Subway Soul Bar

OGNI NOTTE AL SUBWAY, LA BIRRA SCORRE E LA MUSICA SI INSINUA NELL'ANIMA.

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mercoledì, 04 ottobre 2006



 “Ich habe eine grosse katze…”.

Ci sono frasi che, per misteriosi motivi, si piazzano proprio in mezzo
al silenzio di tutte le bocche del locale. Mentre un soffio sicuro e inconsapevole
le incoraggia a uscire dal padiglione orale, il chiasso divampa tutt’attorno:
voci su voci, tintinnare di posate, dindinnare di biccheri, qualche risucchio
maleducato, musica di sottofondo, porta che si apre e chiude, sgabelli raschiati
sul pavimento, vassoi appoggiati con vigore da camerierine esili. 
E poi risate d’ogni sorta: quelle a voce alta e pieni polmoni, quelle timide
e incerte, quelle che esplodono e si spengono in pochi pensieri.
La frase esce di bocca e, per un qualcosesimo di secondo, ristagna nell’aria
senza suono. Come quando, al mare, si infila in acqua la punta del piede
per sentire se è fredda o calda.
E, poi, arriva l’onda. E il gelo ti avvolge fin sopra al ginocchio.

Lo stesso accade alla frase.
Controlla la situazione, capisce che il suo volume, pur sostenuto,
verrà schiacciato dal frastuono generale e stabilisce di attendere qualche istante,
fino a quando arriva il momento perfetto per esercitare il suo protagonismo sonoro:
il momento in cui tutto tace.

Arriva sempre quel momento. Ci avete fatto caso?
Ogni singola persona smette di parlare, i bicchieri riposano adagiati sui tavoli,
forchette e coltelli hanno terminato il proprio lavoro, i vassoi sono stabilmente
sorretti dalle mani delle camerierine e nessuno ride.
E, per quelle poche frazioni di secondo, anche la musica è silenziosa,
soffocata dalla breve pausa tra un brano e un altro.
Tre secondi, non uno di più.
Sì, ma tre secondi in cui, in tutto il locale,
l’unico segno di vita è un intenso, tonante, convinto:

“Ich habe eine grosse katze…”

Niente di male, per carità.
Soprattutto se vivessimo già da anni nella tanto pronosticata società poliglotta.
Ma la non-conoscenza del tedesco e la passione per le assonanze fonetiche
regnano sovrane qui al Subway. Si evince dagli sguardi che tutti,
ma proprio tutti gli avventori (con un forte supporto da parte dei camerieri)
rivolgono nella mia direzione. Divampano innumerevoli forme di sorriso:
sorrisi complici, sorrisini pseudo-seduttivi, sorrisi imbarazzati, sorrisi comprensivi,
sorrisi di circostanza.
Divampo anch’io. Sento una palla di fuoco salire dallo stomaco e trasformare
il mio viso nell’imitazione pienamente riuscita di un braciere ardente.
Poi un concetto si evidenzia nella mia mente: la sopravvivenza è nella reazione.
Già, ma quale reazione? Scappo? M’infilo sotto il tavolo? Mi tolgo il maglione,
resto in canottiera e fingo di essere un altro? Sorrido di rimando?
Al mio tavolo, nessuno sembra intenzionato ad aiutarmi: Alan e Delia
stanno piangendo dal ridere, Rita ha nascosto la testa nel tovagliolo e Klaus,
l’amico di Gianni, quello che dovrebbe essere ritenuto responsabile in quanto
unico tedesco della combriccola, si guarda intorno sbigottito.

L’attenzione che tutti mi rivolgono mi invita a chiarire pubblicamente la mia
esternazione. E, siccome non appare mai un deus ex-machina a sgarbugliare
la situazione (ma neanche un amico che preveda il peggiorarsi del danno
e ti infili in bocca un panino al salame), nel silenzio generale proclamo che
“parlavo del mio animale…no, aspettate, la bestia…insomma, cazzo…
no! non cazzo…ehm…un Lagavulin doppio, per favore!”.

Ride, il Subway.
E, alla fine, decido di ridere anch’io.
Alzo il bicchiere, brindo virtualmente con tutti, accetto qualche pacca sulle spalle
e bevo. Malto e pacatezza. Dopo un paio di sorsi, tutto torna come prima.
Non per effetto del whisky: tutto torna davvero come prima: riprendono i rumori,
riattacca la musica, ogni tavolo ricostituisce un pianeta a sé.
E, mentre Rita fa buffe faccine e mi dice “Allora…questa bestiona?
Le hai anche dato un nome?”, mi accorgo che Alan ha lo sguardo fisso.
E questo sì che potrebbe essere l’effetto del whisky.
Ma Alan è astemio e beve solo succhi di frutta.
Allora seguo la direzione del suo sguardo. Vedo il bancone, il barista,
qualche boccale pieno di schiuma e Roger Moore.

Roger Moore?
Qui al Subway?
Seduto al bancone a bere un boccale di birra? Mezzanotte è passata da un pezzo,
dopo due Guinness sto sorseggiando un doppio whisky,
quindi perché no? Perché non dovrei vedere Roger Moore?

“Alan, lo vedo solo io oppure è proprio chi penso?”
Alan non risponde. Rita, Delia e Klaus smettono di parlare e attendono
una sua reazione.
“Alan!”
Si gira verso di me: “Hey, hai visto chi è quello?”.
Lo fissiamo tutti. Senza ritegno. E Roger se ne accorge, alza il boccale
verso di noi e fa un cenno di saluto. Rita emette un lieve sussurro afono
che potrebbe lontanamente somigliare a “Ma è quello…attore… quello che…
ma… 007… ma è…”.
E Alan si precipita a darle supporto: “Sì, Roger Moore. Anzi, Sir Roger Moore.
Ex James Bond alias 007, ex Simon Templar alias il Santo, ex Brett Sinclair
per chi si ricorda Attenti a Quei Due e così via.”

Alan, questo va detto, è pazzo di Rita.
Se in questo momento non avesse gli occhi fissi su Roger Moore,
li avrebbe puntati su di lei. Come fa ogni volta che usciamo tutti insieme.
Bisogna anche precisare che Rita è una gran bella ragazza.
Insomma, una di quelle che “un giretto ce lo farebbe molto volentieri chiunque”.
E, se devo dirla tutta, Rita mi ha anche detto, una sera tardi, qualche mese fa,
a questo stesso tavolo, che quel giretto ad Alan lo farebbe fare con gran piacere.
Ho valutato per diversi giorni se tenere per me l’informazione o dare una spintarella all’amico e suggerirgli di farsi sotto.
Sulle prime ho pensato che non sarebbe stata una grande idea:
Alan è innamorato di Rita, intendo cotto, cuoricini, farfalline e tutte quelle cose là.
Rita gli vuole bene e lo trova attraente. Ma concepisce ogni eventuale situazione
di coppia solo entro i confini del letto. Poi, però, ci ho ripensato: che diamine,
almeno Alan avrebbe vissuto qualche notte intensa. Ma, quando gli ho detto
che era chiaro che Rita ci sarebbe stata con lui, Alan si è incazzato e mi ha detto
di non prenderlo in giro sulle questioni importanti.

In ogni caso, ciò che più di ogni altra cosa mi preoccupa di Alan
in questo momento è: cosa ci fa davanti a Roger Moore?
E ancora: perché gli parla e indica il nostro tavolo? E inoltre: come si capiranno,
visto che Alan non parla inglese (lo so: perché uno che si chiama Alan
non parla inglese? Semplice: Alan è il soprannome che gli abbiamo affibbiato noi
qualche anno fa. Lui si chiama Veruso, non di cognome, di nome, e converrete
che è meglio Alan)?
E infine: mi sono di nuovo perso nei miei pensieri e non mi sono neanche accorto
che si è alzato e ha raggiunto mr. Moore?
Vedo che gli altri si stanno ponendo, più o meno, le stesse domande.
Le risposte non tardano ad arrivare. Ce le consegnano direttamente al tavolo
Alan e Roger Moore.
“L’ho invitato al nostro tavolo. Non aveva senso lasciare che se ne stesse
da solo a bere al bancone! Roger, ecco i miei amici. Amici, Roger”.
“Buoni seri amicio!”.
Bene, sembra che Roger sia in vena di stropicciare un po’ di italiano.
Meglio così. Eviteremo l’imbarazzo del nostro l’inglese strapazzato.

Nell’ora e mezza successiva, Roger ci spiega (o perlomeno è quanto
capiamo tra un “io fa very comi di tu but ogi no deto, right?” e un
“spageti better than chimichanga”) che è in Italia per presenziare come
ospite d’onore a un premio cinematografico.
Il tavolo ospita il passaggio di qualche altro bicchiere e le chiacchiere svolazzano
più leggere. Roger parla poco, ascolta molto e tracanna parecchio.

Poi il Subway comincia ad avere sonno, il barista ci guarda con occhi
supplichevoli e noi, mossi a compassione, ci alziamo e ci apprestiamo a uscire.
Salutiamo Roger con vigorose strette di mano e Alan si trattiene a stento
(Delia gli infila un guanto in bocca) dal chiedere un autografo per il suo giovane,
inesistente cuginetto Veruso.
Mi attardo qualche minuto a scambiare due parole col barista.

Infine, esco anch’io. Fuori dal Subway non c’è più nessuno.
La serata è fresca e l’aria riluce.
Ci sono pozzanghere dimenticate qui dalla pioggia del pomeriggio.
Mi avvio verso la moto, quando scorgo Roger che sta aprendo una prinz verde.
Una prinz verde?
Il riflesso è troppo spontaneo e non riesco a impedirmi un gesto scaramantico.
Poi, mi avvicino a lui.
“Perlomeno, ti chiami Ruggero o qualcosa del genere?”
“Giancarlo, a dire il vero. Ma che ci devo fare: Roger Moore è praticamente
il mio sosia. La parte mi piace e ci scappa sempre qualche birra.
Spero di non averti offeso.”
“No. Non ti preoccupare. Alan ne rimarrà un po’ deluso, ma è uno che si rimette velocemente. Comunque sei bravo: quell’italiano rimaneggiato,
le citazioni dai tuoi, ops, suoi film. Ci hai intrattenuti bene.”
“Beh, anche tu non te la sei cavata male col tuo grosse katze!”
“Già…non immaginavo creasse un simile scompiglio parlare del proprio gatto.
Beh, perlomeno farlo in tedesco… Buona notte, Roger.
La prossima volta, vieni come Giancarlo!”

Quando ha piovuto, la notte ha un’aria speciale.
Che invita ad alzare la visiera del casco per respirarla con la pelle del viso.
Guido senza forzare, faccio un giro più lungo: ho voglia di stradine,
di piazze illuminate e deserte, di viali alberati. Ho voglia di curve lunghe,
di lampioni che mi salutano e di canticchiare.
Domani mi sveglierò presto, ma per adesso non ho ancora sonno.
Riassaporo la serata, le chiacchiere, i sorrisi.
Questa notte mi addormenterò con pensieri di grandi gatti,
di fragorose risate, di sconosciuti che interpretano attori, di birre.
Di Subway.

postato da: capitansqualo alle ore 18:26 | link | commenti (2)
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Commenti
#1    05 Ottobre 2006 - 16:56
 
Ieri era la tipica serata per una chiacchierata fra amici, per goliardiche risate, per condividere confidenze... Musica di sottofondo, un bicchiere di vino e tanta allegria.
Non so perché, ma mi sembra di vederti mentre vivi la notte, fra pozzanghere che riflettono le luci dei lampioni, l'aria fresca che ti riempie i polmoni...
Chilometri di strada sotto le ruote, l'inconfondibile melodia dell'acqua che fluisce fra il battistrada. Quel rumore d'acqua che ti lasci alle spalle mentre insegui la notte...
Ieri sera avrei camminato per ore sotto quella pioggia, avrei lasciato vagare liberi i miei pensieri, mi sarei fatta imbrigliare dal buio e dal silenzio...
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente BabyHochiminh

#2    06 Ottobre 2006 - 18:36
 
che piacere che è, leggerti. : )
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