi giro verso Rita e le domando di cosa volesse parlarmi quella sera.
Lei fa un sorriso bellissimo e dice: “Della mia vita e del fatto che non mi sembrava speciale. Ma credo di averci ripensato.”
“Già. Andiamo dai!”

La piccola utilitaria di Rita imbocca la circonvallazione deserta e rallenta agli incroci illuminati da semafori intermittenti. Poi, senza fretta, attraversa l’incrocio e si allontana, lasciando dietro di sé l’eco di tre voci che cantano a tutto volume un pezzo famoso di qualche anno fa.
“As you can see I’ve broken all the mirrors
just to be the one myself.
When I’ll be gone, time will kill the heroes,
babe, keep’em alive.
Miiiirrroooorrrsssssss.”

Infine, è solo notte, senza pioggia.






 
postato da: capitansqualo alle ore 19:26 | link | commenti (5)
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lunedì, 30 ottobre 2006

Ken e Dave.

Un vassoio. Sopra, quattro bicchieri stracolmi, lime e fragola compresi,
una ciotolina di patatine e una bottiglietta di Coca Cola con cannuccia.
Sotto, una mano, un polso, un avambraccio e il resto di una cameriera
che si esercita nell’ennesimo percorso di guerra tra tavolini,
esseri umani vocianti e gesticolanti e teste dagli occhi chiusi
che si muovono verso indefinite destinazioni. 
A metà circa della cameriera, una cintura larga di pelle nera e due glutei
che dettano il ritmo della camminata.
Attaccati ai due glutei, gli occhi di Ken.
Attaccati metaforicamente, s’intende.
Infatti Ken si trova a una decina di metri dalla cameriera.
E’ vicino a Dave e hanno davanti due bicchieri.
Uno contiene vino rosso e l’altro una qualche bevanda trasparente
con molto ghiaccio, una fetta di limone, una cannuccia mozza
e un ombrellino cinese sul lato.
Dave sta parlando. Ken ascolta.
E, intanto, visto che la parte di cameriera che gli interessava si è eclissata,
lancia gli occhi a caccia di altre rotondità cui aggrappare le pupille.
Intorno a loro è tutto tipicamente Subway.

“Non lo capisco. Eppure qual è la differenza? Intendo dire:
se dico “soprannome” o “pseudonimo” ecco che mi arrivano
sguardi straniti come se avessi usato un termine tipo “vetusto”
o “obsoleto”. Tutti si aspettano che utilizzi “nickname”.
Eppure “nickname” è solo la traduzione di “soprannome”.
O di “pseudonimo”.”

Questo è Dave che parla.
Ogni tanto se ne esce con queste sue osservazioni.
Ogni tanto ci passa anche del tempo: si rigira in testa questi pensieri,
questi o altri, e ci riflette e cerca di capire.
Come se si potesse capirle queste cose.
Come se capirle servisse a qualcosa.
Ken: “Ma che cazzo di stronzate dici?”
Pragmatismo.
Se volete fargli piacere, chiamatelo così. Ken ci tiene.
Lui non ama che in testa gli rimbombino pensieri di quel genere.
Il genere inutile.
E, nel suo stile “diretto con enfasi”, non si fa troppi problemi
a dare all’amico la sua personale interpretazione
del ragionamento che sta portando avanti.
Dave, in un certo suo modo, è un ariete. No, è un toro. Prende a cornate.
Sarà il segno zodiacale, sarà che è nato col vento forte:
si piazza davanti a un muro e inizia a spingere.
E tu puoi solo stare là a dirgli che sta perdendo tempo.
E lui, troppo spesso, alla fine se ne accorge.
Ma, a volte, il muro si muove, la stanza si allarga
e si respira un’aria migliore. Insomma, Dave non si ferma per così poco.

“Non sono stronzate! E’ il fatto che la reazione segue regole strane.
Voglio dire che è una reazione tipica di chi utilizza un gergo
quella di schifarsi davanti a chi usa i termini originari.
Ma un gergo non prende in prestito da un’altra lingua le parole
da sostituire alle proprie. Ne usa una che ha un diverso significato.
Come i malviventi che chiamano “lama” il coltello.
Non lo chiamano mica “knife”!
E i gangster dei film degli anni ’30 che chiamano “bambola” la loro donna.
Se l’avessero chiamata “Dolly” avresti pensato che qualcuno
si fosse scordato di doppiare il film!”
“Dolly? E che cazzo vuoi dire? Dolly?
Dave, ma dove stai andando a parare?
Chi è Dolly, una tua amica? E’ figa?”
Pragmatismo. Ken.
Dave annuisce.
“Dolly…già…come la pecora che puoi incontrare contemporaneamente
in centinaia di posti diversi! Va beh, dai, lascia perdere.
Pensavo a quant’è strano che la parola “nickname” si sia conformata a regole non sue.”

E’ a quel punto che Ken decide di intervenire.
La serata sta consumandosi in chiacchiere sulle regole alla base dei gerghi
e Ken non vuole uscire da quel locale senza almeno aver strappato
un numero di telefono a qualche bella ragazza.
Si volta verso Dave: “Le regole! Pensa alle regole dell’andar per locali!
Tu osservi le tue parole e te le rigiri in testa e intanto, tutto intorno,
è pieno di queste belle gazzelline che hanno sicuramente altro per la testa.
Non certo discutere di nickname e dolly!
Insomma, Dave, le regole mica le ho inventate io. Ci sono.
Se le capisci, la vita diventa facile e divertente.
Se guardi bene, capisci subito la gente e sai cosa potrà darti.”

Dave lo fissa per un attimo.
Il locale è più rumoroso che mai. Sul palchetto del Subway,
assediato dai tavolini, i quattro musicisti hanno appena finito di costruire castelli di note
e si stanno apprestando a farsi un giretto di tequila.
“Tu, per esempio, Dave, le guardi le ragazze? Ma, diavolo, ti sei reso conto
di quanta bella roba c’è qua dentro? Non raccontarmi cazzate…
Diamine, un bel paio di tette ti faranno ben effetto!”
Dave soppesa le parole dell’amico mentre Ken soppesa le prorompenti sporgenze
di una tizia seduta al tavolo vicino al loro.
“Certo che guardo le ragazze. E certo che un paio di tette belle mi piacciono.
Ma, per quanto tu possa prendermi per il culo, ti dirò una cosa:
il sorriso di una ragazza dice molto su di lei.
Così come molto dicono i suoi occhi.
E quando esci con lei, quando magari la porti fuori a cena,
quando decidete di fare quattro passi perché l’aria è meno inquinata
del solito oppure finite in una libreria a spiarvi da uno scaffale all’altro,
quando le tieni la mano o quando ti racconta qualcosa che ha fatto
con la sua migliore amica…”
Ken stacca una frase, una di quelle cui tiene tanto:
“Cazzo, ci fai tutte queste cose ma… non te la porti mai a letto?”
“Certo che ci vado a letto! Però mica vado a letto solo con quelle due tette.
Sembrerebbe di stare in un film di Woody Allen!
Nella vita, in quella vera, tu lì, in quel letto, nel tuo abbraccio,
hai la creatura completa. Pelle e anima. Le tette non ti dicono molto
dell’anima che stringerai tra le braccia!”
 
Un attimo di silenzio.
La mano di una cameriera che ritira un bicchiere dal tavolino.
L’ombrellino cinese che si tuffa dal bicchiere e si suicida sul piano di legno scheggiato.
Poi Ken, con la testa che annuisce e lo sguardo appollaiato sul seno
di una bionda bevitrice di birra, strabuzza gli occhi:
“Ma stai bene? Cazzo, ma perché non inviti quella bionda
a bere la sua birra qui con noi? Giuro che me ne sto buono
e ti lascio fare tutte le tue manovre per portartela a casa in santa pace!
Te la lascio portare a casa tutta intera!
Basta che non le parli di Dolly e cose del genere!”
“Ma non mi piace! Perché dovrei portarmi a casa una così?”
Ken strabuzza di nuovo gli occhi. Per tre volte. Poi, per sicurezza,
li strabuzza una quarta volta. Con le strabuzzate d’occhi
non si sa mai quando è il caso di abbondare. Poi timbra tre parole.
Le piazza nella stessa frase ma ben staccate una dall’altra.
“Non…ti…piace?” Nuova strabuzzata d’occhi.
L’enfasi della frase è così trascinante da distogliere addirittura
lo sguardo di Ken da quel panorama di rotondità mammellose.
Ora sta fissando Dave dritto negli occhi con uno sguardo
a metà tra reale curiosità e completa incredulità.
“Cosa vuol dire non ti piace? Ma l’hai vista bene?”
Dave si sta spazientendo.
Espettora il suo miglior sbuffo da discorsi già fatti e rifatti.
“L’ho vista. Bel corpo, non posso certo dire di no. Ma il resto non mi piace.
Ride male. Sorride peggio. Si muove come se nella sua vita passata
fosse stata un lottatore di sumo. Ha mezze tette fuori dal vestito e
una minigonna che penso sia stata progettata come cintura:
non ho bisogno di spogliarla per scoprire com’è fatta,
ho già tutto davanti agli occhi.
E dimmi che gusto c’è senza un po’ di scoperta!”

Ken ha smesso da un po’ di strabuzzare gli occhi.
Forse ha pensato che, continuando così,
avrebbe corso il rischio di ritrovarsi strabico a metà strabuzzo.
“Ma tu sei scemo! Quella è una che ti sbrana a letto!
Ti salta addosso e non ti dà un attimo di tregua!”
Dave risponde con insolita sintesi: “Una ginnasta!”
Ken sogghigna. Sente che sta arrivando dove voleva:
“Oh! Sì, una ginnasta, un’atleta del sesso! Non ti arrapa?”
Dave ridacchia e risponde: “Guarda che non era un’annotazione positiva!
Quella si comporta a letto come si comportarebbe su un tapis roulant!
Mi spieghi che gusto c’è? Probabilmente è anche felice se c’è uno specchio
da qualche parte, così può gustarsi ancora meglio se stessa!”
Ken, con un mezzo strabuzzo, tanto per enfatizzare ma senza correre
troppi rischi: “Cosa intendi?”
“Intendo dire – Dave, a ritmo lento – che quella scopa da sola
anche mentre lo sta facendo con te.
Che pensa solo a come sta figurando."
Ken annuisce lentamente.
Fissa la ragazza che è diventata la fonte di un così accanito dialogo.
Per un attimo la guarda in faccia. Poi, senza trovare troppa presa
nelle sue pupille o qualche appiglio sulle sue labbra, gli occhi di Ken
scivolano rapidamente verso il basso fino ad adagiarsi – finalmente a casa! – sul morbido crinale che costeggia il fossetto tra quelle due enormi
rotondità strizzate in un vestitino di un paio di taglie troppo piccolo.
Ora Ken sorride. “Appunto! Pensa a quanto ci dà dentro!
Dai, Dave, non farmi questi discorsi del cazzo!
Lo so benissimo che ci sono stati periodi in cui giocavi anche tu
al leone e la gazzella! C’ero, me lo ricordo!”

Dave abbassa gli occhi. Uomo che cerca il sapore di ricordi passati.
Ricordi che non hanno sapore, non hanno lasciato gusto. Né toccato l’anima.
“Non hanno toccato l’anima.”
Dave non sembra neanche accorgersi di sussurrare parole
che il suo cervello immagina di aver protetto.
“Non hanno giocato coi sensi.
E’ come farsi una doccia per saziare il desiderio di mare.
Ma il mare non è solo acqua, Ken.
Il mare è sale, è vista, è blu, è onde, è vita, è forza,
è perdita di controllo.”

Ken si fa serio per un momento.
Si sentiva molto più a suo agio qualche minuto prima,
quando parlavano di tette. Poi ridacchia alla sua maniera.
“Vita. Ma cosa cerchi, Dave? Il mare è lontano.
Accontentati della vita di quella bionda. Dei suoi fianchi.
E del resto. Anche del sorriso, se proprio ne hai bisogno.”
Dave finisce con l’ultimo sorso il suo vino. Guarda il bicchiere:
cristallo panciuto, un bordo arrotondato, uno stelo un po’ tozzo.
“Quella ragazza è come questo bicchiere!”
Ken distoglie lo sguardo che era rimasto incollato sul decoltè della sconosciuta.
“Eh?” Dave gli parla e continua a fissare il bicchiere.
“E’ come questo bicchiere. Quella donna. Ha una sua forma questo bicchiere.
E può anche essere piacevole tenerlo in mano.
La luce, quando lo colpisce con una certa angolazione, lo fa anche brillare.
Se ti piace che brilli. Ma ci si vede attraverso.
E non ti stupirà mai col suo contenuto: è vuoto.
E portandolo alle labbra saprai già cosa ti scenderà in bocca: niente.
E’ come una donna dagli occhi vuoti, dall’anima addormentata.
Una donna che pensa che sensualità sia sessualità.
Non qualcosa che ha a che fare coi sensi, ma con la ginnastica erotica.
Una donna così è un bicchiere vuoto.
E un bicchiere vuoto che piacere può darti? No, Ken, no grazie.
Io voglio qualcosa in più. Ne ho bisogno.”
Ken prende il bicchiere dalle mani di Dave. Lo fissa.
Lo fa girare lentamente tra le dita, tenendolo per lo stelo.
Si lascia affascinare dai cambiamenti delle luci riflesse sul vetro.
“Bello, eh?”

Dave guarda il bicchiere. Poi la donna di cui stavano parlando.
Poi guarda Ken. Infine non sa più cosa guardare.
Così guarda l’orologio. Quando rialza gli occhi e li direziona verso l’amico,
vede che anche quello sta fissando il polso.
C’è giusto il tempo per qualche ultimo commento.
“Ken…lascia stare. Tu saresti contento se esistesse una macchina orgasmatica,
in cui ci fosse un buco e là dentro vibrasse tutto.
Forse da quel momento faresti a meno delle donne.
Io non ce la faccio. Non è una presa di posizione. E’ che non ci provo gusto.
Ci ho tentato: due bicchieri, quattro chiacchiere, uno sguardo più intenso,
un viaggio fino a casa e qualche ora di divertimento.
Non dico che in quelle ore non ci fosse piacere.
Ma era sempre un po’ deludente.
Come una canzone ascoltata su una radiolina a transistor
che fa fatica a mantenere la frequenza.
Io voglio passione vera, Ken.
Voglio far impazzire i sensi. Miei e suoi.
Io voglio portarmi a letto anche un sorriso, un’anima, dei sogni,
dei pensieri, delle parole, delle emozioni, dei desideri.
L’organo sessuale più importante non è il cazzo!”
Ken: “Anche per me non è il cazzo! So a cosa ti riferisci:
stesse iniziali, ma diverso ruolo! Il cuore è importante, Dave, lo so,
ma qui stiamo parlando di scopare. Mica di metter su famiglia!”.

Troppo facile. Trabocchetto piazzato senza neanche volerlo
e preda bloccata nella trappola.
“No, Ken, non mi riferivo a quello! Stesse iniziali, sì, ma non è il cuore.
Il cervello. Ecco la mia “c” e il primo organo sessuale.
Il cervello che a volte va usato e a volte va staccato.
Il cervello che devi riuscire a coinvolgere così come si coinvolge il corpo.
Questo per quanto riguarda scopare.
Se poi vogliamo parlare d’amore, allora vienimi a dire che scopare
è meglio che fondere l’anima insieme al corpo!
Vienimi a dire che un orgasmo con una che tre giorni dopo vorresti
non ti riconoscesse per strada è più intenso che desiderare di inventarsi
una vita di orgasmi insieme alla donna che sta unendo il respiro al tuo,
che sta sfiorando la tua pelle e mordendo le tue labbra,
che sta prendendo in sé il tuo corpo e il tuo essere!”

Ken rimugina. Soppesa le parole che ha appena sentito.
“Ma, Dave, che ti succede? Dove stai andando?
Resta qui con noi, sulla Terra.
Fatti un giro con una gazzella e dimentica queste panzane da libri.
Un giorno troverai Miss Comelavuoi. Per ora prendi la vita come viene.
Mettici un po’ di divertimento!”
Dave si sfrega la faccia. E’ stanco. E’ stanco di discorsi come questo.
“Lascia stare, Ken. Va bene così.
Magari hai ragione tu. Che ne sai, prima o poi seguo il tuo esempio.
Non stasera, non ne ho voglia.”

Ken sembra incredulo.
Poi si accorge che non si tratta di resa. E’ una tregua.
E a Ken non piacciono le tregue.
“Dave, anche il tuo discorso sul cervello…ma dico:
le donne non vogliono mica il tuo cervello.
Tienilo per una chiacchierata in pizzeria. Loro vogliono fisicità!
E, correggimi se sbaglio, la fisicità nel sesso sta proprio là, nei pantaloni.”
Dave ha già mollato il colpo.
Non c’è punto di contatto tra loro. Non su questo argomento.
Su altre cose sì: sono amici, amano entrambi certi libri, certa musica,
certi luoghi. Ma sulle donne non sono mai andati troppo d’accordo.
Dave taglia un finalino per la conversazione e intanto inizia a compiere
quel ristretto numero di movimenti preparatori all’abbandono del tavolo.
“Forse le donne che frequenti tu. Spero non quelle che piacciono a me.
Io spero sempre che una donna si aspetti di far l’amore con tutto me
e che non sia attratta solo da quello che mi porto in giro nelle mutande!”

Ken ridacchia. “Nelle mutande” lo fa ridere. L’ha sempre fatto ridere.
“Ah…Dave! Amico mio, quand’è che ti renderai conto che le cose non stanno
come tu speri ma sono diverse, molto più vicine a come le vedo io?
Quand’è che lo capirai? Io ho successo con le ragazze.
Perché mi guardano e capiscono subito cosa possono avere da me.
Ed è proprio quello che cercano. Quello che le farà impazzire.”
Dave: “Ken, non il solito…”
Ken non si ferma: “Accettano le mie attenzioni. Ricambiano.
Ma è perché lo sanno già!”
Dave: “…”
Ken: “Ci stanno per quello. Solo per quello, Dave!”
Dave: “Perché tu credi che a loro…”
Ken: “Sì, a loro piace quello!”
Dave: “…”
Ken si sporge sopra il tavolino e assume l’espressione da grande intenditore: “Loro lo capiscono subito che ho un bel cazzo!”
Dave: “…”
Ken: “E, quando escono con me, lo so benissimo che non pensano ad altro!”
Dave: “Ken, non so se sei idiota o illuso!”
Ken: “E quando vengono a casa mia da cosa credi siano attratte?”
Dave: “…”
Ken: “E quando se lo sentono in mano cominciano già a pregustare
il momento in cui se lo sentiranno dentro.”
Dave: “…”
Ken: “E quando lo metto dentro sanno già che arriverà bene in fondo.”
Dave: “…”
Ken: “E io lo spingo più a fondo che posso, per farglielo sentire tutto!”
Dave: “…”
Ken: “Sono sicuro che se lo ricordano per anni. Che ne parlano con le amiche!”
Dave: “…già!”
Ken: “Non te ne frega un cazzo, eh?
A te non interessa arrivare molto in fondo in una donna?”
Dave: “…”
Ken: “Eh?”
Dave: “…”
Ken: ‘Fino in fondo, Dave. Molto in fondo. Ti interessa?”
Dave: “…”
Ken: “Lo sai dove vorrei arrivare io?”
Dave: “…”
Ken: “Io vorrei arrivare fino a dove il piacere si mescola col dolore.
Vorrei che se lo sentissero dentro fino a là!”
Dave: “…”
Ken: “E tu?”
Dave: “…”
Ken: “Insomma, Dave, e che cazzo! …dai, tu quanto in fondo
vorresti arrivare in una donna?”
Dave: “Fino in fondo all’anima. Ecco dove. Fino a farle impazzire là dentro.”

Un vassoio. Uno straccetto sul vassoio.
Una mano che afferra lo straccetto e lo usa per pulire il tavolino di legno
segnato da notti di discussioni.
Sul tavolino svanisce il circoletto lasciato da un bicchiere
e scompaiono anche i resti di un ombrellino cinese suicida.
Il Subway è ancora affollato e chiassoso mentre due amici ne escono.
La strada è lucida e la notte è agitata dal respiro intermittente del vento.
Ken si accende una sigaretta. Si alza il bavero della giacca.
Poi guarda l’amico: “Che cazzo, per colpa tua non ho neanche provato
a farmi dare il numero da quella puledrona!”.
Dave ridacchia: “Allora mi devi da bere: avresti solo fatto
la tua solita figura di merda!”.
Rimbombano i passi dei due, si rincorrono da una parte all’altra
della piazza deserta.
Forse si lasciano assorbire dal cappello metallico di due lampioni insonni.
O tacciono per non disturbare il miagolìo infreddolito di un gatto.
Ken: “Che diamine! Guarda se devo fare così tanta fatica per aprirti gli occhi!”.
Dave: “Basta che tu non tenti di aprirmi qualcos’altro!”.
L’eco della risata di Ken: “Ehi…guarda che a me piacciono solo le puledrone!”.
Un’auto passa e, con la luce dei fari, risveglia per pochi attimi
le pozzanghere che la pioggia ha abbandonato alle cure della notte cittadina.
“Ken, hai visto come brilla la strada dopo la pioggia?”.
Ken improvvisa uno sguardo spaventato:
“Torniamo alla storia del bicchiere vuoto che luccica ma non dà piacere?”.
Dave allarga le braccia: “Mi fraintendi sempre!
No, dai: cosa si fa quando la strada brilla?”.
Ken: “…”
Dave: “Quando è tardi, ma non si ha ancora sonno…”
Ken: “…”
Dave: “Quando il buon Ken è rimasto senza numero di telefono della bionda!”
Ken: “Si piange?”
Dave: “Si gioca!”
Ken: “Partitina a stecca!”
Dave: “Al meglio delle cinque!”
Ken: “Chi perde paga da bere?”
Dave: “Chi perde paga da bere!”

Una folata soffia via le parole di due amici
e il buio li nasconde nel suo mantello e li rende invisibili.
Così chi li ha visti passare può pensare di averli sognati.
Riflessi di un attimo nella pozzanghera che specchia
l’insegna del Subway.
O di averli inventati.
Come fa un ticchettatore di tasti con un paio d’ore a disposizione.
O come fa la vita quando gioca col vento.

postato da: capitansqualo alle ore 17:49 | link | commenti (4)
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mercoledì, 04 ottobre 2006



 “Ich habe eine grosse katze…”.

Ci sono frasi che, per misteriosi motivi, si piazzano proprio in mezzo
al silenzio di tutte le bocche del locale. Mentre un soffio sicuro e inconsapevole
le incoraggia a uscire dal padiglione orale, il chiasso divampa tutt’attorno:
voci su voci, tintinnare di posate, dindinnare di biccheri, qualche risucchio
maleducato, musica di sottofondo, porta che si apre e chiude, sgabelli raschiati
sul pavimento, vassoi appoggiati con vigore da camerierine esili. 
E poi risate d’ogni sorta: quelle a voce alta e pieni polmoni, quelle timide
e incerte, quelle che esplodono e si spengono in pochi pensieri.
La frase esce di bocca e, per un qualcosesimo di secondo, ristagna nell’aria
senza suono. Come quando, al mare, si infila in acqua la punta del piede
per sentire se è fredda o calda.
E, poi, arriva l’onda. E il gelo ti avvolge fin sopra al ginocchio.

Lo stesso accade alla frase.
Controlla la situazione, capisce che il suo volume, pur sostenuto,
verrà schiacciato dal frastuono generale e stabilisce di attendere qualche istante,
fino a quando arriva il momento perfetto per esercitare il suo protagonismo sonoro:
il momento in cui tutto tace.

Arriva sempre quel momento. Ci avete fatto caso?
Ogni singola persona smette di parlare, i bicchieri riposano adagiati sui tavoli,
forchette e coltelli hanno terminato il proprio lavoro, i vassoi sono stabilmente
sorretti dalle mani delle camerierine e nessuno ride.
E, per quelle poche frazioni di secondo, anche la musica è silenziosa,
soffocata dalla breve pausa tra un brano e un altro.
Tre secondi, non uno di più.
Sì, ma tre secondi in cui, in tutto il locale,
l’unico segno di vita è un intenso, tonante, convinto:

“Ich habe eine grosse katze…”

Niente di male, per carità.
Soprattutto se vivessimo già da anni nella tanto pronosticata società poliglotta.
Ma la non-conoscenza del tedesco e la passione per le assonanze fonetiche
regnano sovrane qui al Subway. Si evince dagli sguardi che tutti,
ma proprio tutti gli avventori (con un forte supporto da parte dei camerieri)
rivolgono nella mia direzione. Divampano innumerevoli forme di sorriso:
sorrisi complici, sorrisini pseudo-seduttivi, sorrisi imbarazzati, sorrisi comprensivi,
sorrisi di circostanza.
Divampo anch’io. Sento una palla di fuoco salire dallo stomaco e trasformare
il mio viso nell’imitazione pienamente riuscita di un braciere ardente.
Poi un concetto si evidenzia nella mia mente: la sopravvivenza è nella reazione.
Già, ma quale reazione? Scappo? M’infilo sotto il tavolo? Mi tolgo il maglione,
resto in canottiera e fingo di essere un altro? Sorrido di rimando?
Al mio tavolo, nessuno sembra intenzionato ad aiutarmi: Alan e Delia
stanno piangendo dal ridere, Rita ha nascosto la testa nel tovagliolo e Klaus,
l’amico di Gianni, quello che dovrebbe essere ritenuto responsabile in quanto
unico tedesco della combriccola, si guarda intorno sbigottito.

L’attenzione che tutti mi rivolgono mi invita a chiarire pubblicamente la mia
esternazione. E, siccome non appare mai un deus ex-machina a sgarbugliare
la situazione (ma neanche un amico che preveda il peggiorarsi del danno
e ti infili in bocca un panino al salame), nel silenzio generale proclamo che
“parlavo del mio animale…no, aspettate, la bestia…insomma, cazzo…
no! non cazzo…ehm…un Lagavulin doppio, per favore!”.

Ride, il Subway.
E, alla fine, decido di ridere anch’io.
Alzo il bicchiere, brindo virtualmente con tutti, accetto qualche pacca sulle spalle
e bevo. Malto e pacatezza. Dopo un paio di sorsi, tutto torna come prima.
Non per effetto del whisky: tutto torna davvero come prima: riprendono i rumori,
riattacca la musica, ogni tavolo ricostituisce un pianeta a sé.
E, mentre Rita fa buffe faccine e mi dice “Allora…questa bestiona?
Le hai anche dato un nome?”, mi accorgo che Alan ha lo sguardo fisso.
E questo sì che potrebbe essere l’effetto del whisky.
Ma Alan è astemio e beve solo succhi di frutta.
Allora seguo la direzione del suo sguardo. Vedo il bancone, il barista,
qualche boccale pieno di schiuma e Roger Moore.

Roger Moore?
Qui al Subway?
Seduto al bancone a bere un boccale di birra? Mezzanotte è passata da un pezzo,
dopo due Guinness sto sorseggiando un doppio whisky,
quindi perché no? Perché non dovrei vedere Roger Moore?

“Alan, lo vedo solo io oppure è proprio chi penso?”
Alan non risponde. Rita, Delia e Klaus smettono di parlare e attendono
una sua reazione.
“Alan!”
Si gira verso di me: “Hey, hai visto chi è quello?”.
Lo fissiamo tutti. Senza ritegno. E Roger se ne accorge, alza il boccale
verso di noi e fa un cenno di saluto. Rita emette un lieve sussurro afono
che potrebbe lontanamente somigliare a “Ma è quello…attore… quello che…
ma… 007… ma è…”.
E Alan si precipita a darle supporto: “Sì, Roger Moore. Anzi, Sir Roger Moore.
Ex James Bond alias 007, ex Simon Templar alias il Santo, ex Brett Sinclair
per chi si ricorda Attenti a Quei Due e così via.”

Alan, questo va detto, è pazzo di Rita.
Se in questo momento non avesse gli occhi fissi su Roger Moore,
li avrebbe puntati su di lei. Come fa ogni volta che usciamo tutti insieme.
Bisogna anche precisare che Rita è una gran bella ragazza.
Insomma, una di quelle che “un giretto ce lo farebbe molto volentieri chiunque”.
E, se devo dirla tutta, Rita mi ha anche detto, una sera tardi, qualche mese fa,
a questo stesso tavolo, che quel giretto ad Alan lo farebbe fare con gran piacere.
Ho valutato per diversi giorni se tenere per me l’informazione o dare una spintarella all’amico e suggerirgli di farsi sotto.
Sulle prime ho pensato che non sarebbe stata una grande idea:
Alan è innamorato di Rita, intendo cotto, cuoricini, farfalline e tutte quelle cose là.
Rita gli vuole bene e lo trova attraente. Ma concepisce ogni eventuale situazione
di coppia solo entro i confini del letto. Poi, però, ci ho ripensato: che diamine,
almeno Alan avrebbe vissuto qualche notte intensa. Ma, quando gli ho detto
che era chiaro che Rita ci sarebbe stata con lui, Alan si è incazzato e mi ha detto
di non prenderlo in giro sulle questioni importanti.

In ogni caso, ciò che più di ogni altra cosa mi preoccupa di Alan
in questo momento è: cosa ci fa davanti a Roger Moore?
E ancora: perché gli parla e indica il nostro tavolo? E inoltre: come si capiranno,
visto che Alan non parla inglese (lo so: perché uno che si chiama Alan
non parla inglese? Semplice: Alan è il soprannome che gli abbiamo affibbiato noi
qualche anno fa. Lui si chiama Veruso, non di cognome, di nome, e converrete
che è meglio Alan)?
E infine: mi sono di nuovo perso nei miei pensieri e non mi sono neanche accorto
che si è alzato e ha raggiunto mr. Moore?
Vedo che gli altri si stanno ponendo, più o meno, le stesse domande.
Le risposte non tardano ad arrivare. Ce le consegnano direttamente al tavolo
Alan e Roger Moore.
“L’ho invitato al nostro tavolo. Non aveva senso lasciare che se ne stesse
da solo a bere al bancone! Roger, ecco i miei amici. Amici, Roger”.
“Buoni seri amicio!”.
Bene, sembra che Roger sia in vena di stropicciare un po’ di italiano.
Meglio così. Eviteremo l’imbarazzo del nostro l’inglese strapazzato.

Nell’ora e mezza successiva, Roger ci spiega (o perlomeno è quanto
capiamo tra un “io fa very comi di tu but ogi no deto, right?” e un
“spageti better than chimichanga”) che è in Italia per presenziare come
ospite d’onore a un premio cinematografico.
Il tavolo ospita il passaggio di qualche altro bicchiere e le chiacchiere svolazzano
più leggere. Roger parla poco, ascolta molto e tracanna parecchio.

Poi il Subway comincia ad avere sonno, il barista ci guarda con occhi
supplichevoli e noi, mossi a compassione, ci alziamo e ci apprestiamo a uscire.
Salutiamo Roger con vigorose strette di mano e Alan si trattiene a stento
(Delia gli infila un guanto in bocca) dal chiedere un autografo per il suo giovane,
inesistente cuginetto Veruso.
Mi attardo qualche minuto a scambiare due parole col barista.

Infine, esco anch’io. Fuori dal Subway non c’è più nessuno.
La serata è fresca e l’aria riluce.
Ci sono pozzanghere dimenticate qui dalla pioggia del pomeriggio.
Mi avvio verso la moto, quando scorgo Roger che sta aprendo una prinz verde.
Una prinz verde?
Il riflesso è troppo spontaneo e non riesco a impedirmi un gesto scaramantico.
Poi, mi avvicino a lui.
“Perlomeno, ti chiami Ruggero o qualcosa del genere?”
“Giancarlo, a dire il vero. Ma che ci devo fare: Roger Moore è praticamente
il mio sosia. La parte mi piace e ci scappa sempre qualche birra.
Spero di non averti offeso.”
“No. Non ti preoccupare. Alan ne rimarrà un po’ deluso, ma è uno che si rimette velocemente. Comunque sei bravo: quell’italiano rimaneggiato,
le citazioni dai tuoi, ops, suoi film. Ci hai intrattenuti bene.”
“Beh, anche tu non te la sei cavata male col tuo grosse katze!”
“Già…non immaginavo creasse un simile scompiglio parlare del proprio gatto.
Beh, perlomeno farlo in tedesco… Buona notte, Roger.
La prossima volta, vieni come Giancarlo!”

Quando ha piovuto, la notte ha un’aria speciale.
Che invita ad alzare la visiera del casco per respirarla con la pelle del viso.
Guido senza forzare, faccio un giro più lungo: ho voglia di stradine,
di piazze illuminate e deserte, di viali alberati. Ho voglia di curve lunghe,
di lampioni che mi salutano e di canticchiare.
Domani mi sveglierò presto, ma per adesso non ho ancora sonno.
Riassaporo la serata, le chiacchiere, i sorrisi.
Questa notte mi addormenterò con pensieri di grandi gatti,
di fragorose risate, di sconosciuti che interpretano attori, di birre.
Di Subway.

postato da: capitansqualo alle ore 18:26 | link | commenti (2)
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venerdì, 30 giugno 2006

Tipica serata al SubWay.

La sera è svanita in una carezza, scivolata nella notte come un fraseggio di sax.
Le facciate dei palazzi si sono dissolte nella luminosità dei lampioni.
L’aria, stanotte, è frizzante e pungente. Distillata.

E’ di nuovo domenica sera. Di nuovo Subway. Di nuovo domande.

Ogni sedia è ammantata da una serie di indumenti.
La svestizione avviene molto lentamente.
Appena entrati ci si limita a togliersi la giacca o il cappotto.
Macchiandoli con un cappellino o una sciarpa.
Poi, parole dopo, viene liberato un maglione,
che ne rivela un altro, sotto.
E, se ci si ferma abbastanza tempo,
anche il secondo maglione vince un giro sullo schienale
mentre il tavolo ospita un nuovo valzer di bicchieri.
A un tavolo d’angolo, ci sono io.
In camicia. A chiedermi come si convincono le parole
a mettersi in fila e formare Lolita o Il Piccolo Principe.

Qui al Subway ogni finestra è appannata. Succede sempre.
E’ come se il locale, a una certa ora, avesse le palpebre pesanti.
E le chiudesse imbiancando i vetri
e restando sensibile solo ai fari invadenti
delle auto dei tiratardi e di qualche insonne
mezzo di pulizia delle strade.
Non c’è niente da guardare fuori di qui.
E per chi passa c’è ben poco da guardare anche qui dentro.
Solo persone.
Così poco. Così tanto. Se capite quel che intendo.
Persone e indumenti appoggiati a sedie.
Qualche bicchiere pieno, qualche bicchiere vuoto,
qualche bicchiere a metà.
Interessante giusto per gli aspiranti filosofi o i saggi da sbornia.

Ne passa tanta di gente del genere, qui al Subway.
Ne passa tanta di gente di ogni tipo.
Brutti ceffi, cretinetti tirati a lustro, lupi solitari e donne curiose.
Ti viene voglia di catalogarli. Di dividerli per gruppi.
Forse ha ragione l’Eurisko: siamo categorie.
I vecchi di vent’anni con la camicia da governatore americano
e gli adolescenti quarantenni con troppi soldi in tasca,
i divi di se stessi e quelli che si caricano sulle proprie
spalle i guai di tutti gli altri,  quelli che non hanno mai tempo
e quelli che sorridono sempre e mettono tutti di buonumore.

E quelli che aspettano qualcuno. O qualcosa. Sempre.
Davanti a un boccale di birra, con una sigaretta in bocca, attendono.
In compagnia, a volte.  Senza badare realmente a chi è con loro,
senza ascoltarne le parole. La loro mente, i loro sensi,
i loro occhi sono troppo impegnati nell’attesa.
Attesa che si prolunga e diviene gesto.
Senza vera aspettativa. Solo gesto.
Attendere può essere come mangiarsi le unghie.
Dopo un po’, diventa inconsapevole.
Tanto inconsapevole che non ci si accorge neanche
di quando si incontra chi e cosa si stava aspettando.

Birra. Questa è la specialità del Subway.
Birra chiara, torbida e fermentata naturalmente,
birra rossa, di gradazione adatta a buoni bevitori,
o birra scura, forte di sapore e densa di schiuma. 
Birra che vaga tra i tavoli su grossi vassoi di legno scuro
– un altro marchio di fabbrica del Subway –
in acrobatico equilibrio sulle mani di cameriere
e camerieri vestiti in tipici costumi di chissà quale nazione lontana.
E io sono qui tra loro.
A guardare il nulla e chiedermi se, per scrivere Il Pasto Nudo,
ci si debba per forza drogare oltre ogni limite.

Ci sono sere in cui mi chiedo se per caso
non vengo anch’io in questo luogo perché sto attendendo
qualcuno o qualcosa. E, allora, scaglio i miei neuroni
alla ricerca di quello che potrebbe essere l’oggetto del mio aspettare.
Non a cercare di trovarlo, ma a capire cos’è.
L’unica cosa che ho rimediato finora sono tanti boccali
e un po’ più di sostanza a livello stomaco.
La birra mi piace. Mi piace davvero.
Cosa che posso dire di ben pochi degli avventori di questo locale.
La maggior parte di loro, infatti, mi è completamente indifferente.
Qualcuno mi dà proprio fastidio. Ma c’è anche chi mi aggrada.
Il più simpatico è il barista,
aspirante attore e tastierista di un gruppo rock
in cerca dell’occasione giusta per sfondare.
Beh, questo qualche anno fa. Una ventina.
Oggi è molto più vicino a essere un barista
contento del proprio mestiere. Serve bevande e aneddoti.
Ha frequentato gli studi cinematografici, ai tempi.
Ha fatto qualche comparsata, ai tempi.
Ha visto il grande attore Tizio
e ha suonato prima di qualche gruppo famoso.
Racconta, con lo sguardo che fruga il soffitto del Subway,
come se li tenesse appesi lì i suoi ricordi.
Appena sotto il cielo. Poco prima del tetto.

A tratti sembra uno studioso.
Vent’anni a scrutare questo zoo di bevitori di birra
convincono anche i più pigri a far qualche riflessione.
I discorsi della gente, per chi ne sente tanti e li ascolta arrivare sospinti dall’incoraggiamento di qualche bicchiere di troppo, si ripetono.
Ma, se ci si fa caso, contengono sempre qualche parola nuova.
Potrebbe venire la pazza idea che, raccogliendo quelle parole,
solo quelle, le nuove, e liberandole dalla ripetizione del resto del discorso
e avvicinandole tra loro, verrebbe fuori un intero discorso nuovo di zecca,
mai sentito prima, mai neppure immaginato.

Birra, servita da un ex-aspirante dietro un grosso bancone.
Chissà se, facendo il versatore di birra, non si possa poi ritrovare,
nei riflessi dorati della chiara o nella bianchissima schiuma
di quella densa ombra nera, l’ispirazione.
Quel piccolo e altrimenti inaccessibile scorcio di panorami nascosti
che porta dritto dritto all’idea.

Può essere nato da una sveltina di un raggio di lampadina
e di un centilitro di luppolo fermentato
il primo capitolo di Cuore di Tenebra?
Affido il mio quesito alla pinta che ho davanti
e lo affondo in una sorsata  di scura riflessione.
Le papille applaudono, lo stomaco ringrazia,
appoggio nuovamente il boccale sul tavolo e, come al solito,
non mi stupisco di non sentir esplodere in me la grande idea.
Così torno alle mie solite e solitarie meditazioni.
Le più classiche: quelle sulla vita. Per esempio: avete mai notato
che quasi ogni cosa può essere paragonata alla vita?
Provateci. “La vita è come…”. Come una carota: più vai avanti
e meglio vedi. Come un treno: va da una stazione all’altra,
gente sale e gente scende e ogni tanto ha bisogno di fare rifornimento.
Un mio amico dice che la vita è come un ottovolante:
sali e scendi e prendi velocità e se ti allacci le cinture
non voli fuori ma ti diverti meno.

Forse la vita è come il Subway: tanta gente, qualche amico,
molte attese e il piacere nascosto nel gesto semplice
di alzare un boccale.
E, sorso dopo sorso, il tempo passa.
 Con il rischio che tu non te ne renda nemmeno conto.
Ecco: forse la gente aspetta di iniziare a vivere e non sa che, in realtà,
la vita è tutto quello che già sta facendo mentre inganna l’attesa.
E la vita procede e tu cresci e muti e citi libri e dischi
sempre più lontani nel tempo.
Ti accorgi che gli anni sono passati quando,
davanti all’ennesima replica di Guerre Stellari,
ti stupisci perché non ti identifichi più con Luke Skywalker,
ma con Ian Solo.
E’ un buon segnale quello! Dice “Goditi quello che sei”,
dice “non aspettare, la vita è ora, è qui”,
dice “Attento che la prossima volta ti identificherai
con Obi Uan Kenobi e, a metà del primo film, ti taglieranno!”.

E’ domenica notte. Forse, già lunedì mattina.
Non so che ora è. Ma sono arrivato a Guerre Stellari:
è ora di andare a casa.
Sul tavolino ci sono tanti circoletti lasciati dal mio boccale di birra.
E’ strano, ma non riesco ad appoggiarlo sempre nello stesso posto.
Non è incapacità, è che mi divertono i circoletti.
Chissà: potrei specializzarmi nella lettura dei circoletti.
Dopo i tarocchi e i fondi di caffè,
potrebbe essere un business interessante.
Alzo lo sguardo e vedo che molte sedie
si sono spogliate dei maglioni e dei cappotti.
Una panchetta si sta esibendo in un lento strip-tease
mentre una giovane coppia la sveste di indumenti caldi e colorati.
Il locale si svuota, il barista saluta.

E, mentre la gente esce, vedo un’immagine.
Là, sulla soglia.

A volte, senza fiato, il mondo si concentra in un solo punto.
Non scompare tutto il resto: c’è.
Ma tutta la luminosità scivola esattamente
al centro del tuo campo visivo.
E là, in quel punto, ti sembra di scorgere qualcosa.
E pensi che, forse, è ciò che aspettavi.
Poi, sbatti le palpebre e non c’è più nulla.

E’ un’ora imprecisata tra domenica e lunedì.
E la nebbia ha avvolto il Subway con una densa sciarpa fumosa.
Ho chiesto al barista due birre. Di quelle speciali.
E una delle sue storie, una di quelle riposte sopra al caminetto.
Lui mi ha dato un boccale, ha preso l’altro,
si è seduto comodo davanti a me e ha iniziato a raccontare.
Mi piacerebbe scriverle, un giorno, storie così.
Se non degne di Sogno di una Notte di Mezza Estate,
almeno piacevoli quanto un racconto di Hornby.
Ma per questo c’è tempo.
Domattina, in fin dei conti, sarà lunedì.
O forse no.
postato da: capitansqualo alle ore 17:04 | link | commenti (2)
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venerdì, 20 gennaio 2006

Notte fonda. Esterno.
Una serranda abbassata, in una piazzetta sonnacchiosa.
Giochi di vento a spostare foglie sul pavè.
Da dentro, note acide. Miles perso in se stesso.
E rintocchi di martello.
Sulla serranda un piccolo foglio.

"Subway Soul Bar.
Apriremo presto
(e chiuderemo tardi)".
postato da: capitansqualo alle ore 13:39 | link | commenti (2)
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