Subway Soul Bar

OGNI NOTTE AL SUBWAY, LA BIRRA SCORRE E LA MUSICA SI INSINUA NELL'ANIMA.

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lunedì, 14 aprile 2008

UNA SERATA STRANA.
(parte seconda)

Un urlo.
Che riempie lo spazio.
Che graffia la faccia.
Che strazia il nostro equilibrio e ci strappa di dosso brandelli di lucidità.
Cosa ci fa un urlo così nel Subway?
Cosa ci fa un urlo come questo nelle nostre orecchie?
Mille e mille volte ci ricorderemo questa voce che parte roca e poi sale
e raschia forza da chissà quale riserva nascosta e poi diventa acuta
e prolunga la stessa sillaba, quel “no”, finché resta solo una “o” che precipita
in un sospiro, in un sussulto, in un abbandono non cercato, non voluto.
Mille e mille volte ci sveglieremo di soprassalto nelle prossime notti e in notti future,
ancora lontane, che pure a sorpresa ripescheranno questo ricordo
e lo serviranno avvolto da un sogno impossibile da dimenticare il mattino dopo.

Qui nel Subway echeggia quell’urlo. L’urlo di terrore.
La donna che il rapinatore ha preso in ostaggio
ha il viso rigato di lacrime. Quel trucco cui aveva affidato il compito
di sottolineare la sua bellezza e nascondere qualche imperfezione
ora le sta colando sul viso, trasformandola in una maschera
di righe nere.
E qualcosa ci inchioda.
Sono gli occhi. Quegli occhi spalancati, con le pupille che sembrano
voler saltare fuori e scagliarsi nel punto più lontano della sala.
Ecco cosa colpisce più in profondità le nostre coscienze.
Quegli occhi che riescono a gridare più forte dell’urlo.

E’ una serata strana. La peggiore che potesse capitare qui al Subway.
Nessuno sta servendo birra, nessuno sta brindando,
nessuno è sbronzo, nessuno è affamato.
Non ci sono chiacchiere. Nessun cameriere sta prendendo ordinazioni.
E la mia unica consolazione è che Sillas se n’è andata prima
che tutto questo iniziasse. E c’è qualcosa di portentoso nel pensiero di lei.
Perché è il pensiero cui mi aggrappo per recuperare il respiro e l’equilibrio.
Penso che ho ancora una telefonata da fare.

E prometto a me stesso che quella telefonata la farò.
Ecco: sarà la prima cosa che farò appena uscito da questa situazione.
Ora respiro. E mi rendo conto di aver trattenuto il fiato.
I miei polmoni ritrovano il contatto con l’aria e il mio cervello ritorna a funzionare.
Devo capire come sta Giancarlo, devo controllare come si sentono Rita e Delia.
E Alan. Così mi giro e li cerco. Rita è ancora al tavolo. Il suo sguardo è terrorizzato.
Alan le siede vicino e le sta accarezzando la testa, cercando di convincerla
a guardare lui e non i criminali. Delia è in piedi.
E sembra che lo sguardo le si sia perso a metà strada tra il tavolo e l’uscita.
Fissa il vuoto e anche lei, come me, pare essersi dimenticata di respirare.
Così mi muovo molto lentamente verso di loro. Prendo la mano di Delia e lei si scuote.
Mi guarda e comincia a parlare. “Hanno sparato a Giancarlo.
Gli hanno sparato, hai visto?”. “Ho visto, Delia. Ma ora vieni con me,
sediamoci al tavolo. Vieni.”
Più forte di quel che avrei immaginato, Delia riacquista animo a ogni passo.
Un attimo dopo siamo seduti ai nostri posti e lei dice che probabilmente
i quattro hanno un complice che era già qui. Uno senza passamontagna.
E che dobbiamo guardare bene tutti quanti e cercare di capire chi è.
Non so da cosa derivi questo pensiero di Delia o se nasconda realmente
una competenza di qualche tipo. Ma tutto sommato il suo ragionamento
mi sembra plausibile. “Proviamoci!”, le dico, “Come possiamo riconoscerlo, secondo te?”.
Lei mi guarda negli occhi e quello che trovo nel suo sguardo mi lascia sorpreso.
C’è fermezza, c’è concentrazione. E c’è davvero la parvenza del saper cosa fare.
Ma da cosa deriva? Come fa Delia a immaginare come comportarsi in una situazione
del genere? Anche la sua risposta sembra arrivare più dall’esperienza che
dall’immaginazione: “Farà qualche sbaglio, vedrai. Sarà lui a rivelarsi.”
Poi si mette a scrutare il Subway.
Forse a caccia di uno sguardo che tradisca il complice nascosto.
Ne approfitto per parlare con Rita. E lei mi dice che vuole andare via.
Che lei non vuole restare seduta là fino a quando ci avranno uccisi tutti.
“Non ci uccideranno, Rita. Calmati. Non fare la ragazzina.”
Lei mi guarda ed è ancora terrorizzata, ma c’è un piccolo barlume di grinta nei suoi occhi.
La mia provocazione ha toccato il nervo scoperto.
“Non faccio la ragazzina. Ti sto dicendo che voglio andarmene.”
“Appunto, fai la ragazzina che si piscia addosso.”
Ora traspare la rabbia che monta. E che salendo spinge via il terrore.
“Ma che diamine! Non faccio un cavolo di quello che dici, mi sembra
che la situazione sia brutta abbastanza da poter anche avere… ehi, mi prendi in giro?
Mi volevi far arrabbiare?”
“Sì. Ora respira. E vedrai che andrà meglio.”
Rita respira a fondo, rilassa le sopracciglia, che aveva increspato per la tensione.
Poi mi guarda.
“Brava. Va meglio, ho ragione?”

“Sì, va meglio. Ma la prossima volta che mi dai della ragazzina
ti distruggo un boccale di birra in testa!”.
“Pieno?”
“No, prima lo bevo!”
Ecco. Ora le cose sono migliorate. Siamo più padroni di noi.
Ma il primo problema non è cambiato: non sappiamo come stia Giancarlo.
E tutto quello che riusciamo a vedere da qui è che il suo corpo
è fermo e insanguinato. Non riusciamo a capire se il suo torace si muove
per la respirazione: è troppo nascosto tra le gambe dei rapinatori.
Che sono ancora tutti vicini all’ingresso.
E ora uno di loro torna a parlare.
“Ascoltatemi bene, perché non ripeterò. Ora farete i bravi, vi siederete ai tavoli
e non tenterete di alzarvi se non dopo aver avuto il nostro permesso.
Se vi comportate come diciamo, presto sarete a casa vostra. Se qualcuno fa il furbo,
dirò ai miei uomini di punirlo. E ai miei uomini piace punire.
Ora, se qualcuno di voi ha armi, farà bene a dirlo immediatamente.
E come vedete c’è una pistola nella bocca di una vostra amica.
Ed è una pistola dalla pallottola facile.”
Pronunciato questo lungo discorso, con una voce sicura, non preoccupata,
lenta, l’uomo dal viso coperto scruta uno a uno tutti noi. Gli occhi sono freddi.
Esperti e professionali. Sono occhi di un medico che guarda delle radiografie,
sono occhi di un meccanico che ha appena sollevato il cofano di un’auto che non parte.
Ci guarda. Uno a uno.
“Niente armi, allora?” Una piccola pausa di silenzio.
“Bene. Meglio. Le regole sono semplici: il mio collega col passamontagna verde
andrà di là, nelle cucine, con la donna. Se qui succede qualcosa, la donna è morta.
Voi invece rimanete tutti seduti. Se qualcuno ha qualcosa da dire, alzi la mano ora.”
Non c’è un impulso. Non c’è una spinta vera ad alzare la mano.
La decisione non è emotiva, non è caratteriale. Non c’è un particolare coraggio.
Anzi, mentre sollevo il braccio, sento una fitta di paura.
Alzo la mano perché una persona che conosco forse è morta
sul pavimento davanti al bancone, ma forse è ancora viva e ha bisogno di cure immediate.
Alzo la mano perché penso che se ci fossi io là, vicino agli sgabelli del Subway,
a fare i conti col dolore e a sentire la vita che se ne va, vorrei disperatamente
che qualcuno facesse ciò che può per aiutarmi.
E quello che posso fare io per aiutare Giancarlo è alzare questa mano.
Ma non sembra che il mio gesto incontri il gradimento del rapinatore,
che si dirige a passi rapidi verso di me, seguito da un suo complice,
mentre un terzo si va piazzare nella parte opposta della sala rispetto a dove ci troviamo.
“Grande! Abbiamo un eroe. Uno che vuole parlare. Uno che non ha paura, eh?
Uno che vuole creare problemi! Vero?”. Ormai è davanti a me.
E non so bene come comportarmi.
Gli fisso gli occhi, cerco di capire se ha intenzioni cattive o se sta solo esasperando
il suo ruolo per evitare che qualcuno cominci a prenderlo poco sul serio.
“Allora? Vuoi causare problemi? Sei uno che crea problemi?”
Sto per rispondere. Concentrandomi sul fatto di mantenere calma la voce, che possa
rassicurare anche il rapinatore. Che senta la paura che in questo momento
mi fa battere il cuore in gola. Sto per rispondere quando qualcuno, da dietro,
mi colpisce sulla schiena. E il dolore è inaspettato.
Cado dalla sedia, cado per terra davanti al loro capo.
Lui si limita a un avvertimento: “Il primo che si muove è morto.”
Quei pochi che stavano alzandosi dalle sedie si fermano. E lui torna a guardarmi.
Io lo fisso. E la schiena mi fa male. Sono stato stupido.
Ho concentrato tutta la mia attenzione
su di lui e non mi sono accorto dell’altro, che mi è arrivato alle spalle.
“Allora? Vuoi causare problemi?”
E mentre grida questa domanda mi dà un calcio in pancia.
“Vuoi essere il prossimo a prenotare una bara?” urla il capo nella direzione di Alan.
E capisco che il mio amico stava cercando di intervenire. “Sto bene, Alan.”
La mia voce è roca. “Ascolta.” dico guardando negli occhi quel rapinatore.
“Ti ho detto di parlare?” è solo parte della sua risposta.
L’altra parte è un colpo che mi colpisce sulla mascella. E sono di nuovo disteso per terra.
Il mio tentativo di fare qualcosa per Giancarlo non sta andando bene.
“Ti dico io se e quando parlare. Anzi, sai cosa faccio? Ora ti sparo?
Ti va bene se ti sparo? Che dici? Ti sparo? Eh? Rispondi solo alla mia domanda:
vuoi creare problemi?”
La mia riposta è accompagnata da qualche sputo di sangue. “No”.
“E allora perché hai alzato la mano? Avevi qualcosa da dire?
Qualcosa di così importante da rischiare la vita?”
“Sì.”
“Cosa?”
“Ascolta, l’uomo cui avete sparato è un mio amico. Mi è parso che si muova ancora.
Forse potete controllare se è ancora vivo. Forse ha bisogno di cure.”
“Forse posso andare là e finire il lavoro. Che dici?”
“No, per favore. Non vi serve ucciderlo. Abbiamo capito che siete pronti a farlo.
Non creeremo problemi.”
Quell’uomo mi guarda dritto negli occhi. E mi studia.
Sta cercando di inquadrarmi. Vuole sapere se parlo sinceramente
o se sto solo tentando di raggirarlo. Poi sembra decidere per la prima possibilità.
Fa un cenno. E una mano, da dietro, mi strattona per il colletto della camicia.
Mi alzo barcollando. “Andrai tu a controllare il tuo amico.
Ma sta’ attento: il primo movimento
sbagliato che fai o anche solo uno sguardo che non mi sia gradito e io ti sparo.
Senza esitazioni. Ti pianto una pallottola in testa.
E ora vai. Il mio “collega” ti accompagnerà.
Stagli sempre a meno di tre passi di distanza, ma mai a meno di uno.”
Così mi metto stabile sulle gambe e comincio a camminare verso Giancarlo.
Cammino lentamente. E sento dietro di me i passi dell’uomo cui è stato affidato
il compito di farmi da guardiano.
Giancarlo è a pochi metri da me, ma le distanze hanno perso valore nel momento
in cui tutti noi ci siamo ritrovati in una situazione fuori dalla realtà.
O, meglio, fuori da ogni nostra previsione. Tengo gli occhi fissi sul nostro amico
disteso a terra.
E, per un attimo, mi pare che respiri davvero. Che il suo torace si muova.
Sento l’impulso ad affrettarmi, ma appena il mio passo diviene più spedito,
uno sparo proietta una pallottola a pochi centimetri dalla mia gamba.
Mi blocco e guardo in basso: ci sono schegge di legno sui miei calzoni, schegge
del pavimento. “La prossima ti bucherà i polmoni.” è un avviso che il capo dei rapinatori
mi lancia con voce seria.
E’ un avvertimento che tratterò con il dovuto rispetto.
Non ho nessuna intenzione di provare l’esperienza di un proiettile che mi attraversa
il corpo. Così torno a muovermi piano, un passo dopo l’altro, spostamenti lenti.
E finalmente sono vicino a Giancarlo.
E tiro un sospiro di sollievo: sta respirando. Anche se, a ogni movimento del torace,
emette un suono gorgoliante. Mi volto per un attimo verso il mio accompagnatore armato.
Con gli occhi mi dà il permesso di chinarmi sul mio amico. Mi sposto al rallentatore,
mi avvicino al viso di Giancarlo, quel viso così simile a quello di un famoso
attore inglese, e mi abbasso. I respiri sono irregolari, sembrano un’imitazione assurda
di un messaggio in codice Morse. Il primo è lungo e pare raccogliere più aria possibile,
il secondo è molto breve, come a comunicare che respirare può essere un’attività
molto dolorosa e il terzo si rompe a metà, provocando una smorfia sul volto.
Ma gli occhi sono aperti. E ora mi guardano.
“Cerca di stare tranquillo. E respira a fondo, anche se fa male. Come ti senti?”
Giancarlo prova a rispondere, ma il risultato è un colpo di tosse accompagnato
da gocce di sangue proiettate tutt’attorno.
“Va bene. Non parlare. Cercherò di convincerli a verificare se c’è un medico stasera
qui al Subway oppure a chiamare un’ambulanza.”
“Sarebbe una pessima mossa!”
La voce è sussurrata e non arriva da Giancarlo.
E’ talmente sottile e leggera che faccio fatica,
in un primo momento, a non pensare di averla immaginata.
Mi guardo per un attimo intorno.
Non c’è nessuno così vicino a me da poter sussurrare, raggiungendo le mie orecchie.
Il rapinatore s’incuriosisce perché sto guardando intorno. E sta per avvicinarsi a me.
“Sto cercando qualcosa su cui appoggiargli la testa. Un cuscino, una giacca.”
Gli occhi dell’uomo armato sono freddi e restano indifferenti. Poi fa segno di no
con la testa e per un secondo pare che sorrida. Appagato dalla propria crudeltà.
E capisco che quest’uomo non esiterebbe per un secondo a sparare e uccidere.
Ma ora torna a guardarsi intorno, per tenere sott’occhio i tavoli vicini.
E la voce mi raggiunge di nuovo.
“Come sta Giancarlo?”
Ora ho localizzato meglio la direzione da cui arrivano quelle parole soffiate.
Il bancone è a pochi centrimetri dalla mia schiena e mi sta parlando.
E ovviamente non è il bancone, ma qualcuno dietro il bancone.
Il barista dev’essersi nascosto appena quei quattro sono entrati sparando.
Fingo di parlare a Giancarlo. “Devono averlo colpito a un polmone.
Ma per capire meglio dovrei girarlo. Respira, ma fa fatica. E’ cosciente.”
La voce è sempre un sussurro. Ma le mie orecchie si stanno abituando
a riconoscere le parole che mi arrivano come aliti di vento.
“Non mi hanno visto quando sono entrati.
E allora mi sono gettato sul pavimento qui dietro.
Ho una pistola. Ma la userò solo in caso estremo: non mi sembrano per niente
degli sprovveduti e alla vista di un’arma reagirebbero molto male. Quanti sono?”
“Sono quattro. Ma Delia sostiene che potrebbero avere un complice tra i clienti.
Non mi sembra una teoria sbagliata e questo vuol dire che dobbiamo stare molto attenti.”
“Come dicevo: sono professionisti. Sanno il fatto loro. L’idea del complice
mi sembra probabile.”
Sono così concentrato su quella voce lieve che rimango completamente sorpreso
quando, poco distante dalle mie orecchie, sento urlare “Fermalo!”.
Il primo istinto è pensare che sia riferito a me. Ma basta alzare gli occhi per vedere
la scena e capire: un uomo si è alzato dal tavolo più vicino all’uscita
e ora corre verso la porta del Subway. Poi c’è uno sparo.
E un altro immediatamente dopo.
E un rapinatore che corre, continuando a sparare, verso la porta.
Ma quell’uomo è stato rapido, forse in preda alla paura oppure avendo calcolato
con precisione i movimenti da compiere. E riesce a raggiungere la porta,
proprio mentre un proiettile fa esplodere il vetro con la scritta Subway.
Ma ormai quell’uomo è fuori e noi sentiamo solo la sua voce che, allontanandosi,
urla “Aiuto!”.
Poi mi resta un solo pensiero in testa: “Stronzo!”. Mi chiedo cosa accadrà ora.
Cosa faranno quei quattro criminali davanti a questo imprevisto.
Non serve attendere molto per scoprirlo.
Dopo che uno di loro si è piazzato davanti all’uscita
con il mitra spianato, il loro capo urla un semplice comando verso la cucina:
“Uccidi la donna!”.
Il subbuglio in cui il Subway si è ritrovato durante la fuga di quell’uomo cessa d’un colpo.
E il colpo è lo sparo che arriva dalla cucina. Tutti gli occhi del Subway si spostano
verso la direzione di quel suono così definitivo e sull’uscio con le piccole porte a battente,
così simili a quelle dei saloon dei film western, esce l’incarnazione del cowboy cattivo:
la pistola fumante, il sorriso malizioso. Ed è di nuovo il capo dei rapinatori a parlare.
La sua voce continua a non tradire preoccupazione, ma si percepisce una rabbia tenuta
a stento sotto controllo.
“Vi avevo avvertiti. Ora le cose andranno diversamente.
Adesso il mio amico con la pistola si avvicinerà a un tavolo per volta.
Le persone sedute al tavolo si alzeranno e andranno tutte
verso il fondo del locale. Vi voglio tutti seduti per terra, tutti vicini.
Così magari col prossimo sparo ne ammazziamo due al posto di uno. E vi avviso:
l prossimo che fa il furbo condanna a morte tutti quanti.”
Poi, si volta verso l’uomo che si è piazzato davanti alla porta: “Spranga la porta
e poi mettiti vicino a quel tizio per terra e al suo amico eroe. Ehi, eroe…” – e mi fissa –
“… sei sempre sicuro che non creerai problemi? Non è che mr. Melasvigno ti ha messo
in testa strane idee?”.
Non sono sicuro se parlare sia una buona idea. Così faccio cenno di no con la testa.
“Bene. Impari in fretta. Forse resterai vivo.”
Dopo pochi minuti di movimento, tutti gli ostaggi sono seduti per terra in fondo
al Subway, con due rapinatori a tenerli sotto tiro.
E vicino a me c’è un mitra tenuto saldamente tra le mani di qualcuno dal viso coperto
da un passamontagna blu.
E io respiro lentamente, cercando di ossigenare il cervello e mantenermi calmo.
Nella mia testa ci sono due pensieri che ronzano come insetti impazziti.
Il primo riguarda il rapinatore cui è stato affidato il compito di tenermi sotto tiro:
le mani guantate che reggono il mitra non mi sembravano mani da uomo e quindi
ho guardato per un secondo quel criminale negli occhi e ho avuto conferma: è una donna.
Il secondo è più pressante: nessuno di loro ha parlato di soldi, ha chiesto dove si trova
la cassaforte del Subway, ha detto agli ostaggi di tirare fuori portafogli e gioielli.
Ma allora cosa sono venuti a fare qui questi quattro rapinatori? Cosa cercano qui?

Mentre le domande che mi pongo tra me e me non trovano nessuna risposta,
i tavoli vengono fatti sgombrare e gli occupanti vengono spintonati fino alla parete
in fondo al locale. Ammassati laggiù basterà un mitra per tenerli tutti sotto tiro
e due occhi attenti per accertarsi che nessuno prenda iniziative.
Spostare tutti gli ostaggi richiede ai rapinatori pochi minuti, ma sembra
che tutto fili liscio e fluido. Fino a quando dall’esterno proviene un suono che cambierà
le cose in modo imprevedibile. La sirena di un’auto della polizia. Anzi, più di una sirena.
E i riflessi di luce dei lampeggianti non tardano a proiettarsi attraverso le finestre
del Subway fino a raggiungere le pareti vicine all’ingresso.
Nei momenti di silenzio che seguono, si cominciano a sentire voci concitate
provenire dall’esterno. “Quanti…?”, “…perimetro.”, “…radio…”, “…lontana la gente e…”
sono alcune delle frasi spezzate che mi arrivano alle orecchie. 
Poi l’unica voce che riempie l’aria è quella del capo banda.
Una voce che pare sapere sempre cosa dire e cosa fare.
Come se avesse previsto ogni possibilità e non avesse bisogno di riflettere
per decidere cosa fare. Come se tutto fosse il risultato di una semplice operazione
matematica. Sirene + lampeggianti = chiudere le tende.
Ed è questo che la voce ordina. A me.
“Lascia il tuo amico. Non morirà per i prossimi due minuti.
E chiudi le tende di tutte le finestre. In fretta. E prega che i poliziotti non ti prendano
per uno di noi: il destino ha il senso dell’ironia.”
Così mi alzo e mi avvicino alla prima finestra.
Dubbioso se sia o meno il caso di prepararmi a diventare il bersaglio delle pistole
della polizia. Ma poi penso al fatto che qui ci sono ostaggi:
i poliziotti non spareranno finché la situazione non sarà chiara.
Così, davanti ai vetri, guardo fuori. Ci sono tre auto coi lampeggianti accesi
e un furgone con gli sportelli aperti. Ci sono altre auto in arrivo.
E c’è un furgoncino della tv. Come sempre i giornalisti sono veloci quasi quanto
le forze dell’ordine. E forse anche di più: sono i primi ad accorgersi che qualcuno
si è affacciato dal locale. Puntano un faretto verso di me.
E a quel punto il capo parla di nuovo: “Non perdere tempo. Chiudi.”
Afferro la pesante tenda con una mano e la tiro fino a quando
è completamente chiusa. Poi, una a una, acceco tutte le finestre del Subway.
Mentre chiudo l’ultima, lo scorcio di realtà che si offre ai miei occhi
è un quadro in movimento, composto da alcune transenne, gente che comincia
ad accalcarsi per vedere cosa sta succedendo, poliziotti intenti ad arginare
la piccola folla che si sta formando e una telecamera che inquadra il Subway e,
a un passo dalla telecamera, una donna che sta parlando in un microfono
e indica il pub alle sue spalle.
Quella donna l’ho già vista: conduce un telegiornale e, a volte, si occupa
di servizi giornalistici in diretta. Proprio come ora. Illuminata da luci abbaglianti
e gesticolante sta raccontando alla telecamera che qualcuno è entrato in un pub
e ha preso degli ostaggi.
Preso da quella vista mi sono attardato e ora di fianco a me c’è il capo dei criminali.
“Bella scena, eh?” dice a bassa voce, quasi solo a mio beneficio.
“Molto più godibile quando si è dall’altra parte di quelle transenne, fidati.
Guarda quei poliziotti indaffarati. E guarda quella giornalista.
Pensa a che colpo di fortuna per lei essere arrivata per prima. Prevedo una promozione:
presto ci assillerà dal telegiornale delle 20.”
Il rapinatore afferra un lembo della tenda. E sta per tirarla.
Poi si sofferma qualche momento, colpito da una figura vicina a un gruppetto
di poliziotti. Stavolta la voce sussurra appena. 
“Benvenuto, ispettore. Mettiti comodo: sarà una lunga notte.”

I miei occhi invece colgono un altro movimento.
Una donna si è fatta strada tra la folla.
E ora sta spostando con frenesia gli occhi tra le finestre del Subway,
cercandone una ancora aperta. Occhi che bruciano di rabbia e si muovono
con la velocità della preoccupazione. Occhi di una pantera che cerca i suoi cuccioli.
Occhi spaventati e forti. Gli occhi di Sillas, che ora si spostano sull’ultima finestra aperta.
E incrociano i miei. E coi miei si fondono. E mi pare che quegli occhi mi parlino.
Si calmino, per un attimo, ed esclamino “Sei vivo! Stai bene!”.
I nostri occhi si abbracciano, ecco cosa succede.
Una cosa semplice. Una cosa immensa.
In un attimo i nostri occhi si abbracciano.
Poi la tenda si chiude e la realtà resta fuori.

E’ una serata strana. La peggiore che io ricordi.
E qui al Subway le cose si stanno mettendo davvero male.

FINE DELLA PARTE DUE.
(parte 3 on line dal 21 aprile)
postato da: capitansqualo alle ore 12:05 | link | commenti (3)
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Commenti
#1    22 Aprile 2008 - 13:35
 
Complimenti!!!
Direi che tiene incollati e con il fiato sospeso! Grandioso!
utente anonimo

#2    28 Aprile 2008 - 17:46
 
Ehi, sei in ritardo di una settimana! E io non ce la faccio più ad attendere....

Ropael
utente anonimo

#3    19 Dicembre 2008 - 16:33
 
ehi, quanto tempo è passato dal 21 aprile?
......
utente anonimo

Commenti