Subway Soul Bar

OGNI NOTTE AL SUBWAY, LA BIRRA SCORRE E LA MUSICA SI INSINUA NELL'ANIMA.

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venerdì, 30 giugno 2006

Tipica serata al SubWay.

La sera è svanita in una carezza, scivolata nella notte come un fraseggio di sax.
Le facciate dei palazzi si sono dissolte nella luminosità dei lampioni.
L’aria, stanotte, è frizzante e pungente. Distillata.

E’ di nuovo domenica sera. Di nuovo Subway. Di nuovo domande.

Ogni sedia è ammantata da una serie di indumenti.
La svestizione avviene molto lentamente.
Appena entrati ci si limita a togliersi la giacca o il cappotto.
Macchiandoli con un cappellino o una sciarpa.
Poi, parole dopo, viene liberato un maglione,
che ne rivela un altro, sotto.
E, se ci si ferma abbastanza tempo,
anche il secondo maglione vince un giro sullo schienale
mentre il tavolo ospita un nuovo valzer di bicchieri.
A un tavolo d’angolo, ci sono io.
In camicia. A chiedermi come si convincono le parole
a mettersi in fila e formare Lolita o Il Piccolo Principe.

Qui al Subway ogni finestra è appannata. Succede sempre.
E’ come se il locale, a una certa ora, avesse le palpebre pesanti.
E le chiudesse imbiancando i vetri
e restando sensibile solo ai fari invadenti
delle auto dei tiratardi e di qualche insonne
mezzo di pulizia delle strade.
Non c’è niente da guardare fuori di qui.
E per chi passa c’è ben poco da guardare anche qui dentro.
Solo persone.
Così poco. Così tanto. Se capite quel che intendo.
Persone e indumenti appoggiati a sedie.
Qualche bicchiere pieno, qualche bicchiere vuoto,
qualche bicchiere a metà.
Interessante giusto per gli aspiranti filosofi o i saggi da sbornia.

Ne passa tanta di gente del genere, qui al Subway.
Ne passa tanta di gente di ogni tipo.
Brutti ceffi, cretinetti tirati a lustro, lupi solitari e donne curiose.
Ti viene voglia di catalogarli. Di dividerli per gruppi.
Forse ha ragione l’Eurisko: siamo categorie.
I vecchi di vent’anni con la camicia da governatore americano
e gli adolescenti quarantenni con troppi soldi in tasca,
i divi di se stessi e quelli che si caricano sulle proprie
spalle i guai di tutti gli altri,  quelli che non hanno mai tempo
e quelli che sorridono sempre e mettono tutti di buonumore.

E quelli che aspettano qualcuno. O qualcosa. Sempre.
Davanti a un boccale di birra, con una sigaretta in bocca, attendono.
In compagnia, a volte.  Senza badare realmente a chi è con loro,
senza ascoltarne le parole. La loro mente, i loro sensi,
i loro occhi sono troppo impegnati nell’attesa.
Attesa che si prolunga e diviene gesto.
Senza vera aspettativa. Solo gesto.
Attendere può essere come mangiarsi le unghie.
Dopo un po’, diventa inconsapevole.
Tanto inconsapevole che non ci si accorge neanche
di quando si incontra chi e cosa si stava aspettando.

Birra. Questa è la specialità del Subway.
Birra chiara, torbida e fermentata naturalmente,
birra rossa, di gradazione adatta a buoni bevitori,
o birra scura, forte di sapore e densa di schiuma. 
Birra che vaga tra i tavoli su grossi vassoi di legno scuro
– un altro marchio di fabbrica del Subway –
in acrobatico equilibrio sulle mani di cameriere
e camerieri vestiti in tipici costumi di chissà quale nazione lontana.
E io sono qui tra loro.
A guardare il nulla e chiedermi se, per scrivere Il Pasto Nudo,
ci si debba per forza drogare oltre ogni limite.

Ci sono sere in cui mi chiedo se per caso
non vengo anch’io in questo luogo perché sto attendendo
qualcuno o qualcosa. E, allora, scaglio i miei neuroni
alla ricerca di quello che potrebbe essere l’oggetto del mio aspettare.
Non a cercare di trovarlo, ma a capire cos’è.
L’unica cosa che ho rimediato finora sono tanti boccali
e un po’ più di sostanza a livello stomaco.
La birra mi piace. Mi piace davvero.
Cosa che posso dire di ben pochi degli avventori di questo locale.
La maggior parte di loro, infatti, mi è completamente indifferente.
Qualcuno mi dà proprio fastidio. Ma c’è anche chi mi aggrada.
Il più simpatico è il barista,
aspirante attore e tastierista di un gruppo rock
in cerca dell’occasione giusta per sfondare.
Beh, questo qualche anno fa. Una ventina.
Oggi è molto più vicino a essere un barista
contento del proprio mestiere. Serve bevande e aneddoti.
Ha frequentato gli studi cinematografici, ai tempi.
Ha fatto qualche comparsata, ai tempi.
Ha visto il grande attore Tizio
e ha suonato prima di qualche gruppo famoso.
Racconta, con lo sguardo che fruga il soffitto del Subway,
come se li tenesse appesi lì i suoi ricordi.
Appena sotto il cielo. Poco prima del tetto.

A tratti sembra uno studioso.
Vent’anni a scrutare questo zoo di bevitori di birra
convincono anche i più pigri a far qualche riflessione.
I discorsi della gente, per chi ne sente tanti e li ascolta arrivare sospinti dall’incoraggiamento di qualche bicchiere di troppo, si ripetono.
Ma, se ci si fa caso, contengono sempre qualche parola nuova.
Potrebbe venire la pazza idea che, raccogliendo quelle parole,
solo quelle, le nuove, e liberandole dalla ripetizione del resto del discorso
e avvicinandole tra loro, verrebbe fuori un intero discorso nuovo di zecca,
mai sentito prima, mai neppure immaginato.

Birra, servita da un ex-aspirante dietro un grosso bancone.
Chissà se, facendo il versatore di birra, non si possa poi ritrovare,
nei riflessi dorati della chiara o nella bianchissima schiuma
di quella densa ombra nera, l’ispirazione.
Quel piccolo e altrimenti inaccessibile scorcio di panorami nascosti
che porta dritto dritto all’idea.

Può essere nato da una sveltina di un raggio di lampadina
e di un centilitro di luppolo fermentato
il primo capitolo di Cuore di Tenebra?
Affido il mio quesito alla pinta che ho davanti
e lo affondo in una sorsata  di scura riflessione.
Le papille applaudono, lo stomaco ringrazia,
appoggio nuovamente il boccale sul tavolo e, come al solito,
non mi stupisco di non sentir esplodere in me la grande idea.
Così torno alle mie solite e solitarie meditazioni.
Le più classiche: quelle sulla vita. Per esempio: avete mai notato
che quasi ogni cosa può essere paragonata alla vita?
Provateci. “La vita è come…”. Come una carota: più vai avanti
e meglio vedi. Come un treno: va da una stazione all’altra,
gente sale e gente scende e ogni tanto ha bisogno di fare rifornimento.
Un mio amico dice che la vita è come un ottovolante:
sali e scendi e prendi velocità e se ti allacci le cinture
non voli fuori ma ti diverti meno.

Forse la vita è come il Subway: tanta gente, qualche amico,
molte attese e il piacere nascosto nel gesto semplice
di alzare un boccale.
E, sorso dopo sorso, il tempo passa.
 Con il rischio che tu non te ne renda nemmeno conto.
Ecco: forse la gente aspetta di iniziare a vivere e non sa che, in realtà,
la vita è tutto quello che già sta facendo mentre inganna l’attesa.
E la vita procede e tu cresci e muti e citi libri e dischi
sempre più lontani nel tempo.
Ti accorgi che gli anni sono passati quando,
davanti all’ennesima replica di Guerre Stellari,
ti stupisci perché non ti identifichi più con Luke Skywalker,
ma con Ian Solo.
E’ un buon segnale quello! Dice “Goditi quello che sei”,
dice “non aspettare, la vita è ora, è qui”,
dice “Attento che la prossima volta ti identificherai
con Obi Uan Kenobi e, a metà del primo film, ti taglieranno!”.

E’ domenica notte. Forse, già lunedì mattina.
Non so che ora è. Ma sono arrivato a Guerre Stellari:
è ora di andare a casa.
Sul tavolino ci sono tanti circoletti lasciati dal mio boccale di birra.
E’ strano, ma non riesco ad appoggiarlo sempre nello stesso posto.
Non è incapacità, è che mi divertono i circoletti.
Chissà: potrei specializzarmi nella lettura dei circoletti.
Dopo i tarocchi e i fondi di caffè,
potrebbe essere un business interessante.
Alzo lo sguardo e vedo che molte sedie
si sono spogliate dei maglioni e dei cappotti.
Una panchetta si sta esibendo in un lento strip-tease
mentre una giovane coppia la sveste di indumenti caldi e colorati.
Il locale si svuota, il barista saluta.

E, mentre la gente esce, vedo un’immagine.
Là, sulla soglia.

A volte, senza fiato, il mondo si concentra in un solo punto.
Non scompare tutto il resto: c’è.
Ma tutta la luminosità scivola esattamente
al centro del tuo campo visivo.
E là, in quel punto, ti sembra di scorgere qualcosa.
E pensi che, forse, è ciò che aspettavi.
Poi, sbatti le palpebre e non c’è più nulla.

E’ un’ora imprecisata tra domenica e lunedì.
E la nebbia ha avvolto il Subway con una densa sciarpa fumosa.
Ho chiesto al barista due birre. Di quelle speciali.
E una delle sue storie, una di quelle riposte sopra al caminetto.
Lui mi ha dato un boccale, ha preso l’altro,
si è seduto comodo davanti a me e ha iniziato a raccontare.
Mi piacerebbe scriverle, un giorno, storie così.
Se non degne di Sogno di una Notte di Mezza Estate,
almeno piacevoli quanto un racconto di Hornby.
Ma per questo c’è tempo.
Domattina, in fin dei conti, sarà lunedì.
O forse no.
postato da: capitansqualo alle ore 17:04 | link | commenti (2)
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Commenti
#1    06 Luglio 2006 - 08:41
 
...Forse invece di aspettare bisognerebbe avere il coraggio di saltare su quel treno in corsa che non fa fermate e che, una volta passato, non tornerà più... Mi chiedo se quel qualcuno o qualcosa non sia veramente apparso su quella soglia, ma le paure l'abbiano fatto svanire...
utente anonimo

#2    14 Settembre 2006 - 13:57
 
...Perché ora sono io ad avere la sensazione di vedere un’immagine
là, sulla soglia, ma sbatto le palpebre e non c'è più?
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