Subway Soul Bar

OGNI NOTTE AL SUBWAY, LA BIRRA SCORRE E LA MUSICA SI INSINUA NELL'ANIMA.

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lunedì, 30 ottobre 2006

Ken e Dave.

Un vassoio. Sopra, quattro bicchieri stracolmi, lime e fragola compresi,
una ciotolina di patatine e una bottiglietta di Coca Cola con cannuccia.
Sotto, una mano, un polso, un avambraccio e il resto di una cameriera
che si esercita nell’ennesimo percorso di guerra tra tavolini,
esseri umani vocianti e gesticolanti e teste dagli occhi chiusi
che si muovono verso indefinite destinazioni. 
A metà circa della cameriera, una cintura larga di pelle nera e due glutei
che dettano il ritmo della camminata.
Attaccati ai due glutei, gli occhi di Ken.
Attaccati metaforicamente, s’intende.
Infatti Ken si trova a una decina di metri dalla cameriera.
E’ vicino a Dave e hanno davanti due bicchieri.
Uno contiene vino rosso e l’altro una qualche bevanda trasparente
con molto ghiaccio, una fetta di limone, una cannuccia mozza
e un ombrellino cinese sul lato.
Dave sta parlando. Ken ascolta.
E, intanto, visto che la parte di cameriera che gli interessava si è eclissata,
lancia gli occhi a caccia di altre rotondità cui aggrappare le pupille.
Intorno a loro è tutto tipicamente Subway.

“Non lo capisco. Eppure qual è la differenza? Intendo dire:
se dico “soprannome” o “pseudonimo” ecco che mi arrivano
sguardi straniti come se avessi usato un termine tipo “vetusto”
o “obsoleto”. Tutti si aspettano che utilizzi “nickname”.
Eppure “nickname” è solo la traduzione di “soprannome”.
O di “pseudonimo”.”

Questo è Dave che parla.
Ogni tanto se ne esce con queste sue osservazioni.
Ogni tanto ci passa anche del tempo: si rigira in testa questi pensieri,
questi o altri, e ci riflette e cerca di capire.
Come se si potesse capirle queste cose.
Come se capirle servisse a qualcosa.
Ken: “Ma che cazzo di stronzate dici?”
Pragmatismo.
Se volete fargli piacere, chiamatelo così. Ken ci tiene.
Lui non ama che in testa gli rimbombino pensieri di quel genere.
Il genere inutile.
E, nel suo stile “diretto con enfasi”, non si fa troppi problemi
a dare all’amico la sua personale interpretazione
del ragionamento che sta portando avanti.
Dave, in un certo suo modo, è un ariete. No, è un toro. Prende a cornate.
Sarà il segno zodiacale, sarà che è nato col vento forte:
si piazza davanti a un muro e inizia a spingere.
E tu puoi solo stare là a dirgli che sta perdendo tempo.
E lui, troppo spesso, alla fine se ne accorge.
Ma, a volte, il muro si muove, la stanza si allarga
e si respira un’aria migliore. Insomma, Dave non si ferma per così poco.

“Non sono stronzate! E’ il fatto che la reazione segue regole strane.
Voglio dire che è una reazione tipica di chi utilizza un gergo
quella di schifarsi davanti a chi usa i termini originari.
Ma un gergo non prende in prestito da un’altra lingua le parole
da sostituire alle proprie. Ne usa una che ha un diverso significato.
Come i malviventi che chiamano “lama” il coltello.
Non lo chiamano mica “knife”!
E i gangster dei film degli anni ’30 che chiamano “bambola” la loro donna.
Se l’avessero chiamata “Dolly” avresti pensato che qualcuno
si fosse scordato di doppiare il film!”
“Dolly? E che cazzo vuoi dire? Dolly?
Dave, ma dove stai andando a parare?
Chi è Dolly, una tua amica? E’ figa?”
Pragmatismo. Ken.
Dave annuisce.
“Dolly…già…come la pecora che puoi incontrare contemporaneamente
in centinaia di posti diversi! Va beh, dai, lascia perdere.
Pensavo a quant’è strano che la parola “nickname” si sia conformata a regole non sue.”

E’ a quel punto che Ken decide di intervenire.
La serata sta consumandosi in chiacchiere sulle regole alla base dei gerghi
e Ken non vuole uscire da quel locale senza almeno aver strappato
un numero di telefono a qualche bella ragazza.
Si volta verso Dave: “Le regole! Pensa alle regole dell’andar per locali!
Tu osservi le tue parole e te le rigiri in testa e intanto, tutto intorno,
è pieno di queste belle gazzelline che hanno sicuramente altro per la testa.
Non certo discutere di nickname e dolly!
Insomma, Dave, le regole mica le ho inventate io. Ci sono.
Se le capisci, la vita diventa facile e divertente.
Se guardi bene, capisci subito la gente e sai cosa potrà darti.”

Dave lo fissa per un attimo.
Il locale è più rumoroso che mai. Sul palchetto del Subway,
assediato dai tavolini, i quattro musicisti hanno appena finito di costruire castelli di note
e si stanno apprestando a farsi un giretto di tequila.
“Tu, per esempio, Dave, le guardi le ragazze? Ma, diavolo, ti sei reso conto
di quanta bella roba c’è qua dentro? Non raccontarmi cazzate…
Diamine, un bel paio di tette ti faranno ben effetto!”
Dave soppesa le parole dell’amico mentre Ken soppesa le prorompenti sporgenze
di una tizia seduta al tavolo vicino al loro.
“Certo che guardo le ragazze. E certo che un paio di tette belle mi piacciono.
Ma, per quanto tu possa prendermi per il culo, ti dirò una cosa:
il sorriso di una ragazza dice molto su di lei.
Così come molto dicono i suoi occhi.
E quando esci con lei, quando magari la porti fuori a cena,
quando decidete di fare quattro passi perché l’aria è meno inquinata
del solito oppure finite in una libreria a spiarvi da uno scaffale all’altro,
quando le tieni la mano o quando ti racconta qualcosa che ha fatto
con la sua migliore amica…”
Ken stacca una frase, una di quelle cui tiene tanto:
“Cazzo, ci fai tutte queste cose ma… non te la porti mai a letto?”
“Certo che ci vado a letto! Però mica vado a letto solo con quelle due tette.
Sembrerebbe di stare in un film di Woody Allen!
Nella vita, in quella vera, tu lì, in quel letto, nel tuo abbraccio,
hai la creatura completa. Pelle e anima. Le tette non ti dicono molto
dell’anima che stringerai tra le braccia!”
 
Un attimo di silenzio.
La mano di una cameriera che ritira un bicchiere dal tavolino.
L’ombrellino cinese che si tuffa dal bicchiere e si suicida sul piano di legno scheggiato.
Poi Ken, con la testa che annuisce e lo sguardo appollaiato sul seno
di una bionda bevitrice di birra, strabuzza gli occhi:
“Ma stai bene? Cazzo, ma perché non inviti quella bionda
a bere la sua birra qui con noi? Giuro che me ne sto buono
e ti lascio fare tutte le tue manovre per portartela a casa in santa pace!
Te la lascio portare a casa tutta intera!
Basta che non le parli di Dolly e cose del genere!”
“Ma non mi piace! Perché dovrei portarmi a casa una così?”
Ken strabuzza di nuovo gli occhi. Per tre volte. Poi, per sicurezza,
li strabuzza una quarta volta. Con le strabuzzate d’occhi
non si sa mai quando è il caso di abbondare. Poi timbra tre parole.
Le piazza nella stessa frase ma ben staccate una dall’altra.
“Non…ti…piace?” Nuova strabuzzata d’occhi.
L’enfasi della frase è così trascinante da distogliere addirittura
lo sguardo di Ken da quel panorama di rotondità mammellose.
Ora sta fissando Dave dritto negli occhi con uno sguardo
a metà tra reale curiosità e completa incredulità.
“Cosa vuol dire non ti piace? Ma l’hai vista bene?”
Dave si sta spazientendo.
Espettora il suo miglior sbuffo da discorsi già fatti e rifatti.
“L’ho vista. Bel corpo, non posso certo dire di no. Ma il resto non mi piace.
Ride male. Sorride peggio. Si muove come se nella sua vita passata
fosse stata un lottatore di sumo. Ha mezze tette fuori dal vestito e
una minigonna che penso sia stata progettata come cintura:
non ho bisogno di spogliarla per scoprire com’è fatta,
ho già tutto davanti agli occhi.
E dimmi che gusto c’è senza un po’ di scoperta!”

Ken ha smesso da un po’ di strabuzzare gli occhi.
Forse ha pensato che, continuando così,
avrebbe corso il rischio di ritrovarsi strabico a metà strabuzzo.
“Ma tu sei scemo! Quella è una che ti sbrana a letto!
Ti salta addosso e non ti dà un attimo di tregua!”
Dave risponde con insolita sintesi: “Una ginnasta!”
Ken sogghigna. Sente che sta arrivando dove voleva:
“Oh! Sì, una ginnasta, un’atleta del sesso! Non ti arrapa?”
Dave ridacchia e risponde: “Guarda che non era un’annotazione positiva!
Quella si comporta a letto come si comportarebbe su un tapis roulant!
Mi spieghi che gusto c’è? Probabilmente è anche felice se c’è uno specchio
da qualche parte, così può gustarsi ancora meglio se stessa!”
Ken, con un mezzo strabuzzo, tanto per enfatizzare ma senza correre
troppi rischi: “Cosa intendi?”
“Intendo dire – Dave, a ritmo lento – che quella scopa da sola
anche mentre lo sta facendo con te.
Che pensa solo a come sta figurando."
Ken annuisce lentamente.
Fissa la ragazza che è diventata la fonte di un così accanito dialogo.
Per un attimo la guarda in faccia. Poi, senza trovare troppa presa
nelle sue pupille o qualche appiglio sulle sue labbra, gli occhi di Ken
scivolano rapidamente verso il basso fino ad adagiarsi – finalmente a casa! – sul morbido crinale che costeggia il fossetto tra quelle due enormi
rotondità strizzate in un vestitino di un paio di taglie troppo piccolo.
Ora Ken sorride. “Appunto! Pensa a quanto ci dà dentro!
Dai, Dave, non farmi questi discorsi del cazzo!
Lo so benissimo che ci sono stati periodi in cui giocavi anche tu
al leone e la gazzella! C’ero, me lo ricordo!”

Dave abbassa gli occhi. Uomo che cerca il sapore di ricordi passati.
Ricordi che non hanno sapore, non hanno lasciato gusto. Né toccato l’anima.
“Non hanno toccato l’anima.”
Dave non sembra neanche accorgersi di sussurrare parole
che il suo cervello immagina di aver protetto.
“Non hanno giocato coi sensi.
E’ come farsi una doccia per saziare il desiderio di mare.
Ma il mare non è solo acqua, Ken.
Il mare è sale, è vista, è blu, è onde, è vita, è forza,
è perdita di controllo.”

Ken si fa serio per un momento.
Si sentiva molto più a suo agio qualche minuto prima,
quando parlavano di tette. Poi ridacchia alla sua maniera.
“Vita. Ma cosa cerchi, Dave? Il mare è lontano.
Accontentati della vita di quella bionda. Dei suoi fianchi.
E del resto. Anche del sorriso, se proprio ne hai bisogno.”
Dave finisce con l’ultimo sorso il suo vino. Guarda il bicchiere:
cristallo panciuto, un bordo arrotondato, uno stelo un po’ tozzo.
“Quella ragazza è come questo bicchiere!”
Ken distoglie lo sguardo che era rimasto incollato sul decoltè della sconosciuta.
“Eh?” Dave gli parla e continua a fissare il bicchiere.
“E’ come questo bicchiere. Quella donna. Ha una sua forma questo bicchiere.
E può anche essere piacevole tenerlo in mano.
La luce, quando lo colpisce con una certa angolazione, lo fa anche brillare.
Se ti piace che brilli. Ma ci si vede attraverso.
E non ti stupirà mai col suo contenuto: è vuoto.
E portandolo alle labbra saprai già cosa ti scenderà in bocca: niente.
E’ come una donna dagli occhi vuoti, dall’anima addormentata.
Una donna che pensa che sensualità sia sessualità.
Non qualcosa che ha a che fare coi sensi, ma con la ginnastica erotica.
Una donna così è un bicchiere vuoto.
E un bicchiere vuoto che piacere può darti? No, Ken, no grazie.
Io voglio qualcosa in più. Ne ho bisogno.”
Ken prende il bicchiere dalle mani di Dave. Lo fissa.
Lo fa girare lentamente tra le dita, tenendolo per lo stelo.
Si lascia affascinare dai cambiamenti delle luci riflesse sul vetro.
“Bello, eh?”

Dave guarda il bicchiere. Poi la donna di cui stavano parlando.
Poi guarda Ken. Infine non sa più cosa guardare.
Così guarda l’orologio. Quando rialza gli occhi e li direziona verso l’amico,
vede che anche quello sta fissando il polso.
C’è giusto il tempo per qualche ultimo commento.
“Ken…lascia stare. Tu saresti contento se esistesse una macchina orgasmatica,
in cui ci fosse un buco e là dentro vibrasse tutto.
Forse da quel momento faresti a meno delle donne.
Io non ce la faccio. Non è una presa di posizione. E’ che non ci provo gusto.
Ci ho tentato: due bicchieri, quattro chiacchiere, uno sguardo più intenso,
un viaggio fino a casa e qualche ora di divertimento.
Non dico che in quelle ore non ci fosse piacere.
Ma era sempre un po’ deludente.
Come una canzone ascoltata su una radiolina a transistor
che fa fatica a mantenere la frequenza.
Io voglio passione vera, Ken.
Voglio far impazzire i sensi. Miei e suoi.
Io voglio portarmi a letto anche un sorriso, un’anima, dei sogni,
dei pensieri, delle parole, delle emozioni, dei desideri.
L’organo sessuale più importante non è il cazzo!”
Ken: “Anche per me non è il cazzo! So a cosa ti riferisci:
stesse iniziali, ma diverso ruolo! Il cuore è importante, Dave, lo so,
ma qui stiamo parlando di scopare. Mica di metter su famiglia!”.

Troppo facile. Trabocchetto piazzato senza neanche volerlo
e preda bloccata nella trappola.
“No, Ken, non mi riferivo a quello! Stesse iniziali, sì, ma non è il cuore.
Il cervello. Ecco la mia “c” e il primo organo sessuale.
Il cervello che a volte va usato e a volte va staccato.
Il cervello che devi riuscire a coinvolgere così come si coinvolge il corpo.
Questo per quanto riguarda scopare.
Se poi vogliamo parlare d’amore, allora vienimi a dire che scopare
è meglio che fondere l’anima insieme al corpo!
Vienimi a dire che un orgasmo con una che tre giorni dopo vorresti
non ti riconoscesse per strada è più intenso che desiderare di inventarsi
una vita di orgasmi insieme alla donna che sta unendo il respiro al tuo,
che sta sfiorando la tua pelle e mordendo le tue labbra,
che sta prendendo in sé il tuo corpo e il tuo essere!”

Ken rimugina. Soppesa le parole che ha appena sentito.
“Ma, Dave, che ti succede? Dove stai andando?
Resta qui con noi, sulla Terra.
Fatti un giro con una gazzella e dimentica queste panzane da libri.
Un giorno troverai Miss Comelavuoi. Per ora prendi la vita come viene.
Mettici un po’ di divertimento!”
Dave si sfrega la faccia. E’ stanco. E’ stanco di discorsi come questo.
“Lascia stare, Ken. Va bene così.
Magari hai ragione tu. Che ne sai, prima o poi seguo il tuo esempio.
Non stasera, non ne ho voglia.”

Ken sembra incredulo.
Poi si accorge che non si tratta di resa. E’ una tregua.
E a Ken non piacciono le tregue.
“Dave, anche il tuo discorso sul cervello…ma dico:
le donne non vogliono mica il tuo cervello.
Tienilo per una chiacchierata in pizzeria. Loro vogliono fisicità!
E, correggimi se sbaglio, la fisicità nel sesso sta proprio là, nei pantaloni.”
Dave ha già mollato il colpo.
Non c’è punto di contatto tra loro. Non su questo argomento.
Su altre cose sì: sono amici, amano entrambi certi libri, certa musica,
certi luoghi. Ma sulle donne non sono mai andati troppo d’accordo.
Dave taglia un finalino per la conversazione e intanto inizia a compiere
quel ristretto numero di movimenti preparatori all’abbandono del tavolo.
“Forse le donne che frequenti tu. Spero non quelle che piacciono a me.
Io spero sempre che una donna si aspetti di far l’amore con tutto me
e che non sia attratta solo da quello che mi porto in giro nelle mutande!”

Ken ridacchia. “Nelle mutande” lo fa ridere. L’ha sempre fatto ridere.
“Ah…Dave! Amico mio, quand’è che ti renderai conto che le cose non stanno
come tu speri ma sono diverse, molto più vicine a come le vedo io?
Quand’è che lo capirai? Io ho successo con le ragazze.
Perché mi guardano e capiscono subito cosa possono avere da me.
Ed è proprio quello che cercano. Quello che le farà impazzire.”
Dave: “Ken, non il solito…”
Ken non si ferma: “Accettano le mie attenzioni. Ricambiano.
Ma è perché lo sanno già!”
Dave: “…”
Ken: “Ci stanno per quello. Solo per quello, Dave!”
Dave: “Perché tu credi che a loro…”
Ken: “Sì, a loro piace quello!”
Dave: “…”
Ken si sporge sopra il tavolino e assume l’espressione da grande intenditore: “Loro lo capiscono subito che ho un bel cazzo!”
Dave: “…”
Ken: “E, quando escono con me, lo so benissimo che non pensano ad altro!”
Dave: “Ken, non so se sei idiota o illuso!”
Ken: “E quando vengono a casa mia da cosa credi siano attratte?”
Dave: “…”
Ken: “E quando se lo sentono in mano cominciano già a pregustare
il momento in cui se lo sentiranno dentro.”
Dave: “…”
Ken: “E quando lo metto dentro sanno già che arriverà bene in fondo.”
Dave: “…”
Ken: “E io lo spingo più a fondo che posso, per farglielo sentire tutto!”
Dave: “…”
Ken: “Sono sicuro che se lo ricordano per anni. Che ne parlano con le amiche!”
Dave: “…già!”
Ken: “Non te ne frega un cazzo, eh?
A te non interessa arrivare molto in fondo in una donna?”
Dave: “…”
Ken: “Eh?”
Dave: “…”
Ken: ‘Fino in fondo, Dave. Molto in fondo. Ti interessa?”
Dave: “…”
Ken: “Lo sai dove vorrei arrivare io?”
Dave: “…”
Ken: “Io vorrei arrivare fino a dove il piacere si mescola col dolore.
Vorrei che se lo sentissero dentro fino a là!”
Dave: “…”
Ken: “E tu?”
Dave: “…”
Ken: “Insomma, Dave, e che cazzo! …dai, tu quanto in fondo
vorresti arrivare in una donna?”
Dave: “Fino in fondo all’anima. Ecco dove. Fino a farle impazzire là dentro.”

Un vassoio. Uno straccetto sul vassoio.
Una mano che afferra lo straccetto e lo usa per pulire il tavolino di legno
segnato da notti di discussioni.
Sul tavolino svanisce il circoletto lasciato da un bicchiere
e scompaiono anche i resti di un ombrellino cinese suicida.
Il Subway è ancora affollato e chiassoso mentre due amici ne escono.
La strada è lucida e la notte è agitata dal respiro intermittente del vento.
Ken si accende una sigaretta. Si alza il bavero della giacca.
Poi guarda l’amico: “Che cazzo, per colpa tua non ho neanche provato
a farmi dare il numero da quella puledrona!”.
Dave ridacchia: “Allora mi devi da bere: avresti solo fatto
la tua solita figura di merda!”.
Rimbombano i passi dei due, si rincorrono da una parte all’altra
della piazza deserta.
Forse si lasciano assorbire dal cappello metallico di due lampioni insonni.
O tacciono per non disturbare il miagolìo infreddolito di un gatto.
Ken: “Che diamine! Guarda se devo fare così tanta fatica per aprirti gli occhi!”.
Dave: “Basta che tu non tenti di aprirmi qualcos’altro!”.
L’eco della risata di Ken: “Ehi…guarda che a me piacciono solo le puledrone!”.
Un’auto passa e, con la luce dei fari, risveglia per pochi attimi
le pozzanghere che la pioggia ha abbandonato alle cure della notte cittadina.
“Ken, hai visto come brilla la strada dopo la pioggia?”.
Ken improvvisa uno sguardo spaventato:
“Torniamo alla storia del bicchiere vuoto che luccica ma non dà piacere?”.
Dave allarga le braccia: “Mi fraintendi sempre!
No, dai: cosa si fa quando la strada brilla?”.
Ken: “…”
Dave: “Quando è tardi, ma non si ha ancora sonno…”
Ken: “…”
Dave: “Quando il buon Ken è rimasto senza numero di telefono della bionda!”
Ken: “Si piange?”
Dave: “Si gioca!”
Ken: “Partitina a stecca!”
Dave: “Al meglio delle cinque!”
Ken: “Chi perde paga da bere?”
Dave: “Chi perde paga da bere!”

Una folata soffia via le parole di due amici
e il buio li nasconde nel suo mantello e li rende invisibili.
Così chi li ha visti passare può pensare di averli sognati.
Riflessi di un attimo nella pozzanghera che specchia
l’insegna del Subway.
O di averli inventati.
Come fa un ticchettatore di tasti con un paio d’ore a disposizione.
O come fa la vita quando gioca col vento.

postato da: capitansqualo alle ore 17:49 | link | commenti (4)
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mercoledì, 04 ottobre 2006



 “Ich habe eine grosse katze…”.

Ci sono frasi che, per misteriosi motivi, si piazzano proprio in mezzo
al silenzio di tutte le bocche del locale. Mentre un soffio sicuro e inconsapevole
le incoraggia a uscire dal padiglione orale, il chiasso divampa tutt’attorno:
voci su voci, tintinnare di posate, dindinnare di biccheri, qualche risucchio
maleducato, musica di sottofondo, porta che si apre e chiude, sgabelli raschiati
sul pavimento, vassoi appoggiati con vigore da camerierine esili. 
E poi risate d’ogni sorta: quelle a voce alta e pieni polmoni, quelle timide
e incerte, quelle che esplodono e si spengono in pochi pensieri.
La frase esce di bocca e, per un qualcosesimo di secondo, ristagna nell’aria
senza suono. Come quando, al mare, si infila in acqua la punta del piede
per sentire se è fredda o calda.
E, poi, arriva l’onda. E il gelo ti avvolge fin sopra al ginocchio.

Lo stesso accade alla frase.
Controlla la situazione, capisce che il suo volume, pur sostenuto,
verrà schiacciato dal frastuono generale e stabilisce di attendere qualche istante,
fino a quando arriva il momento perfetto per esercitare il suo protagonismo sonoro:
il momento in cui tutto tace.

Arriva sempre quel momento. Ci avete fatto caso?
Ogni singola persona smette di parlare, i bicchieri riposano adagiati sui tavoli,
forchette e coltelli hanno terminato il proprio lavoro, i vassoi sono stabilmente
sorretti dalle mani delle camerierine e nessuno ride.
E, per quelle poche frazioni di secondo, anche la musica è silenziosa,
soffocata dalla breve pausa tra un brano e un altro.
Tre secondi, non uno di più.
Sì, ma tre secondi in cui, in tutto il locale,
l’unico segno di vita è un intenso, tonante, convinto:

“Ich habe eine grosse katze…”

Niente di male, per carità.
Soprattutto se vivessimo già da anni nella tanto pronosticata società poliglotta.
Ma la non-conoscenza del tedesco e la passione per le assonanze fonetiche
regnano sovrane qui al Subway. Si evince dagli sguardi che tutti,
ma proprio tutti gli avventori (con un forte supporto da parte dei camerieri)
rivolgono nella mia direzione. Divampano innumerevoli forme di sorriso:
sorrisi complici, sorrisini pseudo-seduttivi, sorrisi imbarazzati, sorrisi comprensivi,
sorrisi di circostanza.
Divampo anch’io. Sento una palla di fuoco salire dallo stomaco e trasformare
il mio viso nell’imitazione pienamente riuscita di un braciere ardente.
Poi un concetto si evidenzia nella mia mente: la sopravvivenza è nella reazione.
Già, ma quale reazione? Scappo? M’infilo sotto il tavolo? Mi tolgo il maglione,
resto in canottiera e fingo di essere un altro? Sorrido di rimando?
Al mio tavolo, nessuno sembra intenzionato ad aiutarmi: Alan e Delia
stanno piangendo dal ridere, Rita ha nascosto la testa nel tovagliolo e Klaus,
l’amico di Gianni, quello che dovrebbe essere ritenuto responsabile in quanto
unico tedesco della combriccola, si guarda intorno sbigottito.

L’attenzione che tutti mi rivolgono mi invita a chiarire pubblicamente la mia
esternazione. E, siccome non appare mai un deus ex-machina a sgarbugliare
la situazione (ma neanche un amico che preveda il peggiorarsi del danno
e ti infili in bocca un panino al salame), nel silenzio generale proclamo che
“parlavo del mio animale…no, aspettate, la bestia…insomma, cazzo…
no! non cazzo…ehm…un Lagavulin doppio, per favore!”.

Ride, il Subway.
E, alla fine, decido di ridere anch’io.
Alzo il bicchiere, brindo virtualmente con tutti, accetto qualche pacca sulle spalle
e bevo. Malto e pacatezza. Dopo un paio di sorsi, tutto torna come prima.
Non per effetto del whisky: tutto torna davvero come prima: riprendono i rumori,
riattacca la musica, ogni tavolo ricostituisce un pianeta a sé.
E, mentre Rita fa buffe faccine e mi dice “Allora…questa bestiona?
Le hai anche dato un nome?”, mi accorgo che Alan ha lo sguardo fisso.
E questo sì che potrebbe essere l’effetto del whisky.
Ma Alan è astemio e beve solo succhi di frutta.
Allora seguo la direzione del suo sguardo. Vedo il bancone, il barista,
qualche boccale pieno di schiuma e Roger Moore.

Roger Moore?
Qui al Subway?
Seduto al bancone a bere un boccale di birra? Mezzanotte è passata da un pezzo,
dopo due Guinness sto sorseggiando un doppio whisky,
quindi perché no? Perché non dovrei vedere Roger Moore?

“Alan, lo vedo solo io oppure è proprio chi penso?”
Alan non risponde. Rita, Delia e Klaus smettono di parlare e attendono
una sua reazione.
“Alan!”
Si gira verso di me: “Hey, hai visto chi è quello?”.
Lo fissiamo tutti. Senza ritegno. E Roger se ne accorge, alza il boccale
verso di noi e fa un cenno di saluto. Rita emette un lieve sussurro afono
che potrebbe lontanamente somigliare a “Ma è quello…attore… quello che…
ma… 007… ma è…”.
E Alan si precipita a darle supporto: “Sì, Roger Moore. Anzi, Sir Roger Moore.
Ex James Bond alias 007, ex Simon Templar alias il Santo, ex Brett Sinclair
per chi si ricorda Attenti a Quei Due e così via.”

Alan, questo va detto, è pazzo di Rita.
Se in questo momento non avesse gli occhi fissi su Roger Moore,
li avrebbe puntati su di lei. Come fa ogni volta che usciamo tutti insieme.
Bisogna anche precisare che Rita è una gran bella ragazza.
Insomma, una di quelle che “un giretto ce lo farebbe molto volentieri chiunque”.
E, se devo dirla tutta, Rita mi ha anche detto, una sera tardi, qualche mese fa,
a questo stesso tavolo, che quel giretto ad Alan lo farebbe fare con gran piacere.
Ho valutato per diversi giorni se tenere per me l’informazione o dare una spintarella all’amico e suggerirgli di farsi sotto.
Sulle prime ho pensato che non sarebbe stata una grande idea:
Alan è innamorato di Rita, intendo cotto, cuoricini, farfalline e tutte quelle cose là.
Rita gli vuole bene e lo trova attraente. Ma concepisce ogni eventuale situazione
di coppia solo entro i confini del letto. Poi, però, ci ho ripensato: che diamine,
almeno Alan avrebbe vissuto qualche notte intensa. Ma, quando gli ho detto
che era chiaro che Rita ci sarebbe stata con lui, Alan si è incazzato e mi ha detto
di non prenderlo in giro sulle questioni importanti.

In ogni caso, ciò che più di ogni altra cosa mi preoccupa di Alan
in questo momento è: cosa ci fa davanti a Roger Moore?
E ancora: perché gli parla e indica il nostro tavolo? E inoltre: come si capiranno,
visto che Alan non parla inglese (lo so: perché uno che si chiama Alan
non parla inglese? Semplice: Alan è il soprannome che gli abbiamo affibbiato noi
qualche anno fa. Lui si chiama Veruso, non di cognome, di nome, e converrete
che è meglio Alan)?
E infine: mi sono di nuovo perso nei miei pensieri e non mi sono neanche accorto
che si è alzato e ha raggiunto mr. Moore?
Vedo che gli altri si stanno ponendo, più o meno, le stesse domande.
Le risposte non tardano ad arrivare. Ce le consegnano direttamente al tavolo
Alan e Roger Moore.
“L’ho invitato al nostro tavolo. Non aveva senso lasciare che se ne stesse
da solo a bere al bancone! Roger, ecco i miei amici. Amici, Roger”.
“Buoni seri amicio!”.
Bene, sembra che Roger sia in vena di stropicciare un po’ di italiano.
Meglio così. Eviteremo l’imbarazzo del nostro l’inglese strapazzato.

Nell’ora e mezza successiva, Roger ci spiega (o perlomeno è quanto
capiamo tra un “io fa very comi di tu but ogi no deto, right?” e un
“spageti better than chimichanga”) che è in Italia per presenziare come
ospite d’onore a un premio cinematografico.
Il tavolo ospita il passaggio di qualche altro bicchiere e le chiacchiere svolazzano
più leggere. Roger parla poco, ascolta molto e tracanna parecchio.

Poi il Subway comincia ad avere sonno, il barista ci guarda con occhi
supplichevoli e noi, mossi a compassione, ci alziamo e ci apprestiamo a uscire.
Salutiamo Roger con vigorose strette di mano e Alan si trattiene a stento
(Delia gli infila un guanto in bocca) dal chiedere un autografo per il suo giovane,
inesistente cuginetto Veruso.
Mi attardo qualche minuto a scambiare due parole col barista.

Infine, esco anch’io. Fuori dal Subway non c’è più nessuno.
La serata è fresca e l’aria riluce.
Ci sono pozzanghere dimenticate qui dalla pioggia del pomeriggio.
Mi avvio verso la moto, quando scorgo Roger che sta aprendo una prinz verde.
Una prinz verde?
Il riflesso è troppo spontaneo e non riesco a impedirmi un gesto scaramantico.
Poi, mi avvicino a lui.
“Perlomeno, ti chiami Ruggero o qualcosa del genere?”
“Giancarlo, a dire il vero. Ma che ci devo fare: Roger Moore è praticamente
il mio sosia. La parte mi piace e ci scappa sempre qualche birra.
Spero di non averti offeso.”
“No. Non ti preoccupare. Alan ne rimarrà un po’ deluso, ma è uno che si rimette velocemente. Comunque sei bravo: quell’italiano rimaneggiato,
le citazioni dai tuoi, ops, suoi film. Ci hai intrattenuti bene.”
“Beh, anche tu non te la sei cavata male col tuo grosse katze!”
“Già…non immaginavo creasse un simile scompiglio parlare del proprio gatto.
Beh, perlomeno farlo in tedesco… Buona notte, Roger.
La prossima volta, vieni come Giancarlo!”

Quando ha piovuto, la notte ha un’aria speciale.
Che invita ad alzare la visiera del casco per respirarla con la pelle del viso.
Guido senza forzare, faccio un giro più lungo: ho voglia di stradine,
di piazze illuminate e deserte, di viali alberati. Ho voglia di curve lunghe,
di lampioni che mi salutano e di canticchiare.
Domani mi sveglierò presto, ma per adesso non ho ancora sonno.
Riassaporo la serata, le chiacchiere, i sorrisi.
Questa notte mi addormenterò con pensieri di grandi gatti,
di fragorose risate, di sconosciuti che interpretano attori, di birre.
Di Subway.

postato da: capitansqualo alle ore 18:26 | link | commenti (2)
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