Subway Soul Bar

OGNI NOTTE AL SUBWAY, LA BIRRA SCORRE E LA MUSICA SI INSINUA NELL'ANIMA.

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lunedì, 18 febbraio 2008

UNA SERATA STRANA.
(prima parte)

Avete presente quelle serate strane, quelle in cui i colori sembrano diversi dal solito,
i profumi sono irriconoscibili e continuate ad avvertire quel pizzicore dentro,
come una leggera irrequietezza
(come direbbe l’amico Parker, il senso di ragno che pizzica)?

Ecco: stasera il senso di ragno pizzica per tutti quelli presenti al Subway.
Mi guardo intorno e nessuno pare comportarsi secondo le sue abitudini.
Le parole dei miei amici mi giungono ovattate mentre il cervello cerca di afferrare
quel filo sottile che mi può condurre a capire.
Fisso occhi che riconosco, installati su facce che hanno scoperto nuove espressioni.
Non ho controllato la luna, ma non mi stupirei se fosse verde.

Il tavolo si è composto pian piano: il primo ad arrivare è stato Alan,
che si è seduto con le spalle rivolte all’ingresso, come se non volesse essere riconosciuto.
Strano comportamento per uno che si sente al sicuro solo quando ha la visuale
completa dello spazio intorno.
Poi sono entrato io e mi sono andato a piazzare davanti a lui.
E quando Sillas, la cameriera che con una sola parola riesce a mettere in crisi la costruzione
di ogni mia frase, mi ha chiesto se prendevo la solita birra, ho bofonchiato
un “Aspetto un pochino, grazie” senza quasi accorgermene.
Eppure, venendo, non pensavo ad altro che a gustare la mia birra preferita.

Rita, appena entrata, ha appoggiato un bacio sulla guancia di Alan,
uno sulla mia e poi ha dedicato più di un minuto alla scelta della sedia da occupare.
Un nuovo, misterioso segnale di stranezza. Per non parlare di Delia.
Approdata al tavolo per quarta, ha aperto la bocca e, quasi senza respirare,
ha preso a raccontare la storia della sua infanzia. Delia! Delia di cui sappiamo
così poco da chiederci, ogni tanto, se non sia una spia di qualche governo straniero.
Delia che conosciamo da tre anni e di cui ignoriamo l’età, l’indirizzo,
le precedenti storie d’amore.
La potremmo riassumere in poche parole: occhi grandi, lunghi silenzi,
analista contabile, una passione inquietante per le scarpe viola,
un fidanzato che abita in un’altra città. E adesso stiamo esplorando
i traguardi dei suoi primi anni, l’asilo dalle suore, l’amore per i pattini,
la bambola Giuditta, i compagni di classe che le tiravano le trecce.

Cosa accade in questa strana serata? Mentre mi chiedo cosa abbia scritto
Nostradamus in proposito, Sillas torna a domandarmi se voglio qualcosa da bere.
Richiamato alla realtà dalle mie riflessioni, mi desto e la prego di scegliere lei per me.
Qualcosa di diverso da ciò che prendo sempre. Poi, un nanosecondo più tardi,
mi domando se non ho fatto male. Ho esagerato. Lei mi sta fissando negli occhi.
Che si stia chiedendo se sono rimbecillito tutto d’un colpo?
Ma no: Sillas non è così. Sorride e annuisce: “Sfida accettata, Gringo!”.
La seguo con lo sguardo mentre si avvicina al bancone e indica qualcosa al barista.
Quale sarà il colore del liquido che riempirà il bicchiere panciuto destinato a me?
Un attimo dopo mi distraggo: al Subway è appena entrato il nostro Roger Moore personale.
Per la terza volta Giancarlo mette piede nel nostro pub preferito e per la terza volta
si siede al nostro tavolo. Ormai dovremmo essere abituati alla sua strabiliante somiglianza
con l’attore che ha fatto 007 e il Santo, ma ogni volta è la stessa storia:
si siede e ci aspettiamo che parli in inglese e sotto l’impermeabile abbia uno smoking.
E invece ha un maglione e ci chiede: “Avete visto?”.

“Cosa?” è una singola parola che riesce a suonare davvero potente
quando è pronunciata all’unisono da quattro persone.
E forse è la sorpresa che distoglie Giancarlo dal rispondere alla domanda.
Come se un punto interrogativo pronunciato a più voci non fosse un quesito,
ma la strofa di una canzone, di un salmo o di un motto.
E allora ci pensa Delia, tanto questa sembra la sua serata: “Cosa dovremmo aver visto?”.
“Il cartello.”
“Quale?”
“Quello fuori.”
Di questo passo la nostra conversazione durerà decenni.
Una parola alla volta, finiremo vecchi e coperti di polvere,
ancora appollaiati a questo tavolo come i personaggi di un racconto di Ende.
Sostantivo. Stasi. Interrogativo. Altra stasi. Nuovo sostantivo.
Così, mentre Sillas appoggia davanti alla mia mano un bicchiere
che sembra contenere una densa birra rossa, io libero più parole contemporaneamente,
sperando di risolvere la questione: “Grazie, Sillas.  Cosa dobbiamo vedere, Giancarlo?
Hey, buona questa birra, Sillas, cos’è? Insomma, Giancarlo, dacci una risposta!”
“Cittavecchia” e “Il cartello all’ingresso del Subway”.
Il primo è il nome di una birra.
Il secondo una risposta. O forse uno stimolo, visto che ci alziamo tutti
e ci dirigiamo all’ingresso.

Avete presente quelle serate strane?
Immaginate quanto strana possa essere questa serata se a un certo punto,
uscendo per un attimo dal Subway, ci si trova davanti a un cartello,
appeso a pochi centimetri dalla porta, con scritto sopra: “Cercasi barista.
Richiesta esperienza e capacità di adattarsi all’ambiente.
Possibilmente frequentatore del Subway.”
Come “Cercasi barista”? Non basta il nostro barista? Serve un barista in più?
Mica avranno intenzione di ingrandire il Subway?
Mille domande. Domande da serata strana.
E poi un’intuizione: il barista se ne andrà.
Sembra impossibile. Lui è una parte del Subway.
Lui è quello che ha Subway scritto in faccia.
Lui è quello che la prima volta che venni qui, in quella giornata infernale,
in cui entrai per caso in questo posto, per scappare per un attimo soltanto
da tutto il mondo, mi guardò e, senza neanche chiedermi cosa volessi,
mi piazzò davanti un bicchiere, ne riempì uno uguale e bevve con me, in silenzio.
Lui è quello che mi lasciò le chiavi del Subway
quando Ritchie decise di raccontarci la sua storia.
Come può andare via?
Rientriamo nel Subway uno a uno.
E sembra che ognuno di noi faccia fatica a digerire il cartello,
perché nessuno si avvicina al barista e chiede notizie. Solo Giancarlo, a un certo punto,
dopo tre bicchieri di quello forte,
si alza, si avvicina al banco e inizia a parlare col barista.

Siamo tutti curiosi. E tutti un po’ tesi.
Coi nostri bicchieri in mano, ci siamo ritagliati un posto da spettatori al film muto che,
a pochi metri da noi, Giancarlo e il barista stanno interpretando con una naturalezza
da actor’s studio.
Sorrisi, qualche espressione difficile da intuire, molte parole. Alla fine, una stretta di mano.
E Giancarlo che torna verso di noi. Con la faccia soddisfatta.
Prima di arrivare al tavolo, si volta verso il bancone e indica di portarci un bicchiere a testa.
Così, pochi istanti dopo ci troviamo a brindare.
Ché certe notti per brindare basta un motivo piccolo, una frase leggera,
qualche parola di un amico che, sedendosi di nuovo al suo posto,
ti dice: “Ma no che non se ne va.
Lo dicevo io!”. E che poi, offrendo un altro giro,
comunica a tutti noi che è stato appena assunto.
Che il cartello serviva a cercare un cameriere che poi, a volte,
potesse anche fare da supplente
al barista. In caso. Giusto in quel caso in cui lui non ci fosse.
Cosa che, nei miei anni di Subway,
non ho mai visto accadere.
Un cameriere con la faccia di Roger Moore. Sarà una grande novità.
Così, alla fine, un altro appassionato di birra, da un tavolo lontano,
si alza e amplifica qualche parola, allungandola fino ai bevitori seduti vicino alla porta.
E ci starebbe un altro brindisi. E non serve neanche pensare di chiedere ancora:
ogni cameriere sta appoggiando un bicchierino davanti a ogni cliente.

Una mano che ormai sto imparando a conoscere ne appoggia uno davanti a me.
Alzo gli occhi e li allaccio a quelli di Sillas. E mi sembrano un po’ tristi.
Ma poi lei mi sorride e sussurra: “Questo è davvero speciale.
Ce n’è una sola bottiglia qui al Subway. E il tuo è l’unico bicchiere che lo contiene.
Assaporalo a fondo. E ricordalo.”
Il Subway è rumoroso, le voci sono alte e la musica avvolge ogni angolo,
eppure il sussurro di Sillas mi raggiunge senza esitazioni,
come se i suoi occhi avessero comunicato coi miei.
E mentre mi confida quanto prezioso sia il contenuto del mio bicchierino,
mi appoggia la mano sul braccio. E quel contatto ha il calore del miglior whisky di Scozia.

La voglio ringraziare. No, le voglio chiedere di berlo con me.
E, se è un solo bicchiere, allora lo divideremo. E se…
Ma è già andata. In un attimo. Con passi veloci. E ora tutti brindano.
E urlano. E il barista dedica un brindisi a chi dal giorno dopo sarà il nuovo portatore
di birre del Subway. E noi giù a congratularci con Giancarlo.
E a tirargli pacche sulle spalle. Di quelle che lasciano il segno.
Ma è un segno bello. Un segno amico.
Lo guardo e dico: “Giancarlo, non pensavo servisse un cameriere in più.
Vi contenderete i clienti!”. E la sua risposta, quel “Veramente ci sarà anche
un cameriere in meno. Anzi, una.” si accavalla alla seconda parte del brindisi del barista:
un saluto a chi al Subway ha dato molto e che ha deciso di andarsene per cambiare.
E il nome non ha bisogno di essere ripetuto.

Sillas ha lasciato il Subway. L’ultimo gesto è stato appoggiare un bicchiere speciale davanti
a me e una mano sul mio braccio. Poi, è uscita dalla porta.
E ora, al sapore del whisky, si aggiunge il sapore delle occasioni perse.
E il primo impulso è seguirla. Ma poi sopraggiunge il pensiero che,
se avesse voluto essere seguita da me, non sarebbe andata via così.
Mi appoggio quindi alla mia sedia, fingo di brindare, ascolto la musica in sottofondo.
E provo quella strana sensazione di qualcosa di fuori posto.
Come quando nei film il labiale non ha nulla a che vedere con il filmato.
Certo: puoi seguire lo stesso il film. Ma quella sensazione di sfasamento
ti impedisce di sganciarti dalla realtà.

Quando già sto meditando di uscire dal Subway e tornare a casa,
oppure farmi un giro in moto per vedere di ritrovare la giusta visione del mondo,
il barista si presenta davanti a me e con una faccia che pare emanare comprensione mi dice:
“Questo credo proprio che sia tuo” e mi appoggia davanti alle mani un piccolo pacchetto blu.
Poi mi batte una mano sulla spalla e torna nel suo regno:
dietro il grande bancone in legno del Subway.

Così, mentre intorno a me i brindisi si sussegguono,
apro la carta blu che avvolge la piccola scatola.
Poi, sollevo il coperchio: dentro è riposta l’etichetta di una bottiglia di whisky.
Solo l’etichetta. Capisco subito: è quello dell’ultimo bicchierino.
Lei ha detto che al Subway ce n’era solo una bottiglia e che era speciale.
E lo era davvero. Ne rimane un sorso nel mio bicchiere.
Così lo porto vicino al naso e mi lascio invadere da quell’odore. Non voglio dimenticarlo.
Poi, lentamente, bevo quel sorso, trattenendolo qualche istante in bocca,
prima di deglutire e lasciarmi andare al retrogusto. A quel punto, prendo il portafogli
e mi appresto a riporre l’etichetta. Ed è mentre la sto mettendo nel portafogli che noto il retro:
riporta una scritta.
“Se tu volessi ritrovarmi, ora sai come.” e un numero di telefono.
Sillas se n’è andata. Sillas, in un modo così suo, mi ha segnato la strada per ritrovarla.
Sorrido. E decido che è davvero venuto il momento di andare a casa.
Credo di avere una telefonata da fare.

Mi alzo. E, mentre mi sto infilando la giacca, rivolgo lo sguardo all’uscita.
Come se quel gesto mi portasse già fuori. Qualche istante più vicino a parlare con quella donna.
A parlarle come non abbiamo fatto in questi anni in cui siamo stati vicini eppure separati
da un bancone o da una tazza o da un boccale.
Mi vedo già fuori, già pronto a salire sulla mia moto.
Mi sembra di sentire già il peso del casco sulla testa e il motore che si accende.
Mi giro per salutare gli amici.
Per dire che io vado e che vado per una buona ragione.

Ed è in quel momento che quattro uomini,
coi volti coperti da passamontagna, entrano nel Subway.
E’ in quel momento che estraggono delle pistole.
E’ in quel momento che Giancarlo, che si trova vicino alla porta, cerca di fermarli.
Proprio mentre uno di loro sta urlando “State tutti fermi.
Comportatevi bene e tra poche ore sarete di nuovo nelle vostre casette”.
Giancarlo apre la bocca, ma il suono è quello di un’esplosione.
E poi c’è solo il suo corpo che cade per terra e delle macchie rosse tutt’intorno.
In molti ci muoviamo verso di lui. “Provateci!” è la parola che ci colpisce e ferma.
“Adesso vi dimostreremo che non scherziamo”, dice il più alto tra loro.
E afferra una donna, una poco distante dall’uscita. La prende per i capelli. E la tira a sé.
E le infila la pistola in bocca.
E il Subway è tensione. E il Subway è odore acre. E il Subway si blocca.
E quell’uomo dice: “Chi indovina cosa farò ora?”

Avete presente quelle serate strane?
La più strana si è appena presentata al Subway.
E ho la sensazione che sarà una lunga serata.

(continua nella prossima puntata.
Online dal 3 marzo.)
postato da: capitansqualo alle ore 14:01 | link | commenti (3)
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Commenti
#1    18 Febbraio 2008 - 17:14
 
Visto che l'ho letto tutto d'un fiato e con il fiato sospeso, non so come potrò attendere fino al 26 febbraio!!!
Complimenti, come sempre!
Sento ancora una morsa allo stomaco!
;-)
utente anonimo

#2    18 Febbraio 2008 - 20:02
 
attendo. sorridendo. un racconto che racchiude molte cose. una scatola cinese ancora da aprire. :) abbraccio
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#3    10 Marzo 2008 - 08:52
 
Il 3 Marzo è passato da una settimana! Vergogna!!
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