Subway Soul Bar

OGNI NOTTE AL SUBWAY, LA BIRRA SCORRE E LA MUSICA SI INSINUA NELL'ANIMA.

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martedì, 12 giugno 2007


Star al Subway.

Piove.
Fuori.
Piove forte, tanto che il cielo era scuro già a metà pomeriggio. Un giorno di quelli in cui è inutile tentare di non bagnarsi. Un giorno di vapore acqueo.

Nel Subway, invece, chiunque entra trova calore e luci soffuse. Oggi è una serata particolare: le lampade riposano e l’illuminazione è affidata a centinaia di candele. Un evento speciale e inatteso. Anche dai gestori. Si potrebbe semplificare dicendo che è saltata la corrente. Ma si perderebbe un po’ di poesia. Diciamo che oggi doveva andare così. E che, in fin dei conti, le candele danno a questi tavolini un fascino particolare e il ritmo pieno del contrabbasso ben si sposa con il tremolìo delle tante fiammelle sparse per il locale.

Io e Rita stiamo aspettando la nostra birra. Scura, scurissima, più della penombra, la mia, bionda e intensa la sua. Non pensate male.
Intendo: io e Rita, al tavolo, a lume di candela. Insomma, avete presente Rita!  Immaginatela accarezzata da riflessi di luce.
Ecco.
Chi entra mi guarda con occhi d’invidia. Giustificata solo a metà. Nel frattempo, arrivano le birre. Ci concediamo un brindisi alla pioggia e beviamo: schiuma e luppolo, la serata inizia bene.

C’è qualcosa di cui Rita vuole parlarmi. Non me l’ha detto apertamente. Non lo fa mai. Mi ha chiamato e mi ha chiesto se mi andava una birra. E ora sta parlando a raffica, come quando non sa bene come arrivare al punto. Lascio che si rilassi, girando attorno a tanti argomenti, raccontandomi della sua giornata, della collega che la tempesta di commenti sul Grande Fratello, del capo che tra una frase e l’altra lascia ogni tanto cadere qualche invito allusivo, di quelli che possono essere colti e portare a un letto oppure sembrare semplicemente dei piccoli malintesi, trappole che nascono già con una scappatoia aperta e pronta.

Sono già a metà della mia birra, quando Rita mi guarda e dice: “Senti…”. 
Rita al 100%: gira intorno, ma quando trova coraggio o ispirazione parte e non la fermi più. Tranne questa volta. Infatti, dopo quel “senti”, ha spostato gli occhi dietro di me ed è rimasta così. Ferma. Zitta. La bocca appena aperta. Fermo immagine tridimensionale. “Rita?”
Niente.
Mi giro per vedere cosa l’ha bloccata. I tavoli cominciano a popolarsi.
Le cameriere ripetono i passi della danza di ogni sera. Al bancone c’è un tizio che beve la sua birra. Mi volto di nuovo verso Rita.
“Senti, ma cosa diavolo…”.

Zac.
Scintilla tra due neuroni. In un deciqualcosa di secondo, capisco. E mi volto di nuovo, di scatto. Con gli occhi spalancati. “Quello…quello…è Ritchie Singleton. Lui…quello…Singleton, proprio Singleton, intendo. Non è possibile. Vero? Non è…beh, ma lo è…chi è? Insomma…è Singleton, intendo”.
Rita mi guarda e sorride: “Già. Lo è. O è il suo sosia perfetto”.
E a quel punto pronunciamo all’unisono quella monosillabica espirazione di stupore: “Oh!”.

Potete sicuramente capire il palpito. Voglio dire: puoi non intendertene di musica, puoi amare solo il country, puoi essere totalmente contrario per natura, religione o scelta all’usanza di venerare alcuni personaggi famosi. Ma è impossibile non emozionarsi, almeno un pochino, incrociando per strada Tom Waits, facendo benzina al self service e vedendo nell’auto vicina Eddie Vedder oppure scorgendo allo stesso supermercato dove ogni sera fai la spesa, nella stessa corsia dei vini, David Bowie indeciso tra un Merlot e un Pinot Nero.
Insomma, mi ha fatto un certo effetto anche vedere Lou Reed a Barcellona, fermo tra la gente, e Nick Hornby ad Hyde Park.
E non sono neanche sicuro che fossero veramente loro.

Ma ora, qui, a cinque o sei passi da Ritchie Singleton…restare imbambolati è il minimo. Rita è la prima a ridestarsi.
“Secondo te, verrebbe qui a bere con noi?”.
“Ma figurati!”.
Rita annuisce. Poi fa cenno di no. “Che ne sai? Io non avrei neanche mai immaginato di trovarlo in questo posto!”.
“Già!”
Rita spalanca gli occhi e pare che funzioni: una soluzione le appare davanti alle pupille: “Invitalo!”.

Cos’è quel pudore a mostrarsi vulnerabili a un no, quando il rischio di quel no è legato a qualcuno che, per strani motivi, strani quanto testi di canzoni e note combinate con rara maestria, stimiamo senza aver mai incontrato? Forse è che, a ben vedere, tutti abbiamo bisogno di esempi. Di punti d’arrivo da porre davanti agli occhi, per ricordarci che possiamo essere più di ciò che siamo. Se non sul palco di un gigantesco concerto, su quello più piccolo e forse più impegnativo della nostra vita di tutti i giorni.
“Rita…io non penso che…”.
“Non pensi di averne il coraggio. Lo capisco.”
“Non ho detto questo.”
“Ma lo stavi per dire.”
“No.”
“Fa niente. Non ti preoccupare.”
“E’ che…”
“Ti ho detto che non fa niente. Anzi, sai cosa? Vado io.”
“No, ci vado…ci vado…”
“Mica devi per forza. Vado io, dai.”
“Ho detto di no. Vado…ecco.”

E’ più difficile il primo passo o l’ultimo, quando ti separano da uno degli dei del tuo personale Olimpo? Non lo so. Non lo so davvero. So, questo è certo, che è al secondo passo che in situazioni come queste ti coglie in pieno la chiara coscienza di quanto è facile per una bella donna spingerti a fare qualcosa.
Trucchi comodamente alloggiati nel dna femminile. Basta un “Sì, capisco che non sei abbastanza uomo da fare…” e tu sei già là che stai facendo ciò che non avresti fatto neanche con una pistola puntata alla tempia. L’impulso primordiale ci fa alzare e partire, lancia in resta, magari un po’ mugugnanti, con impigliato tra i denti quel “Ti faccio vedere io se non so fare una cosa così!”.
E, nel tempo di un passo, senza neanche un reale bisogno di uno sforzo di pensiero, ecco che rinsavisci, quando ormai è troppo tardi, nella consapevolezza di essere un uomo oggetto, una scimmietta giocattolo, caricata a molla e già lanciata verso il muro, con i piattini di alluminio che sbattono fingendo di dare il tempo a un’invisibile orchestrina da circo.
Mentre penso a tutto questo, giro la testa verso Rita: sta sorridendo, per il successo del suo stratagemma, immagino, o per lo sguardo rimbrottante che le rivolgo. Poi fa gli occhietti da dolce scoiattolo. Scuoto la testa, con aria di rimproverarla, e le faccio qualche boccaccia prima di tornare a girarmi per guardare dove sto andando. Appena in tempo: inchiodo a meno di una spanna dal boccale di mr. Ritchie-luipropriolui-Singleton.

Ora, provate a pensare all’immensa scelta di parole da far seguire a quel “Ehm…I…” con cui riempio interamente i primi cento o più secondi dell’attenzione che Ritchie Singleton, vedendomi a un nonnulla dal frontale col suo boccale, mi dedica.
Beh, la mia scelta è “Ehm…beer!”.
Ritchie alza un sopracciglio. E forse va bene così. Perché a quel punto mi sento uno stupido e non me ne frega più niente che lui venga o no
al nostro tavolo. E mi esce, senza che neanche me ne accorga, uno spontaneo: “Lascia stare, è che oggi non è giornata”.
Gli appoggio per un secondo la mano su una spalla, stringo un pochino, gli do una pacca e mi avvio verso il tavolo, verso Rita e verso la mia birra. Solo che un “Neanche per me, mi sa.” mi arpiona e mi costringe a voltarmi di nuovo verso quella rockstar appollaiata al bancone del mio locale preferito.
“Come?”.
Ritchie mi guarda. E fa un sorriso un po’ triste, annuendo impercettibilmente, in quel modo in cui muoviamo la testa accompagnando uno sconsolante e liberatorio pensiero in puro stile “ma sì, tanto ormai, cosa conta?”.
“Ho detto che temo che non sia giornata neanche per me. Per quanto vale, temo che non sia proprio il mio anno.”
Un dubbio. Un dubbio che mi scivola dalla pancia al cervello, come farebbe una goccia d’acqua sulla pelle, ma risalendo al posto che scendendo. Ecco: come una goccia d’acqua sulla pelle mentre stai facendo la verticale.
“Sei un sosia? Intendo: gli somigli, sei un sosia di chi penso?”
“No. Sono io. Perché un sosia?”
“Abbiamo avuto un’esperienza interessante con un sosia, qualche tempo fa, in questo stesso pub (puntata del grosse katze, ndr.). Però, scusa la domanda, se sei chi penso allora sei Ritchie Singleton, è corretto?”
Lui annuisce di nuovo in quel modo ciondolante e rassegnato. Poi beve l’ultimo sorso di birra, guarda il boccale vuoto, come a cercare qualcosa, come se la riposta fosse là.
“E’ per l’italiano? Il tuo sbigottimento è dovuto al mio italiano?”
Mi accorgo che da quando mi ha parlato sono diventato un po’ aggressivo. Forse perché, se risultasse essere un sosia, mi sentirei preso in giro. Lui deve aver percepito la mia tensione, perché il suo tono tradisce un lento posizionamento sulla difensiva.
“Scusa, non volevo aggredirti. Senti vieni al nostro tavolo. Ci beviamo una birra insieme. Che dici?”
“Non ti romperò le uova nel paniere? Insomma…con quella ragazza…”
“Non ti preoccupare. Ormai con Rita siamo troppo amici perché si possa pensare ad altro. Vieni!”

Mentre lui si alza e si avvia al tavolo, indico al barista di portarci altre due birre.
“Certo che, poi, questa storia delle uova nel paniere. Sono anni che mi disturba. Se è un paniere, che ci fanno le uova dentro?”
Ritchie, o chiunque sia, mi guarda col sopracciglio alzato.
“Ok. Lascia perdere. Riflessioni mie. Possono aspettare. Ne parlerò col mio gatto più tardi. Vieni…ecco lei è Rita, lui Ritchie, scrollatevi le mani!”
Ritchie prende posto su una delle sedie e io mi rimetto davanti al mio boccale quasi vuoto. Lo raccolgo e lo svuoto del tutto. Pregustandomi l’espressione di Rita quando Ritchie dirà le prime parole. Per aiutarlo, inizio io: “Sì, è l’italiano.”
Rita mi guarda: “Dici a me?”
Ritchie interviene: “No, a me, credo.”
Rita spalanca gli occhi, nelle sue pupille leggo un complimento in arrivo, una cosa tipo “Hey, che italiano quasi perfetto!”, poi leggo l’approssimarsi di un dubbio, probabilmente lo stesso che ha colto me. Potrei vendicarmi per avermi usato, ma sono buono: le evito tutta la strada e indico la scorciatoia.
“Non ero proprio sbigottito, più una sensazione come quella che provi quando vai in bagno e, tornando, ti siedi al tavolo sbagliato e te ne accorgi solo dopo un po’, tovagliolo già sulle gambe e boccone in bocca, quando ti rendi conto di essere seduto con due sconosciuti che ti fissano incuriositi. Insomma, capirai bene: hai a casa due dischi e tre cd degli Stormy Monday, addirittura un dvd del penultimo tour, hai applaudito davanti alla tv quando li hanno premiati per il terzo disco d’oro, sei andato a vederli in tre concerti, uno dei quali sotto una pioggia torrenziale, conosci i nomi di tutti i membri, sai che arrivano da Christchurch, Nuova Zelanda, in tutte le interviste parlano inglese…poi, un giorno qualunque, un giorno di candele, ti volti e vedi al bancone del Subway il cantante di quel gruppo, che beve da solo, ti fai convincere da un’amica a invitarlo al tavolo, gli rivolgi poche e…beh…poco ispirate parole e, sorpresa, quello parla italiano come un italiano. Non ti stupiresti un pochino?”
Rita ha il dono della sintesi: “Sono basita: tu sei italiano?”
Ritchie è ancora più sintetico: “Già!”.
Poi riemerge la Rita di sempre: “Da quando?”.
E Ritchie, per la prima volta, fa un accenno di sorriso vero. “Ah, penso da sempre. Io…”
Si zittisce per un istante. Un  attimo dopo arriva una cameriera con un vassoio: due pinte e qualche stuzzichino. E’ una delle due cameriere non simpatiche, perlomeno a me. Non ti guarda mai in faccia, ti lancia la birra sul tavolo come se le avessi fatto qualche sgarbo. La prima volta che me la sono ritrovata davanti, dopo il suo “Cosa prendete?”, ho accennato un sorriso e ho detto “Buona sera”, così, semplice: senza ammiccamenti, senza toni melliflui. Tanto per dire che siamo persone e ci sta bene un saluto. Lei ha risposto con un “Anche a voi”, con un sorriso volutamente forzato, mentre metteva in mostra la mano con la fede al dito. Ho provato a chiarire: “Guardi che non stavo cercando…”. E lei mi ha interrotto con un falsissimo “Certo, no problem. Quindi, cosa prendete?”. Alan è intervenuto ordinando delle birre prima che io potessi lanciarmi nelle mie solite dissertazioni. Ora, ci sono due birre piene davanti a me e Ritchie, Rita ha ancora metà della sua e gli stuzzichini sembrano davvero invitanti.

Ritchie afferra il suo boccale, lo solleva a mo’ di brindisi e finalmente sembra un pochino più rilassato:
“Va bene. Facciamo così: un sorso di birra e vi racconto. Mi farebbe piacere che quanto sentirete restasse tra noi, ma questo sarete voi a deciderlo. Io non posso più tenermi tutto dentro, ci sono pesi che vanno alleggeriti. E per qualche motivo mi sembrate le persone adatte. Ok?”
Rispondo io, cercando di rendere più lieve il momento: “Per forza siamo adatti: occupi mezzo metro quadrato della mia libreria sbilenca! Dai, cin cin. Bevi, assaggia una di queste prelibatezze e poi racconta ciò che desideri.”

Ritchie assaggia un pezzo di panissimo. Si tratta di una trovata del cuoco del Subway: pane cotto sulla brace, che viene cosparso con una spolverata di rafano grattugiato, velato da un sottile strato di senape, decorato da piccoli pezzi di prosciutto di cinghiale, affumicato e saltato in padella, e da pochissimi filamenti di crauto. Non ho ancora capito se abbiamo scelto il Subway come punto di ritrovo per i suoi stuzzichini intriganti, per la birra buonissima e servita alla temperatura giusta o per l’atmosfera. Di sicuro è lontano dalla casa di ognuno di noi. E forse c’entra anche questo: volevamo qualcosa di lontano. A volte, mi viene da pensare, qualcosa di lontano da casa ti aiuta a rilassarti di più.
Una voce mi strappa ai miei volteggi cerebrali.

“Come immaginerete, il mio nome non è Ritchie. Così come il mio cognome non è Singleton. Entrambi sono l’invenzione del vero genio del gruppo: Paolo Burracchi, il nostro manager, che voi avrete sentito nominare come J.S. Cardone. Anzi, è anche difficile averlo sentito nominare: lui non ha mai amato apparire. Eppure il nostro successo lo dobbiamo a lui. Insomma, gli Stormy Monday sono un’idea sua. Non solo il nome, ma tutto quello che voi associate a quel nome. Noi eravamo solo cinque ragazzotti. Lui ci ha plasmati creando il progetto Stormy Monday.
Io e altri tre eravamo compagni di classe, al liceo. Donnie, il nostro tastierista, frequentava un altro liceo, ma abitava vicino a casa mia, eravamo amici d’infanzia. Paolo era il fratello più grande di Donnie. Che poi Donnie si chiamava Edoardo, e come sapete è morto meno di un anno fa. In qualche modo, per colpa di suo fratello. Non parlo di omicidio, naturalmente. Ma mai overdose fu più vicina a esserlo. Donnie era un ragazzo a posto, così a posto che difficilmente avrebbe frequentato le proverbiali cattive compagnie. Non fosse che se le trovò in casa. Stavo dicendo che eravamo compagni di classe e…”

Ritchie guarda l’ultimo pezzo rimasto del panissimo e Rita gli fa cenno col mento di prenderlo. Noi, in effetti, ne abbiamo già mangiati tre a testa. Lui mangia, assapora, si direbbe. Poi riprende a parlare. Accompagno il suo racconto concedendomi un lungo sorso di birra. Già, forse è questo il principale motivo per venire qui al Subway: così densa, corposa, con quel lieve picco amaro. Come certi ricordi.
 “Io e Donnie suonavamo spesso nei pomeriggi. Niente di troppo impegnativo. Soprattutto cover. Solo ogni tanto osavamo comporre qualcosa di nostro. Non troppo complicato, pezzi ben ritmati, rock di quello diretto, semplice e traboccante energia. Cose alla Hanoi Rocks, tanto per intenderci. Avevamo le ambizioni che hanno tutti i liceali con un gruppo rock: sognavamo di diventare delle star, ma tutto sommato eravamo contenti dei nostri piccoli concerti nei localini della città e del modo in cui le ragazze ci guardavano quando salivamo sul palco. Fu proprio alla fine di uno dei nostri concertini che Paolo, che per l’occasione era venuto a vederci, decise di offrire una birra a tutti e, dopo un brindisi per la nostra esibizione, ci comunicò che aveva deciso di diventare a tutti gli effetti un membro del gruppo. Eric, che al tempo era ancora il mio ingenuo compagno di banco, adottò a partire da quel momento il ruolo di antagonista di Paolo e gli chiese se avesse già bevuto troppa birra o cosa. Gli disse che non eravamo alla ricerca di nuovi membri e che, benché la nostra esibizione avesse nuovamente messo in luce alcune lacune nella nostra preparazione musicale, le cose andavano abbastanza bene così: eravamo un gruppo affiatato, le canzoni che suonavamo ci piacevano, la gente si divertiva. Infine, dopo una piccola cesura, ironizzò sul fatto che non gli risultava che Paolo suonasse alcuno strumento. A meno che dar fiato ai propri pensieri inutili non si considerasse far musica. Paolo lo guardò fisso negli occhi. Non come un ragazzo ne guarda un altro, ma come un uomo sfida un altro uomo. Con voce fredda e con un certo gusto, rispose che lui non aveva mai detto di voler suonare con noi. Semplicemente, da quel momento ci avrebbe guidati. Indicandoci i passi da fare, decidendo che canzoni suonare e organizzando i concerti.
Prima ancora che qualcuno di noi, rabbiosamente, si prendesse cura della dovuta risposta, Paolo giocò il jolly che teneva nascosto nella manica: aveva la possibilità di farci esibire al Festival delle Tre Città, un vero e proprio punto di partenza verso concerti più importanti, anche fuori dalla nostra regione, anche all’estero. Un salto di livello insomma. E grosso. Un’occasione - come ci fece capire molto bene - da pagare con la sua incoronazione a manager del gruppo, con pieni poteri. E la sua prima decisione fu quella di chiamarci Stormy Monday. Alle nostre richieste di spiegazione sul perché proprio quel nome, rispose che bastava il fatto che l’aveva scelto lui. E, comunque, siccome era lunedì e, a quanto pareva, ci sarebbe stato ancora molto da discutere, il nome era davvero azzeccato. Nessuno di noi, dopo aver assaporato anche solo per un secondo l’idea di suonare al Festival delle Tre Città, difese l’indipendenza della band dal comando di Paolo. Così, al posto di vendergli l’anima, gliela regalammo. E…mi giudichereste male se ordinassi un'altra birra?”.

Rita ride. Io sorrido: “Sì, a meno che non ne ordini anche per noi!”.

Così Ritchie si alza e va al bancone. Da lontano vedo il barista parlare con lui e poi sgranare gli occhi, indicare quel cliente appena riconosciuto e abbacchiarsi in un gesto di spalle cadenti e sopracciglia allentate quando Ritchie fa cenno di no.
Quando torna al tavolo, quella star in incognito ha tre boccali traboccanti di birra e tante cose ancora da raccontare.
Ci prendiamo tutti e tre il tempo per apprezzare il primo sorso, quello che mescola sapientemente liquido e schiuma. Poi, Ritchie si ritrasforma nel documentario vivente di quel gruppo acclamato in tutto il mondo e ci accompagna alla scoperta di risvolti che molti giornalisti amerebbero anche solo immaginare.

“Va da sé che Paolo, oltre a essere un arrogante bastardo, era davvero in gamba come manager. Non so dove avesse imparato l’arte di progettare e realizzare successi, ma di sicuro gli riusciva bene. Al Festival delle Tre Città riscuotemmo un grande successo. Un buon numero di spettatori stava aspettando la nostra esibizione, centinaia di persone giostrate a dovere dalla stampa locale e dai consigli ben congeniati di molti speaker radiofonici. E dietro a tutti quei burattini c’era Paolo. Che in una decina di settimane si potesse creare una tale aspettativa non ci sorprese così tanto quanto un duplice annuncio di Paolo, a noi cinque, poche sere prima del concerto: ci saremmo esibiti con il nome di Work in Progress e, dopo il Festival delle Tre Città, sarebbero cambiate molte cose, compreso il numero dei membri della band: si sarebbe aggiunto un personaggio chiave, ci disse, qualcuno che ci avrebbe aperto le porte verso quelle che lui definì come ‘nuove, felici e orecchiabilissime lande’ e il resto l’avremmo saputo solo alla fine dell’esibizione. Inutile dire che lo show andò bene, anche se non era di certo paragonabile a quello di un gruppo di livello mondiale. Ma le canzoni filarono folate di vento, il pubblico cantò insieme a noi, qualche reggiseno atterrò sul palco e non terminammo l’esibizione prima di un paio di bis. Quella notte ci sentimmo piccoli dei, in viaggio verso un mondo eletto che ci avrebbe colmati di felicità. Festeggiammo fino all’alba e bevemmo e suonammo e ci divertimmo, senza chiederci mai dove fosse finito Paolo. Quella notte fu illuminata di gioia. La notte successiva, invece, fu molto diversa e ci sembrò molto più buia del…”.

Buio. Intendo qui, ora, nel Subway. Di nuovo la luce sembra essersi spaventata per i tuoni ed essersi rifugiata dietro qualche pesante tenda. Oppure, riconoscendo nei fulmini qualche parente o affine, pare essere corsa incontro al temporale per dargli il benvenuto. Lasciandoci al debole chiarore delle poche candele non ancora consumate.
Mentre le cameriere girano a sostituire le candele sciolte, vedo Ritchie fissarmi in quella penombra. Come se cercasse qualcosa nei miei occhi. Spingendo a fondo il suo sguardo, fino a dirmi: “Tu non hai il minimo dubbio che quello che ti sto raccontando è vero. Come mai tanta fiducia?”.
Già, come mai? Perché fino a mezzora fa ero arrabbiato, pensando di trovarmi davanti a un altro sosia, mentre ora sto ascoltando con interesse e coinvolgimento quest’uomo che parla una lingua che mai avrei immaginato fosse la sua?
“Per quello che la tua voce dice mentre racconta altro. Per il suono tridimensionale delle tue parole. Ché le parole inventate, le storie raccolte nel campo dell’immaginazione, non hanno tre dimensioni. A meno che non gliele costruisca chi le ascolta. Ma io non lo sto facendo. Così credo che tu dica la verità. Non solo: penso che ti sia costato molto decidere di raccontarla. E sono onorato che ti sia sentito libero di farlo con noi.”
Rita, che finora, stranamente, ha parlato poco, posa la mano sul braccio del nostro nuovo amico e gli rivolge una sola frase: “Ci sono volte in cui non si sceglie di gettare la maschera: semplicemente è diventata troppo stretta e salta via.”
Io e Ritchie la guardiamo. Seri. Insomma, abbastanza seri. Poi Ritchie prende il boccale di Rita e ci guarda dentro per sottolineare che lei non ha ancora finito la sua seconda birra, un po’ presto per grandi proclami da saggezza alcolica, e un attimo dopo stiamo ridacchiando tutti e tre.
“Hey, mica sono sbronza!”.
Non è una frase che fa ridere, ma in quel momento ci fa scoppiare di nuovo in un fragoroso botto ridanciano.
“Va bene, per provarvelo offro io il prossimo giro!”, mentre lo dice alza il braccio e in un secondo si trova una cameriera di fianco. Sarebbe un esempio sorprendente di efficienza, non fosse che la cameriera stava già per fermarsi al nostro tavolo. E, infatti, non sta degnando Rita di uno sguardo e non presta attenzione neanche a me, che provo una lieve fitta di gelosia, visto che tra tutte lei, Sillas, occhi scuri e nome affascinante, è la cameriera che mi piace. Niente di più, giusto una sorta di sintonia tra i miei occhi e i suoi movimenti. Ok, va bene, qualcosa in più. Una specie di sensazione. Ma ora lei sta guardando il nostro caro Ritchie. Dopo una pausa di esitazione, erompe in: “Lei è…ehm…ops…aren’t you Ritchie Singleton?”.
Lui fa cenno di no: “No.”
Lei incalza: “But I was in London, at the Regent Hotel, when your friend died, I mean when Donnie…”
Ritchie trattiene molto bene ogni emozione e si gioca altrettanto bene le sue carte: “Mi spiace, mi capita spesso che mi scambino per lui, ma io non sono una rockstar neozelandese.”
A quelle parole, parole italiane, Sillas si convince. “Oh. Somiglia tantissimo, però, eh! Complimenti!”.
Rita s’intromette: “Se ti ordiniamo due birre, la sua somiglianza con Ritchie Singleton vale uno sconto?”
La cameriera sorride, per un  attimo, poi torna seria e alla fine decide che non ci sta male un po’ di gioco in una serata di penombra come questa: “Oggi è giornata di sconti per i sosia di Freddie Mercury, di Brad Pitt e di Emily Watson, dovrà tornare nella serata giusta! Niente sconto, mi spiace, ma le due birre ve le porto subito.”
Poi, prima di uscire dal cerchio immaginario in cui le confidenze di Ritchie ci hanno inscritti, mi dedica un’occhiata e una piccola cortesia: “A te, scura, vero? La tua solita?”
Sorrido. Annuisco. Forse troppo: sorrido troppo e annuisco troppo. Ma non so che farci: la lieve gelosia si è dissolta nella dolcezza di quel gesto che, a chiunque, sarebbe parso la domanda di routine di una cameriera nei confronti di un cliente abituale, forse addirittura una domanda in più per evitare di portare una birra e poi doverne portare una diversa. E forse è così. Ma anche se è improbabile che la simpatia forse reciproca tra me e Sillas vada oltre qualche sorriso, non c’è niente di male a immaginare una qualche sorta di complicità.
Rita mi batte sulla spalla e si diverte a stuzzicarmi: “Vuoi il suo numero?”
“Eddai…volevo solo essere gentile.”
Ma lei sa, lei mi conosce. E’ il bello di avere un’amica così. E allora gioco anch’io: “Hai il suo numero?”
“Non ancora, ma, amico mio, mi sembra che lei non veda l’ora di dartelo.” Se fosse così, così evidente intendo, perché non me ne sarei accorto? Sì, va bene, non è periodo, però… Però la cameriera ritorna e vicino alla mia birra posa un bigliettino. Mi si ferma il respiro in gola. E, appena lei si allontana, lo prendo e lo apro. Naturalmente, è solo il foglietto aggiornato con il numero di birre che abbiamo preso finora. Rita richiama la mia attenzione: “Che sciocco che sei!”. Un rimbrotto che contiene così tanto affetto da somigliare più a una carezza. Guardo Ritchie: mi sta dedicando un piccolo sorriso di comprensione. Un sorriso che dice “lo so”. Rompo la parentesi e do una spintarella a Ritchie: the show must go on.

“Quindi, non avete avuto neanche il tempo di godervi il primo successo che vi siete trovati ad affrontare qualcosa di brutto. E’ per questo che Paolo vi ha fatti esibire con quel nome, Work in Progress? SI trattava di un tentativo e a quel punto era pronto a fare sul serio?”.
Ritchie beve un lungo sorso di birra.

“Proprio così. Il giorno dopo la nostra esibizione, ognuno passò la giornata per i fatti suoi. A cena, però, ci radunammo tutti a casa di Paolo. Doveva, a quanto aveva detto, illustrarci i dettagli del suo progetto. Quella sera pioveva. A dirotto. Più e meno come oggi. Era marzo e i temporali erano normali, ma quel tempo sembrava fosse stato confezionato apposta per l’occasione. Ta Yan, la ragazza asiatica che si occupava di tenere in ordine l’appartamento di Paolo, di stirargli i vestiti, di preparargli da mangiare e, secondo le dicerìe, di soddisfare alcune sue manie private, aveva cucinato un piatto tipico coreano, una sorta di sfoglia spugnosa da tenere in mano e farcire, sempre senza l’uso delle posate, di pezzetti di carne speziata e verdure in umido.
C’era molto vino bianco e la musica in sottofondo era qualcosa di artificiale, un tappeto lounge di suoni stiracchiati.
La cena, pur avvolta da una strana, densa tensione, arrivò fino alla fine tra chiacchiere e idee. Solo che Paolo rimase zitto fino al dolce. Poi fece franare un versante del suo budino a forma di morena, aprì bocca e disse tutto senza fermarsi. Come se si trattasse di un’unica lunga frase. E in pochi istanti passò a rivelarci che aveva appena lasciato la sua fidanzata, dopo averla convinta ad andare a letto con l’organizzatore del Festival delle Tre Città per assicurarci un posto su quel palco, e che, nonostante l’utilità del gesto, lui l’aveva lasciata proprio per quello: perché non poteva stare insieme a una che la dà al primo organizzatore che capita. Poi, senza curarsi del nostro imbarazzato sgomento e parlando con la bocca occupata da pezzetti di budino, ci comunicò che chi di noi era fidanzato avrebbe dovuto seguire il suo esempio e lasciare la propria donna. Che il successo richiede sacrifici e chi non era pronto a farli non aveva diritto a sedere a quella tavola e a quelle, più ricche e saporite, che sarebbero seguite. Ci guardò. Uno per uno. Solo Eric e Josh avevano delle ragazze. Ma in entrambi i casi non si trattava di legami così forti da spingerli ad alzarsi e andarsene. Io vi prego di non giudicarli, come vi prego di non giudicare me per tutte le colpe che ho e che, alla fine del mio racconto, vi saranno chiare: è difficile capire cosa ci passava nel punto più profondo dell’anima in quel momento.
Dopo un altro cucchiaio di budino, Paolo ci comunicò che era il momento di fare sul serio. Nel dirlo lanciò un’occhiata alla esile donna che ci aveva servito da mangiare e quella si diresse verso la portafinestra che dava sul terrazzo. Da fuori, entrò un giovane vestito di nero, i capelli lunghi un po’ umidi per la pioggia scrosciante, gli occhi nascosti da due occhialini a specchio,  una barbetta incolta a coprire la pelle pallida e punteggiata da qualche brufolo troppo evidente. Paolo ci presentò il nuovo ospite dicendo che il suo nome non contava e che lo avremmo chiamato tutti Mr. Song e che, da quel momento in avanti, sarebbe stato un importante e insostituibile membro del gruppo. Ci disse anche che da quell’istante in poi Stormy Monday sarebbe stato l’unico modo in cui il mondo ci avrebbe
conosciuti e che ognuno di noi doveva rinunciare alla sua identità in favore di nomi e atteggiamenti più internazionali. Il gruppo sarebbe risultato provenire da Christchurch, in Nuova Zelanda. E Mr. Song, che si rivelò essere un genietto del computer e che aveva campionato quasi tutte le canzoni di successo degli ultimi trent’anni, aveva anche inventato un programma che permetteva di separare in piccoli frammenti di pochi secondi ogni canzone, per poi incastrare i pezzetti in nuove combinazioni, contenenti abbastanza dna delle canzoni d’origine da essere riconosciute a livello subliminale, ma al tempo stesso così poco da non poter essere neanche lontanamente identificate come plagio. Insomma: la formula per avere già la certezza della risposta del pubblico. Secondo le parole di Paolo, si trattava di una sorta di big bang, che stava per dare vita al più grande mito del mondo del rock. Un mito chiamato Stormy Monday, un mito che avrebbe prodotto un sacco di soldi, il 70% dei quali sarebbero finiti nelle sue tasche. Quando Eric, con una nota sprezzante, chiese a Paolo se per caso, tra tutte quelle decisioni, avesse stabilito anche se lasciare a noi la scelta di qualche dettaglio, l’interrogato, finendo in un solo boccone la metà rimasta del budino e alzandosi per andare a fumare sul terrazzo, rispose che potevamo scegliere i nostri nomi. Lui si sarebbe limitato ad approvarli. Terminò il suo monologo augurandoci la buona notte e svanendo. Inutile dire che quella non fu una buona notte.”

Guardo Ritchie e mi rendo conto che sembra un po’ provato. Poi mi guardo intorno e mi accorgo che il Subway si sta pian piano svuotando. Manca circa un’ora alla chiusura. E penso che sia il caso di consacrare questa serata con qualcosa fuori dall’ordinario. Così mi alzo e vado dal barista a fare una richiesta insolita. Torno al tavolo con una birra piccola per Rita, che ha deciso di limitare il contenuto alcolico, e due piccoli bicchieri per me e Ritchie. Li riempio quasi fino all’orlo e appoggio tra quelle due botticelle di vetro la bottiglia di Cask. I due bicchierini, incocciando le rispettive vetrosità, producono un suono sordo e pieno. Il primo sorso assale le papille con decisione e prende la via della gola inseguito da piccole fiammelle, dimenticando scintille di gusto lungo il cammino e spedendo indietro, pochi istanti dopo, un manipolo di coraggiosi effluvi a ripescare quei fuocherelli e sostituirli con una densa e affumicata atmosfera di notti scozzesi. Al secondo sorso, io e Ritchie ci guardiamo e lui fa cenno d’apprezzare l’eccezionale qualità di questo capolavoro. E’ un tale mistero come l’uomo possa raccogliere torba, acqua e malto e, con l’insostituibile aiuto del legno e del fuoco, trasformarli in liquida evocazione. Chissà quanta immaginazione c’è voluta, le prime volte. E quanta dedizione, nel mutare gli errori in insegnamenti per raggiungere una simile perfezione. Ché i grandi traguardi si raggiungono solo attraverso la dura e, talvolta, frustrante lezione degli errori. Una verità che, almeno nei primi tempi, secondo quanto Ritchie ci stava raccontando, Paolo non sembrava subire.

“Dopo quella cena, non fummo più gli stessi. Non solo per i nomi inventati e il passato trasformato a beneficio dell’alone di mistero che una band doveva, secondo Paolo, avere e nutrire in continuazione. Ma anche perché quella serata aveva reso chiaro al nostro manager e, soprattutto, a noi stessi che eravamo davvero pronti a tutto pur di raggiungere quella gloria che ci avrebbe resi dei. Chiarì anche il fatto che non fosse solo Paolo a nutrire cieca fiducia nelle sue capacità di portarci in vetta a quell’olimpo: con la nostra obbedienza e la rinuncia a essere liberi, avevamo dimostrato di non avere dubbi che lui sapeva come mettere in atto ciò che prometteva. Non
era forse questo che convinceva popoli antichi a seguire i loro monarchi-guerrieri e combattere per anni in deserti senz’acqua o in foreste gelate, lontani da casa, pronti a morire per una parola del re? Non era esattamente uno spirito identico che animava ciascuno di noi, ma di certo aleggiava in noi la stessa, falsa pretesa del compromesso. Nei nostri pensieri, risiedeva l’idea che, una volta famosi, avremmo abbandonato quella via tiranna e senza morale, per piegare il successo alle leggi del nostro cuore e reimpossessarci della nostra dignità e del rispetto per ciò che eravamo. Come quei popoli antichi, ci cibavamo di futuro, cucinato a fuoco lento dalla nostra stessa ingenuità. 
E quel cibo era saporito, gustoso e inebriante. I primi anni, infatti, sfrecciarono come dietro al finestrino di un treno lanciato alla massima velocità. Mr. Song adempì al suo compito in modo straordinario: in poche settimane ci ritrovammo con così tanto materiale che incidemmo contemporaneamente il primo e il secondo disco. ‘The prelude’ venne pubblicato in gran segreto e le doti di Paolo permisero a quell’album di comparire letteralmente negli scaffali dei negozi senza il minimo clamore, come se avesse occupato quel posto già da molto tempo. E, in effetti, la data sul retro-copertina corrispondeva a due anni prima di quando in realtà lo registrammo. Paolo diceva che, quando il nostro secondo disco avrebbe frantumato ogni classifica, sarebbe bastato un accenno al primo lp per scatenare i fan alla ricerca di quel reperto che, colpevolmente, le radio e i media avevano lasciato a marcire senza attenzione per ben due anni. Così, il gemello di quell’album d’esordio, fu il nostro primo vero passo nel mondo della musica mondiale. Si chiamava “A dinner with the devil”, e potete intuire chi scelse un tale titolo. Il giorno della sua uscita nei negozi fu preceduto da articoli e interviste, che vertevano sullo strepitoso seguito di cui godevano i nostri concerti e sulla diffusione straordinaria delle registrazioni pirata di chi, con grande istinto, aveva scoperto prima degli altri le nostre virtù. Era ovviamente tutto falso, ma si sa: una favola ben raccontata è tanto vera quanto si crede che lo sia. Quella favola scatenò tripudio. Tournèe esaurite, stadi pieni, i due dischi che continuavano a vendere senza sosta. E apparizioni in tv, in tutta Europa, e poi in America e in Giappone. E il terzo disco, in cui Mr. Song portò al livello più alto la sua maestria nel creare quelle che lui stesso battezzò Puzzle Songs. E l’acclamazione della folla. Le donne pronte a donarsi come se non esistesse la mattina dopo. Gli alberghi di lusso, i ristoranti accessibili solo a pochi eletti. Le richieste di biglietti per i nostri show che arrivavano da personaggi sempre più importanti. Il successo comincia con un bisbiglio e poi diventa voce e infine urlo. Un urlo così forte che non sei in grado di ascoltare altro pensiero. E nulla ti convince a frenare. A smettere. Fino a quando qualcosa, una sera, alle Bahamas, in un mese di studio di registrazione, di cocktail sulla spiaggia, di massaggi orientali, ti apre gli occhi per pochi istanti. Come una nota stonata in una sonata di pianoforte.”

“La legge degli errori. In agguato quando meno te l’aspetti.”
“Come?”
Ritchie mi fissa e la sua espressione è diversa da quella dell’uomo che si è seduto con noi a bere, ore fa. Sembra che cinque anni gli siano scivolati dagli occhi, dalle sopracciglia, dalla fronte, ringiovanendolo un po’. Donandogli una nuova…luce.
Stringiamo gli occhi di colpo. Non per la luce negli occhi di Ritchie, ma perché sembra che la tempesta sia cessata e al Subway si sono riaccese le lampade. Di solito, a quest’ora, le luci sono soffuse, per non urtare gli occhi già un po’ assonnati. Ma quando la corrente è saltata il locale era illuminato a giorno, per le ultime pulizie prima dell’apertura. E, ora, sembra che un piccolo sole sia caduto tra i tavoli. Per fortuna, il barista è lesto a soffondere tutta quella luminosità. Ritchie coglie l’occasione per riempire di nuovo il mio e il suo bicchiere. Poi indica a Rita la bottiglia, ma lei, che è saggia e pratica, fa segno di no: “E chi guida, poi? Voi due?”
“Guarda che posso benissimo…”
Rita mi mette a tacere senza esitazioni: “Puoi, lo so. E so anche che reggi bene. Ma stasera vi riporto tutti e due a casa io. Accompagno Ritchie ovunque abiti e tu verrai con me, perché non ti ho fatto alcun cenno segreto per farti capire che sei di troppo e quindi la tua galanteria ti impedirà di lasciarmi sola con qualcuno appena conosciuto e probabilmente brillo. Anche se è una persona famosa. Una persona famosa in incognito. E ora, visto che non accetto repliche, bevete!”

Impossibile resistere al mix di bellezza e risolutezza che avvolge il viso di Rita e allora tanto vale lasciarsi andare: brindiamo e beviamo.
Brindiamo al bere, a questa serata di luci intermittenti, alle parole, agli incontri e anche al panissimo che, misteriosamente, è riapparso sul nostro tavolo. Mica tanto misteriosamente visto che, quando lancio lo sguardo verso il barista per ringraziare, lui fa ampi cenni a significare che non è stata un’idea sua e a indicare una cameriera che, in quel momento, non s’accorge di nulla. Quale cameriera potete immaginarlo e potete anche immaginare il mio gesto quando, in risposta alla mia faccia estasiata, il barista imita una canna da pesca e riavvolge il rocchetto, tirando su l’amo che, indubbiamente, si è piantato nella mia bocca. Ma lo sanno tutti? E’ diventato il gioco del Subway prendermi in giro per le mie simpatie? Sbuffo. Poi rido: il barista è una buona persona, un sorriso schietto e uno spirito spontaneo. Alzo il bicchiere nella sua direzione, lui fa cenno di aspettare, si versa un bicchierino da una bottiglia che tiene nascosta sotto il bancone, e risponde a quel brindisi a distanza. Il tempo di celebrare la qualità del whisky con un secondo sorso e poi Ritchie si rituffa in quel fiume di ricordi che pian piano portano verso rapide punteggiate da scogli aguzzi.

“Era da qualche tempo che Eric s’accompagnava a una ragazza molto bella. Era finita nel suo letto dopo un concerto, come accadeva quasi sempre. Ma poi l’aveva seguito per tutta la tournèe. A sentire lui si trattava solo di una groupie che portava con sé perché particolarmente consenziente. Ma a me e a Donnie aveva confessato che c’era qualcosa di più, molto di più a dire il vero. E mi sembrava difficile che Paolo non avesse intuito qualcosa.
Quando Eric ci aprì il suo cuore, gli consigliai di stare in guardia. Un consiglio che lui,  avvolto da quell’euforia che solo certe scintille sanno creare, prese sotto gamba. Disse anche che quella ragazza, così dolce e sensuale, di cui ignorava anche il nome e che chiamava con quel nomignolo, Lulì, che, secondo le sue parole, sembrava un sorriso scappato dalle labbra, non avrebbe creato problemi, né a lui né al gruppo. Ci disse di esserne innamorato. Ma io penso che questa fosse una semplificazione: per quel che credo, Eric sentiva che con lei avrebbe potuto tornare a essere la persona che era stato, un ragazzo come tanti, lontano dai compromessi che stavano minando l’anima di tutti noi. Quando vivi la vita che tutti sembrerebbero volere, accade che certe notti ti rendi conto di volere la vita che tutti vivono. Non lo so quali fossero i progetti di Eric su Lulì, quello che so è che una sera, durante le registrazioni, Paolo si dimostrò particolarmente soddisfatto della nostra esecuzione, soprattutto del contributo di Eric. Anzi, suggerì che ci fermassimo qualche ora in più, in compagnia di Mr. Song, a rifinire la parte della batteria, seguendo quei nuovi spunti di Eric. Non era un comportamento da Paolo, ma non ci facemmo troppo caso. Ma quando, alle due di notte, tornammo in hotel, la pace s’infranse. Eric salutò me e Josh e si diresse verso la camera della sua amante. Un minuto dopo fummo richiamati da urla e rumori di lotta. Accorremmo appena in tempo per fermare Eric prima che, con una bottiglia rotta, sgozzasse Paolo. Il quale Paolo, va detto, avrebbe meritato quella fine: Eric entrando in camera di Lulì, si trovò davanti alla più classica delle scene di sodomia, con Lulì che incitava Paolo a possederla e lui che la percuoteva sulle natiche e sulla schiena. Ci volle tutta la nostra forza per bloccare Eric e tutto l’impegno di Donnie per cacciare Paolo dalla stanza: sulla soglia, il bastardo, con il labbro insanguinato, si era fermato a fissare Eric, per poi sibilargli che lui era stato chiaro, nessuna fidanzata o affini, e le donne di uno sono le donne di tutti. Ci vollero ore per tranquillizzare Eric. Lulì, dopo l’accaduto, scomparve e non la rivedemmo mai più. Paolo uscì di scena per qualche giorno. Con la scusa di impegni negli Stati Uniti per organizzare il lancio del nuovo disco. E noi ci impegnammo a convincere Eric a finire le registrazioni, dicendogli che poi, dopo il tour di lancio, avremmo licenziato Paolo. E che avremmo registrato materiale nostro, che se ne andasse a quel paese anche Mr. CopiaSong. Con queste premesse, terminammo le registrazioni e partimmo per un tour di nove mesi in giro per mezzo mondo. Gli attriti tra Paolo ed Eric erano forti e diverse volte evitammo per un pelo che si lanciassero uno contro l’altro. Ma c’era molto tempo da buttare via, tra un trasferimento e l’altro, e prendemmo a riempirlo girando insieme per le città in cui dovevamo suonare. Ci travestivamo, con barba e baffi finti, cappelli, occhiali da sole, magliette anonime e jeans. E respiravamo a pieni polmoni quella libertà. La libertà da Paolo, dagli Stormy Monday e dai nostri stessi personaggi. Quello che all’inizio era solo un gioco e un modo per distrarre Eric ci mise davanti a una verità ormai difficile da nascondere: ne avevamo tutti abbastanza. Quegli anni così intensi, vissuti sotto false spoglie, senza poterci rilassare nella semplicità di un noioso pomeriggio davanti a un caffè, senza poter vivere una vita di normali passeggiate, di inviti a cena, di box da riverniciare, di spese da fare, di bollette da pagare, di famiglie da costruire, ci avevano riempiti di soldi e di gloria, ma ora tutti noi avevamo bisogno di qualcosa in più. O, come molti penserebbero, qualcosa di meno. Ci ritrovammo noi cinque, in un pub senza pretese, una sera, a bere una birra. Ridemmo di gusto e ci sentimmo di nuovo cinque amici come tanti altri, con il vezzo della musica e qualche sogno da inseguire. Passammo la notte seguente in camera di Eric: io avevo un paio di pezzi da far sentire agli altri, Donnie aveva composto tre canzoni stupende ed Eric aveva in testa un ritornello che eravamo certi potesse farsi amare dal pubblico. Decidemmo di fare fronte comune, come cinque moschettieri uniti in un solo pugno. Il giorno dopo, insieme, affrontammo Paolo. Quello che volevamo da lui era l’assicurazione, messa nero su bianco e firmata, che il quinto album della band avrebbe contenuto almeno tre canzoni originali scritte da noi e che, dopo le registrazioni, lui avrebbe lasciato la guida del gruppo. Contavamo sulla forza della nostra unione e sull’effetto sorpresa. Naturalmente non avevamo fatto i conti con la mente diabolica del nostro manager. Fu lui a parlare per primo. E immediatamente capimmo che sapeva tutto. Ci presentò un avvocato, che in meno di un minuto definì la situazione: per la legge Mr. Song era un fantasma creato dalla nostra immaginazione, Paolo era sinceramente convinto che le canzoni le componessimo noi e nessun tribunale al mondo avrebbe incolpato lui degli innumerevoli plagi facilmente riscontrabili nei nostri dischi. Eravamo con le spalle al muro. Ma non finì così: Paolo si prese una soddisfazione ancora maggiore. Ci accordò il permesso di introdurre nel nuovo cd una canzone scritta da noi. E, quando questa buona notizia ci fece abbassare le difese, ridendo, ci comunicò che eravamo dei cretini, perché non ci eravamo chiesti come mai lui sapesse già tutto. E la risposta era tra noi. Uscì dalla stanza dicendo che l’amicizia è una gran bella cosa, ma il sangue, anche quello sporco, è più forte. Le lacrime sul viso di Donnie erano piccoli specchi che riflettevano tante verità. Ma l’unica che in quel momento riuscimmo a vedere era il suo tradimento. Lo lasciammo solo. Così, nei mesi seguenti, Donnie faceva parte del gruppo, ma senza che nessuno gli rivolgesse la parola. E divenne taciturno. Non parlava con nessuno. E noi non parlavamo a lui. E così non capimmo. Non capimmo.”

Ritchie ora ha gli occhi bagnati di cattivi ricordi. E dietro le sue spalle vedo il barista che mi fa cenno. Mi guardo intorno e mi rendo conto che il Subway è vuoto. Completamente vuoto. Solo noi tre, a questo tavolo, e un omone dal viso gentile, vicino al bancone, che si sta togliendo il grembiule marchiato Guinness e sta aspettando l’ora di andare a casa. Mi alzo e mi avvicino a lui, pronto a scusarmi per l’orario e a rassicurarlo che stiamo per andare, anche se dentro di me sento che questa storia va raccontata fino alla fine, che Ritchie ha aperto qualcosa che potrà chiudere solo dopo che ogni parola avrà trovato un suono e una via d’uscita.
Sto per spiegarlo al barista, che mi anticipa, dimostrandosi ancora una volta una persona rara:
“Senti, io sto andando a casa. Mi chiedevo se oggi ti andasse di chiudere tu. Insomma, sei un cliente, ma magari per una sera ti piacerebbe abbassare tu le palpebre del Subway.”
Non ci sono parole capienti abbastanza per contenere tutto ciò che vorrei dirgli, così mi affido alle infinite capacità di un semplice “Grazie!” e stringo la mano del barista con forza. Lui sorride e mi passa un mazzo di chiavi.

Quando torno al tavolo, il locale è tutto nostro e la fine del racconto può liberarsi senza fretta. Verso ancora Cask nei nostri bicchieri, la bottiglia è vuota per oltre metà, ma nessuno di noi due sembra accusare gli effetti del whisky: l’emozione avvolge lo stomaco e l’alcool finisce per sciogliere la lingua senza annebbiare il cervello. Rita sta cercando di confortare Ritchie.
“Non ci sono colpe nel cedere alle lusinghe di un sogno o a credere così a fondo in qualcosa da non accorgersi di quanto si sta facendo per ottenerla.”
Ritchie la guarda e accenna un sorriso: “Ho capito perché un uomo come lui accetta di fingere di farsi manovrare da te e per esaudire un tuo desiderio è disposto a fare una figuraccia davanti a una famosa rockstar. Dev’essere bello averti come amica! Dev’essere bello avervi entrambi come amici!”
Rita lo guarda negli occhi e con poche parole allarga la cerchia del piccolo gruppetto del Subway: “Beh, questo lo verificherai di persona: ora che sei entrato nelle nostre vite, non ti faremo certo uscire così facilmente.”
Rincaro la dose: “Considerando poi che le chiavi di questo posto le ho io!”.
Ritchie gracchia un ringraziamento e giocherellando col suo bicchiere torna indietro nel tempo, al giorno in cui tutto crollò definitivamente.

“Quella situazione difficile non ci impedì di incidere il nuovo cd. Le canzoni che Mr. Song aveva preparato erano destinate a diventare il testamento dell’arte delle Puzzle Songs. Ma la canzone che diede il titolo al cd fu quella che avevo composto io tra una tournèe e l’altra, che Eric e Josh avevano plasmato con aggiunte ispirate, che Donnie aveva fatto sua introducendo il cantato con una composizione di pianoforte che si spingeva fino al cuore e risvegliava il sistema nervoso. Una sorta di specchio, dall’emblematico nome ‘Mirrors’, che occupava il terzo posto in quel dischetto di plastica, ma che divenne il fulcro emotivo di ogni nostro concerto. La canzone risultò anche la più trasmessa dalle radio private. Così, quando ricevemmo l’invito a suonare a un importantissimo evento musicale, organizzato da un premio nobel per la pace e dedicato a quelle popolazioni che non hanno neanche mai visto un cd, ci sembrò evidente quale dovesse essere la canzone da suonare. Non era così per Paolo. Mr. Song aveva composto un nuovo pezzo, un accrocchio di svariate canzoni che, negli anni, avevano esaltato folle grandi e piccole in numerosi festival. Ci opponemmo. Paolo disse che non eravamo noi a decidere, aveva già indicato il nome del brano. Sorprendentemente, fu Donnie a tenere testa a Paolo, prima cercando di convincerlo a tornare sui suoi passi, poi insultandolo e infine scagliandosi su di lui e colpendolo così forte da scheggiargli un dente. Facemmo cerchio attorno a Donnie appena in tempo perché la guardia del corpo di Paolo non lo afferrasse. Il manager si rialzò da terra, guardò il fratello come si guarda un insetto e gli disse che lui era fuori. Che dopo il concerto di quella sera, poteva considerarsi un ex-membro della band. Aggiunse anche che avrebbe dovuto rivolgersi a qualcun altro per le sue dosi. Che lui non gliene avrebbe più procurate. Lo allontanammo. E mentre se ne andava lo sentimmo bisbigliare: ‘Un ultimo concerto e un’ultima dose’. Restammo intorno a Donnie fino a quando smise di piangere e si chiuse in camera sua.
Quella dichiarazione ufficiale della dipendenza di Donnie dall’eroina non ci sconvolse. A devastarci l’anima era la consapevolezza di aver tenuto gli occhi così lontani da lui da fare finta di non accorgerci di niente.
Quella sera, nel camerino, Donnie venne a parlarmi. Era quasi l’ora di avviarci verso il palco, lui venne, restò in piedi e disse che non aveva potuto fare a meno di fare la spia per suo fratello, che un giorno ci avrebbe raccontato tutta la storia, che avrebbe voluto ritornare indietro e fare scelte diverse. Piangeva, mentre mi diceva queste cose. E io mi alzai e gli misi una mano dietro la nuca e l’altra sulla spalla. Gli dissi che era come se fosse tornato indietro, che gli volevamo bene e che era ancora nostro amico. Lo chiamai Edo, come ai vecchi tempi. E gli dissi che l’avremmo aiutato a piantarla con la droga. E che tutto sarebbe andato bene.
Provai una specie di pace, in quel momento. E di forza. Inquinate solo da uno strano presentimento, che ricacciavo giù come un rigurgito acido dopo una pesante sbronza. Poi ci abbracciammo per un attimo. E infine tornammo a prepararci per lo show.”

Ritchie fissava il bicchiere, vuoto. E parlava ora come se la voce riuscisse a uscire solo spinta dai respiri. Rita allungò la mano e la infilò nella mia. E io gliela strinsi un poco, senza smettere di guardare il nostro amico. Lui parlava e gocce d’emozione scivolavano dai suoi occhi al tavolo.
“Prima di salire sul palco, ci stringemmo l’uno all’altro. In una specie di cerchio, in una specie di rito. Tutti tranne Donnie, che si era attardato nei camerini. Poi ci avviammo verso la scaletta. E attendemmo.
I ricordi sono come fasci di luce intermittenti.
Come se gli occhi si chiudessero e aprissero ritmicamente.
Ricompaiono a tratti in testa e scompaiono di nuovo.
Sono flash. Flash che accecano e schiaffeggiano.
La scaletta del palco con i gradini illuminati.
Le spie luminose sul quadro elettrico.
La voce della folla e il battere ritmato delle mani di migliaia di persone.
Il capopalco che ci chiede se siamo pronti e se sappiamo dov’è Donnie.
Un roadie che corre verso i camerini a chiamarlo.
La macchina del ghiaccio secco che comincia a emettere nubi di fumo coreografico.
Un sottofondo di note su cui si appoggia una voce profonda che
dà il benvenuto al pubblico.
Eric che si siede dietro la batteria, nascosto da veli neri.
Noi che ci guardiamo.
Una domanda che corre tra i nostri sguardi.
La sensazione di qualcosa che non va.
Lo stomaco che si chiude, violentemente.
Il roadie che esce dai camerini e corre verso il capopalco,
gettando a terra la cuffie.
Il capopalco che ci guarda.
E i suoi occhi.
Quegli occhi.
Quegli occhi che dicono tutto.
Quello sguardo che contorce lo stomaco.
Ed Eric che si alza dal seggiolino dietro la batteria.
E un roadie che viene verso di me
ed Eric che urla un dolore impossibile da racchiudere
nel petto e il capopalco che piange e cade in ginocchio.
E io che voglio vedere ed entro nei camerini e i roadie che mi dicono di lasciar stare e io che voglio vedere, lasciatemi voi,
lasciatemi entrare, e nelle orecchie la voce di un uomo, sul palco,
che annuncia che il concerto è annullato, per un malore,
e io che faccio un passo verso quel corpo
riverso a terra, macché malore, e non toccatemi,
e non toccatelo, e dillo al pubblico che non è un malore,
ché la morte è morte e basta.
E io che guardo quegli occhi spalancati,
magari fosse morto con un bel sogno sulle pupille,
e invece ha negli occhi solo il dolore.
Solo il dolore.
E lasciatemi, e dov’è quel figlio di puttana.
Ed Eric che sembra una furia.
E le luci che sono troppo forti.
E i roadie che mi tengono,
e i camerini che sembrano sciogliersi
e colare tra le lacrime.
E poi c’è solo il silenzio.
C’è solo il silenzio.
Ché, per un po’, quella morte
ha portato il vuoto anche dentro di noi.
In quel camerino, un uomo debole
ha scovato tutta la forza che aveva,
si è caricato sulla coscienza le ingiustizie
di quegli anni di luci artificiali
e, trascinandoli con sé, ha scelto l’abisso.
L’abisso del silenzio.
In quell’abisso è svanito l’amico che avevo.“

Ritchie piange. Scosso da singhiozzi.
Piange come può fare solo un uomo che non piange
da molti anni.
Piange senza parlare. Quasi senza rumore.
Con un braccio di Rita che gli accarezza la testa
e la mia mano che gli stringe la spalla.
Piange a lungo, come se piangere fosse una diga che si rompe.
Qui, tra candele ormai spente e luci soffuse,
le sue lacrime sembrano trovare argini aperti
e valli verso cui scendere.
E, mentre nel locale sgorgano lacrime,
fuori dirompe la pioggia
e i tuoni scandiscono il tempo.

Quando Ritchie si riprende, Rita gli mette vicino alla mano un fazzoletto. Lui lo prende e si asciuga il viso, e conclude il suo racconto.
“Il gruppo si è sciolto senza una parola. Ci siamo rivisti solo per il funerale di Donnie. Poi, ognuno è andato per la sua strada. Gli Stormy Monday, come avrete letto sui giornali, hanno detto addio alla musica.”

Guardo Ritchie e mi viene in mente che c’è ancora una sola cosa che non ci ha detto, una sola parola.
“Senti, ma tu come ti chiami?”
Lui sorride: “Giorgio. Mi chiamo Giorgio.”
“Beh, Giorgio, credo di poter parlare anche a nome di Rita se dico che siamo felici di averti conosciuto. E che ci piacerebbe che tu ci considerassi amici e passassi spesso di qua.”
“Già” sospira Giorgio “chi non vorrebbe bere con Ritchie Singleton!”
Lo guardo fisso: “Tutti, forse. Quello che so è che noi siamo contenti, questa notte, di aver bevuto con Giorgio.”
Sembra sollevato. Guarda prima me e poi Rita.
“Sapete, quando stavo al bancone, bevendo la mia birra, e sei venuto a invitarmi al vostro tavolo… riflettevo su Una Poltrona per Due. Avete presente, quando Dan Aykroyd, precipitato in poche ore dai fasti di Wall Street ai marciapiedi del Bronx, vestito da Babbo Natale, in fuga, sbronzo, sotto la pioggia, con in tasca la pistola con cui voleva uccidere Eddie Murphy, si ferma, appena sceso dall’autobus, sotto la pioggia? E tu pensi che abbia toccato il punto più basso.
E invece arriva un cane, un piccolo bastardino, e gli piscia sulla gamba. E poi c’è Jamie Lee Curtis che lo aiuta. Beh…forse bisogna arrivare al punto in cui niente può andare peggio, quando un insignificante quadrupede ti scambia per un palo e ti infradicia i calzoni di piscio. Bisogna toccare il fondo, per poter piantare solidamente i piedi per terra,  rannicchiare bene le gambe e mettere tutta la forza rimasta in un’unica spinta verso l’alto. Poi, serve anche una mano che, mentre quella spinta sta esaurendosi, ti sorregga e ti impedisca di ricascare all’indietro. Voi, questa sera, siete stati quella mano. Due mani.”
“A volte accadono.”
“Cosa? Le mani?”
“Gli amici. A volte gli amici accadono. Come gli amori. Specialmente qui al Subway, te ne accorgerai! E magari oggi abbiamo brindato a una nuova amicizia.”
Rita raccoglie quegli ultimi scampoli di conversazione e li cuce insieme con piglio pratico: “E anche gli amici hanno bisogno di dormire. E, siccome sono le quattro passate, ora chiudiamo questo locale e vi accompagno a casa”.

Così, provo l’ebbrezza di serrare le porte del Subway e augurargli la buona notte. E, mentre Giorgio-Ritchie si accomoda sul sedile posteriore, mi giro verso Rita e le domando di cosa volesse parlarmi quella sera.
Lei fa un sorriso bellissimo e dice: “Della mia vita e del fatto che non mi sembrava speciale. Ma credo di averci ripensato.”
“Già. Andiamo dai!”

La piccola utilitaria di Rita imbocca la circonvallazione deserta e rallenta agli incroci illuminati da semafori intermittenti. Poi, senza fretta, attraversa l’incrocio e si allontana, lasciando dietro di sé l’eco di tre voci che cantano a tutto volume un pezzo famoso di qualche anno fa.
“As you can see I’ve broken all the mirrors
just to be the one myself.
When I’ll be gone, time will kill the heroes,
babe, keep’em alive.
Miiiirrroooorrrsssssss.”

Infine, è solo notte, senza pioggia.






 
postato da: capitansqualo alle ore 19:26 | link | commenti (5)
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Commenti
#1    14 Giugno 2007 - 15:36
 
Era da tempo che sognavo di trascorrere una serata al Subway, tra segreti, pensieri e scambi di sguardi alla luce soffusa di tante piccole candele...
Cosa posso dire, se non che sono rimasta incollata a questo post da quando ho iniziato a leggerlo? E' un crescendo continuo, di ritmo ed emozioni, fino all'epilogo finale. Straordinaria la sensazione di vedere inizialmente con gli occhi della voce narrante e di Rita, ma poi progressivamente iniziare a vivere il racconto attraverso le emozioni di Giorgio-Ritchie.
Non aspettare più così tanto tempo per scrivere una nuova puntata, anche se l'attesa ne è valsa la pena!
utente anonimo

#2    17 Luglio 2007 - 23:21
 
splendido. e anche se qualche lacrima è scesa nella letura, le aprole che hai scritto non si sono sciolte.
: )
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#3    18 Luglio 2007 - 00:24
 
@anonimo: grazie per i complimenti. Era tanto che questo racconto era in attesa di essere scritto. Forse era Ritchie che non se la sentiva ancora.

@peperl: una cosa così bella detta da te è davvero un grande onore.
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#4    24 Luglio 2007 - 10:25
 
Clap, clap e riclap!
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#5    25 Luglio 2007 - 16:33
 
sì, magari la prossima volta digito con meno errori... : )
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